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Il Diavolo nella cultura popolare Sarda

Il Diavolo nella cultura popolare Sarda

Il Diavolo è un protagonista nelle leggende sarde. Vediamo cosa scrive il Bottiglioni nel suo libro “Leggende e tradizioni di Sardegna“. “Che gli spiriti e i mostri immaginati dalla fantasia popolare a guardia dei tesori abbiano un’origine infernale mi sembra risultare anche dal fatto che spesso il custode è proprio il diavolo stesso, come si crede per esempio ad Oliena e in tutto il territorio nuorese…”

Un immenso tesoro custodito dal demonio si trova tra le rovine di Domus Bèccias sullo stradone che conduce da Arcidano a Terralba e presso Buggerru nel canale di Malfidano, dove il popolo mostra ancora una grossa pietra con l’impronta delle dita del diavolo il quale la gettò sul tesoro per sottrarlo ai cercatori che non avevano ubbidito alle sue prescrizioni.
In Sardegna non sono pochi i luoghi che si credono dimora degli spiriti infernali; posso ricordare per esempio un nuraghe presso Fluminimaggiore chiamato appunto S’accórru de su Éstiu, Mammuscòne che è una voragine a piccola distanza da Cossoine, il monte della Crucítta presso Aggius, il Ponti mannu vicino ad Oristano, detto anche “ponte del diavolo”, perché sarebbe stato costruito dal demonio in una notte.

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Ma la località che i demoni hanno scelto come loro sede preferita è la voragine di Arquerì non lontana da Ussassai. Il luogo è quanto mai pittoresco e suggestivo nel suo aspetto orrido e pieno di spavento che esalta la fantasia del popolo: i pastori che passano di notte nei pressi di Arquerì tendono l’orecchio ai sibili del vento che attraversa gli elci secolari della fitta foresta, al sordo scrosciar del torrente che scorre in fondo al canale e hanno l’illusione di udire dei rumori strani, i gemiti delle vittime e gli urli dei diavoli, fra i quali uno custodisce favolose ricchezze che  concederà a chi gli abbandonerà l’anima, firmando un contratto scritto col suo sangue.
Questo diavolo si chiama Olla, nome che non ho trovato in altre parti dell’isola; infatti in Sardegna il demonio è detto su demóniu, su éstiu, s’eremígu, duéngu (sp. dueño), puzza, su bruttu, su forasdenósu o forasdómine; a Nuchis in Gallura, l’ho udito chiamare lu bèccu, lu sbè e anche lu zampadiáddu, appunto perché si crede che il demonio abbia le zampe di gallo. Con le zampe di gallo, mi venne descritto da un vecchio di Aritzo anche un mostro ch’egli chiamò sa sinagòga. Esso ha la forma di donna, ma la testa di gallo col becco d’acciaio, abita nelle Indie basse, dove si tocca il cielo col dito, dove si scrivono i calendari di Chiaravalle (gereváles) e i cui abitanti stanno sotto terra, perché hanno paura di questo terribile animale. «Ora – aggiunse il vecchio – sa sinagòga è in guerra».

follettoVi sono poi dei tipi di demoni con attribuzioni e caratteristiche speciali: a Bosa, s’áinu orriadòre o semplicemente s’orriadòre è un diavolo che manda grida bestiali, a Nurri ho udito ricordare su straivèra (a Donori, su vascifèra), un diavolo che protegge la selvaggina e l’avverte quando corre pericolo, oppure fa deviare il cacciatore ingannandolo con false apparizioni; a Isili è detto s’ingannadòri il demonio che cerca di trarre gli uomini alla dannazione con ogni sorta di stratagemmi. Non soltanto in Sardegna, ma anche altrove, il diavolo viene rappresentato abilissimo nel tendere insidie e nell’ordire inganni; esso si trasforma in mille modi per arrivare ad impadronirsi dell’anima dei deboli che cadono nelle sue reti, e si pone in agguato per le strade e nei crocicchi delle vie, proprio come i Fauni antichi.
Mi narrarono tutta una serie di queste trasformazioni a Quartu Sant’Elena: quivi il re delle tenebre, che appunto nella sua qualità di tentatore è chiamato sa tentaziòni, si mostra in forma di cane bianco, di pecora, di bue con la testa di cavallo, di capra ecc.; qualche volta sa  tentaziòni appare come un vento impetuoso, più spesso come un fanciullo che domanda aiuto al viandante, lo induce a prenderlo sul suo carro o in groppa del suo cavallo e poi ingrossa, allunga smisuratamente le gambe e diventa oltremodo pesante, finché il disgraziato che l’ha accolto si accorge dell’inganno e inorridisce dallo spavento.

