Banditi sardi: Faide e sicari nella Gallura del '700 - '800 - Contus Antigus

Banditi sardi: Faide e sicari nella Gallura del ‘700 – ‘800

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In età moderna la Gallura si differenziava per più di una caratteristica dalle altre regioni sarde. Il suo territorio era pressoché inaccessibile e delimitato a sud dalla catena granitica del Limbara e dal fiume Coghinas.

Ad accentuarne l’isolamento era la mancanza di strade e ponti che impedivano alla Gallura di comunicare con il resto della Sardegna per quasi tutti i mesi invernali.
Il mare che la circondava, sugli altri  lati, permetteva un rapido collegamento con la Corsica e anche il continente italiano per mezzo dei velieri che approdavano frequentemente nel porto di Terranova e  
nell’isola di Maddalena. Si trattava di una regione ricca di pascoli, anche se poco produttivi, sfruttati dai pastori con il sistema dell’allevamento brado.

I centri urbani erano tutti collocati a corona, ai piedi del Limbara, mentre i pastori vivevano disseminati negli stazzi dei “salti”. Le comunicazioni erano rese difficili dalla mancanza di infrastrutture stradali, tanto che per raggiungere la città di Tempio dalle zone costiere erano necessari lunghi viaggi a dorso di cavallo o giornate e giornate con i carri a buoi. I cosiddetti “camini saldi” non erano altro che vere e proprie carrerecce e sentieri appena tracciati. Basta ricordare che la prima strada statale venne costruita tra il 1870 e il 1880 ed è l’attuale S.S. 124 Tempio-Palau.

Ecco come Vittorio Angius descriveva i galluresi degli anni Trenta dell’Ottocento:
Pieghevoli alla ragione e facilmente educabili, accorti, coraggiosi, sprezzatori de’ pericoli”, ma anche “puntigliosi, irritabili, pronti e fervidi nell’ira a vendicare le ingiurie“.
Possiamo sottolineare che alcuni caratteri sono giunti fino a noi, come l’apertura alle novità e al forestiero, la generosità “spesso a’ più odiati nemici”. Nella sua descrizione fa notare l’innata concezione di uguaglianza delle genti e il disprezzo per chi è superiore solo per “effetto della sorte”, “ligi al sovrano e all’ordine costituito”.
Abituati da sempre alla massima libertà non sopportavano limitazioni di sorta, come l’imposizione di servire militarmente il re. Non per questo hanno mancato di dare attestati di grande coraggio e devozione verso la Corona, come avvenne nel 1793 contro il tentativo corso-francese di invasione delle isole intermedie (Arcipelago di La Maddalena). In quell’occasione solo il valore delle milizie volontarie galluresi riuscì a sconfiggere l’allora tenente d’artiglieria Napoleone Bonaparte. Su alcuni principi i galluresi non transigevano mai, anche a costo di scatenare gravi dissidi e violente inimicizie, quali l’onore, l’orgoglio e la difesa della proprietà. L’ingiuria all’onore specie alle donne o alla famiglia, e il furto erano seguite da reazioni decise e da terribili vendette. Le famiglie affini si coalizzavano contro gli avversari scatenando scontri armati, costellati da vere e proprie battaglie campali con numerosi morti e feriti. Queste inimicizie (inimistai) duravano anni e terminavano dopo tregue faticose e solenni “paci”.

Per lunghi decenni di quel tormentato secolo quella regione semispopolata e ribelle ad ogni autorità, sia feudale che statale – punto nevralgico dei contrabbandi con la Corsica – fu al centro delle preoccupazioni del viceré e delle èlites politico amministrative, che dispiegarono una serie di iniziative di colonizzazione tese a ristabilire l’ordine ed a instaurare un controllo sociale e politico sulle popolazioni isolate e ribelli di quella fiera “repubblica montanara gallurese”: questa l’incisiva analisi della storica Eugenia Tognotti.

Intorno al 1810 la regione fu lacerata dallo scontro furibondo di un consistente e numeroso gruppo di fazioni tempiesi.
La sfrontatezza dei fuorilegge arrivò a tal punto che caddero vittima delle fazioni in lotta i vertici delle autorità locali. Perirono il Censore Diocesano, il Reggente Ufficiale di Giustizia e il sostituto Procuratore Fiscale. Questi attacchi violenti al cuore dello stato provocarono la reazione del Governatore di Sassari Varax.
La situazione di ingovernabilità della Gallura viene sottolineata con estrema chiarezza nel resoconto della “Regia Delegazione per la pacificazione della Gallura” del 1813. In tale relazione si denunciarono le numerose e feroci faide che insanguinavano la regione condotte da pastori “insofferenti all’ordine, indipendenti, vendicativi, astuti e intelligenti“.
Venne auspicato un pronto ed efficace intervento militare repressivo unito ad una maggiore presenza di cappellani nelle chiese di campagna frequentate dai pastori delle cussorge.
L’intervento deciso dalla truppa riuscì a riportare pace e ordine nei territori del Capo di Sopra.

