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Villaggio minerario di Monte Narba

Tempo di lettura: 5 minuti

Per propiziarci un anno ricco di escursioni , il 2 gennaio abbiamo deciso di visitare il villaggio minerario di Monte Narba vicino a San Vito. Abbiamo fatto qualche ricerca in rete sulla storia di questo villaggio ormai in pessime condizioni. All’interno trovate la galleria fotografica.

Ruderi del villaggio minerario

Ruderi del villaggio minerario

Le miniere di Monte Narba e Giovanni Bonu sono inserite nel Sarrabus orientale dominato dal Monte Narba (659 metri s.l.m.), un rilievo formato da rocce di natura metamorfico-scistose, di età compresa fra il Cambriano medio ed il Devoniano, modellato dall’erosione dolcemente. Rocce granitoidi, formatesi durante l’orogenesi ercinica, affiorano più a sud ed ad ovest e risultano modellate in forme aspre ed accidentate.

La specificità dal punto di vista minerario è la presenza sia di argento nativo che di minerali argentiferi, in una lunga fascia che si sviluppa in direzione SO – NE per circa 35 km (dalle pendici del Monte Serpeddì fino agli abitati di San Vito e Muravera), e larga circa 15 meglio nota come “Filone argentifero” del Sarrabus.
Partendo da SO lungo il detto filone si incontrano le miniere di Tuviois, Serra s’Ilixi, Nicola Secci, Tacconis, S’Arcilloni (tutte lungo il corso del Rio Ollastu), Masaloni, Giovanni Bonu, Monte Narba, Baccu Arrodas ( quest’ultime nelle pendici e nelle gole dei monti che incoronano la parte occidentale dei territori di San Vito e Muravera).

Monte NarbaI corpi mineralizzati sono caratterizzati da vene e lenti orientate soprattutto da Est verso Ovest, le più ricche delle quali si trovano nell’area della concessione di Monte Narba. In pratica il giacimento è impostato su due sistemi di fasci di filoni metalliferi dei quali uno con direzione generale N-S e l’altro E-O. I primi, che sono i più recenti e anche più numerosi e potenti, possono essere quarziferi (in genere sterili o con galena povera d’argento), oppure contenere barite, calcite, dolomite e fluorite. I più interessanti erano i fasci di filoni disposti in direzione generale E-O, più antichi dei precedenti, meno numerosi e meno potenti, a matrice di fluorite, calcite, barite e quarzo, ma ad alta concentrazione di piombo e argento (1,5%-2% ed in qualche caso 5%). In questo settore il “filone argentifero” è diviso in due da una faglia che ha provocato un abbassamento relativo di circa 200 metri del blocco della miniera di Giovanni Bonu rispetto a quello di Monte Narba.

L’importanza della zona dal punto di vista minerario era conosciuta da tempo.
La concessione per Monte Narba venne rilasciata nel 1622 a Giovanni Antonio Agus che però non riuscì a sfruttare il giacimento d’argento per una serie di difficoltà tecniche che ne avevano reso antieconomico lo sfruttamento. Erano necessari ingenti investimenti e grandi capacità finanziarie. Queste due condizioni si concretizzarono con la costituzione della Società Anonima delle Miniere di Lanusei, per iniziativa di alcuni investitori genovesi che fecero domanda per la concessione mineraria nel 1872. Questa fu accolta due anni dopo.

A questa prima concessione si aggiunsero nel giro di due anni quelle di Giuanni Bonu e di Bacu Arrodas.
Sotto la direzione dell’ingegner Gian Battista Traverso la miniere raggiunse subito una notevole produttività. Già nel 1876 vi erano impiegati circa 300 operai e vi furono estratti circa 200 tn di minerali di Piombo e Argento. Nel 1880 gli operai impiegati erano saliti a 750 con circa 911 tn di minerale estratto. Nel 1882 le tn furono 1444 e gli operai impiegati raggiungevano le 936 unità. Il tenore del minerale argentifero si manteneva intorno al 2%.

Contemporaneamente si allargavano e approfondivano i lavori di coltivazione della miniera. Dalle gallerie aperte nei fianchi delle montagne si arrivò sino a 370 metri sotto il livello del mare. Nel 1888 nella miniera di Monte Narba erano state scavati ben 14 livelli di gallerie, per un dislivello complessivo di circa 470 metri. Una galleria di ribasso metteva in comunicazione i cantieri di Monte Narba con quelli più alti di Giuanni Bonu e di Masaloni. Nel cantiere di Giuanni Bonu era stata scavata una galleria lunga oltre 2 km che attraversava tutta la montagna mettendo in comunicazione il versante di San Vito con quello di San Priamo. Complessivamente il sottosuolo fu esplorato per 18 km di lunghezza e circa 500 metri di profondità.