Questo diavolo ingannatore, nel Logudoro e in Barbagia si chiama maschinganna (maskru de ingannu a Dualchi), di cui ad Aritzo mi raccontarono tutte le numerose metamorfosi che tendono a spaventare l’uomo, senza però fargli nulla di male. Infatti il demonio, per quanto potente, non può arrecare grande offesa, anzi, in una concezione speciale, appare proprio come uno spirito allegro che si vuol divertire, che scherza e ride.
Anche i sardi hanno il loro tipo di diavolo burlone detto su moscazzu o su mazzamurréddu che ha parecchi punti di contatto col Pundácciu di cui si è parlato; poiché anch’esso compare sotto le spoglie di un omino vestito di rosso o con un berrettino rosso ed è padrone di grandi ricchezze che concede a chi sa prenderlo.
A Isili, mi narrarono di un bambino che, opportunamente consigliato dal parroco, poté costringere su mazzamurréddu a rivelargli un gran tesoro, buttandogli un rosario al collo.
Dal demonio e dalle sue insidie c’è sempre modo di difendersi ricorrendo a un’invocazione sacra, al segno della croce o a uno scongiuro qualunque: il diavolo non può resistere e fugge quasi sempre spaventato, sicché la vittoria finale resta all’uomo assistito dalla Divinità. Anche questa qualche volta si trova a contrasto con gli spiriti d’abisso e li doma con loro grave danno. A Bosa si narra che il demonio e Cristo si trovarono un giorno di fronte e il primo si cambiò in topo per tentare Gesù, ma questi prese le forme di un gatto e se lo mangiò.

Nelle leggende sarde, si narrano spesso le lotte fra il genio del bene e quello del male, impersonati per lo più in un santo e in un demonio, ma questo deve sempre soccombere.
Udii raccontare, a Modolo, che una volta Cristo, per punire la iattanza del diavolo che si era vantato con lui di aver seminato, in una sola notte, una vasta estensione di terreno, con uno stratagemma, si fece condurre sul campo e lo cambiò in una gran massa d’acqua che oggi è il mare, in fondo al quale sta Lucifero incatenato. A Luogosanto, si mostrano ancora le orme di Cristo, vicine a quelle di Satana che fuggì davanti al suo divino avversario; così presso Terranova, si può vedere la schiena del diavolo che fu mezzo seppellito e pietrificato dalla Vergine che lo affrontò nelle sembianze di una vecchietta. Cristo, la Vergine, San Bernardo, Sant’Antonio, San Martino sono gli antagonisti più potenti del diavolo il quale, tutte le volte che tenta di contrastare con loro, se ne rimane sempre col danno e con le beffe.

Bisogna proprio dire che, se in Sardegna si crede al demonio e al suo occulto potere, non se ne ha però una gran paura, perché l’anima semplice del popolo si abbandona con grande confidenza alla protezione benevola della Vergine e dei Santi e in questa protezione si sente sicura.
Fu già osservato che la poesia religiosa sarda volge più volentieri gli sguardi verso il cielo che verso l’Inferno; ed è vero, perché il Paradiso e i suoi celesti abitatori scaldano il cuore e la fantasia del pastore sardo, penetrano profondamente nella sua coscienza più di quello che non faccia il re delle tenebre con tutta la sua coorte di demoni. La descrizione che dell’inferno ci dà un poeta di Sardegna è fantastica e immaginosa, ma in essa manca il sentimento agitato e commosso che anima i gòsos, quando raccontano la vita del Santo e i suoi miracoli. Per ciò la figura del diavolo impertinente, ma povero di spirito e spesso burlato anche dall’uomo più debole, quantunque s’incontri spesso nelle leggende cristiane di ogni paese, tuttavia è forse più comune in Sardegna che altrove.