Il 9 maggio 1813 davanti al notaio di Tempio, Apollinare Fois-Cabras si rogarono le “paci” seguite da un atto di grazia del Re emanato emanato con decreto del 29 dello stesso mese. Questa terribile faida coinvolse le famiglie tempiesi dei Demartis, Carlotto, Giua, Spanu, Becchi e Multineddu; ad Aggius i Pompita, i Biancareddu, Addis e deiana; a Bortigiadas i Filiziu; a Calangianus i Pitturru e
Corda; a Luras e Nuchis i Forteleoni, Lentinu e Bellu. Furono coinvolte nella lotta le propaggini parentali più lontane delle ville di Laerru e Sedini.
Le “paci”, siglate da ben 1531 uomini di tutte le famiglie in lotta, spensero le fiamme dell’odio che aveva percorso l’intera Gallura.
Nella Gallura marittima le cose non andavano meglio. L’epilogo di una faida lunga e sanguinosa fu siglata con le paci del 1850 tra gli Orechini e i Vincentelli di Santa Teresa di Gallura. L’incontro si tenne nello stazzo di Cucuruzza proprietà del ricco pastore Pietro Scampuddu Pilosu, amico e confidente di Giuseppe Garibaldi. Il 10 giugno, nel vasto spazio di fronte allo stazzo fu celebrata la messa di riconciliazione da Don Gavino Balata di Tempio, rettore di Santa Teresa di Gallura. In questa occasione pur di garantire il successo dell’impresa si arrivò perfino, allo scambio di ostaggi. Per i Vincentelli fu consegnato in garanzia il nipote dodicenne Giuseppino Cardi, mentre per gli Orecchioni si rese garante la moglie di Pietro Scampuddu Pilosu, Maddalena Testa di Tempio. Alla fine della funzione religiosa le famigli si abbracciarono dopo essersi disposti su due file contrapposte. Liberati gli ostaggi si passò al grande banchetto imbandito con 57 montoni e 2 vacche.

Ignazio Pirastru afferma che nel periodo 1850-1870 la Gallura registrò la più alta percentuale di omicidi. Nel tentativo di debellare il banditismo, i Savoia ordinarono vere e proprie stragi come la repressione del Viceré Valguarnera che nel 1749 portò al massacro di 500 persone. Tale politica repressiva caratterizzò anche l’operato del Rivarolo e del Bogino. Quest’ultimo si rese conto dell’inutilità della repressione armata tanto da auspicare – nel 1771 – un’azione pacificatrice del Governo affiancata a una presenza massiccia della Chiesa sul territorio. Fu questa l’intuizione più
importante dei Savoia nella lotta al disordine in Gallura: atti di Governo promossero e favorirono l’istituzione delle parrocchie rurali sul modello del Santuario di Nostra Signora di Luogosanto.
Le innumerevoli “inimistai” che sconvolsero e insanguinarono la Gallura vennero risolte sempre con le “paci” benedette dalla Chiesa. Avvenne così ad Aggius il 4 giugno 1892 quando i Vasa e Mamia posero fine alla loro guerra personale. La stessa cosa accadde a Badesi il 19 settembre 1903 tra le famiglie Oggianu e Puliceddu.
Le “paci” solenni celebrate nella vicina chiesa di Trinità d’Agultu – il 17 e il 26 maggio del 1910 – consacrarono la fine delle ostilità tra le famiglie Pileri, Oggianu e Vasa.
A Luogosanto nella basilica di Nostra Signora vennero giurate, davanti al vescovo Albino Morera, le “paci” tra le famiglie Battino e Maiorca nel giugno del 1928.
Ad Arzachena infine, vi furono due famose pacificazioni. la prima tra i Ficoni e i Troccu nella primavera del 1882, la seconda il 31 maggio 1931 tra i Degosciu e i Mariotti, siglata nella chiesa campestre di San Michele.