Nel 1881 cominciarono i lavori per la costruzione della laveria, posta allo sbocco della galleria di Su Malloni, dove giungevano i vagoncini di minerale provenienti dai vari cantieri. L’acqua necessaria all’impianto fu ottenuta costruendo una piccola diga lungo il corso del torrente della valletta di Giovanni Bonu. Nel 1882 fu la volta del castello del pozzo maestro, che avrebbe raggiunto negli anni seguenti i 45 metri sotto il livello del mare.

Monte NarbaNel frattempo si era andato sviluppando attorno alla miniera un villaggio del tutto autosufficiente con dormitoi, uffici, officine, depositi, e infine nel 1890 un piccolo ospedale. Dominava il tutto villa Madama, la residenza del dirigente e della sua famiglia.
Sul finire degli anni ’90 la miniera cominciò a dare i primi segni di esaurimento. Negli stessi anni il prezzo dell’argento subì una netta flessione. Per la compagnia
mineraria fu la crisi. Diversi cantieri furono chiusi, e si mantenne solo l’attività di ricerca nella speranza di scoprire qualche altro ricco filone.

Nel 1921 la Vieille Montagne acquistò la maggioranza del pacchetto azionario della Lanusei. La società belga, tuttavia, abbandonò subito la miniera di Monte Narba per concentrarsi sul più promettente giacimento di Masua.
Nel 1927 fu la volta della Montevecchio attraverso una sua controllata. Anche in questo caso la immediata constatazione della antieconomicità della ripresa
estrattiva spinse alla rinuncia della concessione, avvenuta nel 1935. Negli anni ’60 alcune società interessate alla fluorite e alla barite fecero delle ricerche nel sottosuolo, campionarono alcune discariche, ma non riscontrarono alcuna convenienza allo sfruttamento effettivo.
La storia della miniera di Monte Narba dal punto di vista produttivo si conclude con la rinuncia alla concessione da parte della Montevecchio. Il lavoro di estrazione del minerale fu sostituito allora da diverse attività agricole che proseguirono sino agli anni ’70 e che non cambiarono in nulla la struttura dell’antico villaggio
minerario.

Monte NarbaCome abbiamo potuto constatare Il villaggio minerario di Monte Narba sta sparendo, a poco a poco, inghiottito dal materiale delle discariche che la miniera stessa ha creato. Dalle discariche dei cantieri di Giovanni Bonu e da quelli adiacenti la laveria e il pozzo maestro,  sembra essere calata una valanga di pietre fango e acqua che ha sfondato pareti ed è penetrata negli edifici riempiendoli di detriti. Il fenomeno riguarda principalmente gli edifici che stanno in basso, allo sbocco delle valli in cui si incanala l’acqua, mentre sono risparmiati quelli posti più in alto.
Negli anni in cui la miniera è stata attiva, un sistema di piccole dighe e gallerie di scolo irreggimentava l’acqua che scendeva dalle due valli che sboccavano nel
villaggio. L’abbandono e l’incuria hanno decretato la rovina di questo semplice ma efficace sistema. Le gallerie, infatti, sono entrambe invase dai detriti, e l’acqua
ha ripreso a scorrere in superficie.

Il villaggio ha il suo fulcro nella Villa Madama, progettata dall’ingegnere Giovanni Battista Traverso per la residenza del direttore. Ha un corpo principale a due piani
con balconata in ferro, dai quali si staccano altri due avancorpi più bassi. Nella lunetta sovrastante l’ingresso si legge il monogramma “SL” (Società Lanusei) in
ferro. All’interno è possibile ammirare le decorazioni che ravvivano le pareti e i soffitti del piano superiore. Dal volume di Mezzolani e Simoncini presente nella pagina dedicata alla storia della miniera) veniamo a sapere che:

Durante la prima guerra mondiale Monte Narba ospitò un contingente di prigionieri austriaci: tra questi un maggiore, che presumibilmente nella vita civile faceva il
pittore e che, mal sopportando la forzata inattività, affrescò con gusto le volte di Villa Madama e degli uffici tecnici.

L’insediamento comprende anche l’ospedale e i manufatti legati all’attività estrattiva (officina meccanica, laveria, falegnameria, centrale elettrica) e, poco lontano dall’abitato, il pozzo principale collegato ad una dozzina di gallerie, chiamato “Sa Macchina Beccia” (la macchina vecchia).
La miniera fa parte del Parco Geominerario, Storico e Ambientale della Sardegna, riconosciuto dall’UNESCO.

Fonti:

www.sardegnaminiere.it

www.minieredisardegna.it

Vedi anche: Spaccato di vita a Monte Narba

 

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