Per approfondimenti:

Scusorgius I tesori nascosti

Gorropu, la gola infernale

Sa tentazioni (la tentazione)

Is Iscraxoxus

Il Folletto dalle sette berrette

Gli esseri fantastici della Sardegna

Che gli spiriti e i mostri immaginati dalla fantasia popolare a guardia dei tesori abbiano un’origine infernale mi sembra risultare anche dal

fatto che spesso il custode è proprio il diavolo stesso, come si crede per esempio ad Oliena e in tutto il territorio nuorese.
Un immenso tesoro custodito dal demonio si trova tra le rovine di Domus Bèccias sullo stradone che conduce da Arcidano a Terralba e presso

Buggerru nel canale di Malfidano, dove il popolo mostra ancora una grossa pietra con l’impronta delle dita del diavolo il quale la gettò sul

tesoro per sottrarlo ai cercatori che non avevano ubbidito alle sue prescrizioni.

In Sardegna non sono pochi i luoghi che si credono dimora degli spiriti infernali; posso ricordare per esempio un nuraghe presso Fluminimaggiore

chiamato appunto S’accórru de su Éstiu, Mammuscòne che è una voragine a piccola distanza da Cossoine, il monte della Crucítta presso Aggius, il

Ponti mannu vicino ad Oristano, detto anche “ponte del diavolo”, perché sarebbe stato costruito dal demonio in una notte. Ma la località che i

demoni hanno scelto come loro sede preferita è la voragine di Arquerì non lontana da Ussassai. Il luogo è quanto mai pittoresco e suggestivo nel

suo aspetto orrido e pieno di spavento che esalta la fantasia del popolo: i pastori che passano di notte nei pressi di Arquerì tendono l’orecchio
ai sibili del vento che attraversa gli elci secolari della fitta foresta, al sordo scrosciar del torrente che scorre in fondo al canale e hanno

l’illusione di udire dei rumori strani, i gemiti delle vittime e gli urli dei diavoli, fra i quali uno custodisce favolose ricchezze che

concederà a chi gli abbandonerà l’anima, firmando un contratto scritto col suo sangue.

Questo diavolo si chiama Olla, nome che non ho trovato in altre parti dell’isola; infatti in Sardegna il demonio è detto su demóniu, su éstiu,
s’eremígu, duéngu (sp. dueño), puzza, su bruttu, su forasdenósu o forasdómine; a Nuchis in Gallura, l’ho udito chiamare lu bèccu, lu sbè e anche

lu zampadiáddu, appunto perché si crede che il demonio abbia le zampe di gallo. Con le zampe di gallo, mi venne descritto da un vecchio di Aritzo
anche un mostro ch’egli chiamò sa sinagòga. Esso ha la forma di donna, ma la testa di gallo col becco d’acciaio, abita nelle Indie basse, dove si
tocca il cielo col dito, dove si scrivono i calendari di Chiaravalle (gereváles) e i cui abitanti stanno sotto terra, perché hanno paura di

questo terribile animale. «Ora – aggiunse il vecchio – sa sinagòga è in guerra».

Vi sono poi dei tipi di demoni con attribuzioni e caratteristiche speciali: a Bosa, s’áinu orriadòre o semplicemente s’orriadòre è un diavolo che

manda grida bestiali, a Nurri ho udito ricordare su straivèra (a Donori, su vascifèra), un diavolo che protegge la selvaggina e l’avverte quando

corre pericolo, oppure fa deviare il cacciatore ingannandolo con false apparizioni; a Isili è detto s’ingannadòri il demonio che cerca di trarre

gli uomini alla dannazione con ogni sorta di stratagemmi. Non soltanto in Sardegna, ma anche altrove, il diavolo viene rappresentato abilissimo

nel tendere insidie e nell’ordire inganni; esso si trasforma in mille modi per arrivare ad impadronirsi dell’anima dei deboli che cadono nelle

sue reti, e si pone in agguato per le strade e nei crocicchi delle vie, proprio come i Fauni antichi.
Mi narrarono tutta una serie di queste trasformazioni a Quartu Sant’Elena: quivi il re delle tenebre, che appunto nella sua qualità di tentatore

è chiamato sa tentaziòni, si mostra in forma di cane bianco, di pecora, di bue con la testa di cavallo, di capra ecc.; qualche volta sa

tentaziòni appare come un vento impetuoso, più spesso come un fanciullo che domanda aiuto al viandante, lo induce a prenderlo sul suo carro o in

groppa del suo cavallo e poi ingrossa, allunga smisuratamente le gambe e diventa oltremodo pesante, finché il disgraziato che l’ha accolto si

accorge dell’inganno e inorridisce dallo spavento.
Questo diavolo ingannatore, nel Logudoro e in Barbagia si chiama maschinganna (maskru de ingannu a Dualchi), di cui ad Aritzo mi raccontarono

tutte le numerose metamorfosi che tendono a spaventare l’uomo, senza però fargli nulla di male. Infatti il demonio, per quanto potente, non può

arrecare grande offesa, anzi, in una concezione speciale, appare proprio come uno spirito allegro che si vuol divertire, che scherza e ride.
Anche i sardi hanno il loro tipo di diavolo burlone detto su moscazzu o su mazzamurréddu che ha parecchi punti di contatto col Pundácciu di cui

si è parlato; poiché anch’esso compare sotto le spoglie di un omino vestito di rosso o con un berrettino rosso ed è padrone di grandi ricchezze

che concede a chi sa prenderlo.
A Isili, mi narrarono di un bambino che, opportunamente consigliato dal parroco, poté costringere su mazzamurréddu a rivelargli un gran tesoro,

buttandogli un rosario al collo.
Dal demonio e dalle sue insidie c’è sempre modo di difendersi ricorrendo a un’invocazione sacra, al segno della croce o a uno scongiuro

qualunque: il diavolo non può resistere e fugge quasi sempre spaventato, sicché la vittoria finale resta all’uomo assistito dalla Divinità. Anche

questa qualche volta si trova a contrasto con gli spiriti d’abisso e li doma con loro grave danno. A Bosa si narra che il demonio e Cristo si
trovarono un giorno di fronte e il primo si cambiò in topo per tentare Gesù, ma questi prese le forme di un gatto e se lo mangiò.
Nelle leggende sarde, si narrano spesso le lotte fra il genio del bene e quello del male, impersonati per lo più in un santo e in un demonio, ma

questo deve sempre soccombere.

Udii raccontare, a Modolo, che una volta Cristo, per punire la iattanza del diavolo che si era vantato con lui di aver seminato, in una sola

notte, una vasta estensione di terreno, con uno stratagemma, si fece condurre sul campo e lo cambiò in una gran massa d’acqua che oggi è il mare,

in fondo al quale sta Lucifero incatenato. A Luogosanto, si mostrano ancora le orme di Cristo, vicine a quelle di Satana che fuggì davanti al suo

divino avversario; così presso Terranova, si può vedere la schiena del diavolo che fu mezzo seppellito e pietrificato dalla Vergine che lo

affrontò nelle sembianze di una vecchietta. Cristo, la Vergine, San Bernardo, Sant’Antonio, San Martino sono gli antagonisti più potenti del

diavolo il quale, tutte le volte che tenta di contrastare con loro, se ne rimane sempre col danno e con le beffe. Bisogna proprio dire
che, se in Sardegna si crede al demonio e al suo occulto potere, non se ne ha però una gran paura, perché l’anima semplice del popolo si

abbandona con grande confidenza alla protezione benevola della Vergine e dei Santi e in questa protezione si sente sicura.
Fu già osservato che la poesia religiosa sarda volge più volentieri gli sguardi verso il cielo che verso l’Inferno; ed è vero, perché il Paradiso

e i suoi celesti abitatori scaldano il cuore e la fantasia del pastore sardo, penetrano profondamente nella sua coscienza più di quello che non

faccia il re delle tenebre con tutta la sua coorte di demoni. La descrizione che dell’inferno ci dà un poeta di Sardegna è fantastica e

immaginosa, ma in essa manca il sentimento agitato e commosso che anima i gòsos, quando raccontano la vita del Santo e i suoi miracoli. Per ciò

la figura del diavolo impertinente, ma povero di spirito e spesso burlato anche dall’uomo più debole, quantunque s’incontri spesso nelle leggende

cristiane di ogni paese, tuttavia è forse più comune in Sardegna che altrove.