Durante questo lungo periodo la Gallura appariva come una regione ingovernabile dominata dalla paura e dall’insicurezza sociale casata dalle annose guerre intestine, costellate di stragi e tremende vendette. In questo marasma politico e sociale comparve la figura tenebrosa del sicario (lu siccariu).
Questi tristi personaggi del Settecento – Ottocento furono molto simili ai più famosi “bravi” manzoniani. Veri mercenari della morte si dividevano in due categorie. Al primo gruppo appartenevano quelli che erano a servizio dei capi delle cussorgie (capi Cussagjali).
Lavoravano negli stazzi dei più lontani “salti” come mezzadri ma il loro vero compito era quello della difesa della famiglia e della proprietà del signore.
Gjuanna Antonia Frasconi Cucchjari – nel 1990 ormai novantenne – si espresse candidamente così nel suo giudizio sul famoso Antoni Ruddoni, pastore nella loro estesa proprietà: “Ziu Antoni era un omu bonu ma l’onori e l’amichi erano sacri!” 
(Zio Antonio era un uomo mite e buono, ma sull’onore e l’amicizia non transigeva!).
Lo conobbe fin da bambina e quando questo morì – l’8 novembre del 1932 – lo pianse come un caro parente.

Molto più temibili erano i siccàri di professione, banditi alla macchia che non di rado fornivano i loro servigi alle opposte famiglie in lotta. Senza che, per questo, la loro reputazione venisse minimamente scalfita. Anche i siccàri avevano e rispettavano un loro codice di comportamento che raramente infrangevano. Non parlavano mai del loro ‘lavoro’ e assicuravano la massima discrezione e un intervento pulito e definitivo. Uccidevano sempre con uno o pochi colpi di fucile. Usavano sparare a palla (a badda) perché questa non sfigurava eccessivamente la vittima.
Impiegavano i lunghi fucili ad avancarica del tempo (a bacchetta) ad una o due canne; il calibro preferito era il “venti”. La cifra concordata veniva pagata in anticipo e non era mai troppo alta, saldata in scudi prendeva il nome di poglìa. La gente più che temerli, li rispettava assicurando loro una protezione illimitata. Molti di loro partecipavano regolarmente agli incontri negli stazzi e alle feste campestri. Si racconta che fossero uomini affabili e simpatici, mai rissosi e violenti; in occasione di risse improvvise si schieravano senza esitazione dalla parte del più debole. Sul carattere e comportamento dei siccàri così si esprime  ziu Pascali frasconi Cucchjari, vecchio proprietario ormai centosettenne: “Ho conosciuto bene i fratelli Antoni e Gjuanni Maria Ruddoni. Di Gjuanni Andria Tràminu, amico e compare di Antoni Ruddoni, posso dire che viveva nello stazzo Caviédda, nella cussorgia di Chivoni, oltre il fiume di Baldu. Era famoso per la sua tecnica di tiro con la quale
firmava i suoi delitti. Uccideva mirando, poco al di sopra della larga cintura in cuoio in uso nel periodo, all’altezza del fegato. Il colpo, sempre spietatamente preciso, procurava un sobbalzo caratteristico alla malcapitata vittima. La morte arrivava inesorabile e istantanea a causa dell’incontenibile emorragia interna. Si diceva in giro quasi come una maledizione “Ti diani lu colpu di Tramìnu!” (ti possa sparare Tramìnu).

Ruddoni e Tramìnu, negli anni Ottanta dell’Ottocento, vennero contattati per un duplice omicidio. In questa occasione, Tramìnu non riuscì a infrangere il codice d’onore che si era dato e alla fine non partecipò all’omicidio. “In quegli anni – ricorda ziu Pascali, proseguendo nel suo racconto – la Gallura era ancora ricoperta da immensi e folti boschi di lecci e querce. Molte compagnie italiane e straniere
ottenevano dal Governo le autorizzazioni a disboscare per produrre carbone e traversine per le nascenti ferrovie. Fu così che commercianti continentali, specie toscani e piemontesi, ma anche qualche francese, acquistavano boschi e terreni.
Attuato il disboscamento rivendevano i terreni trasformati in pascolativi. Un certo signor Agostino, di cui non ricordo più il cognome, ma che in Gallura fu subito ribattezzato don Austinu Soldi – per la sua immensa disponibilità finanziaria – aveva acquistato dalla Curia e dalla parrocchia un intera regione estesa centinaia di ettari”.
L’immenso bosco si estendeva dal palazzo giudicale di Baldu al rio di Bassacutena. Comprendeva gli stazzi di Baldu, Ciabattu, Fundoni, chjamaria, Alias, Lu Mamandroni e Curracchjoni. Terminato il disboscamento del terreno e finita la produzione del carbone, il signor Agostino mise in vendita la proprietà. Giovanni Frasconi, mio bisnonno, si accordò con altri due proprietari – Raimondo Asara e
Maria Bisagno – per cercare di mettere insieme l’enorme cifra richiesta. Il prezzo era stato fissato in 50.000 lire, molto alto per i pastori locali, ricchi di beni, ma sempre in deficit di liquidità.
Alcuni proprietari confinanti non vedevano di buon occhio il formarsi, ai margini delle loro terre, di una così estesa proprietà ed iniziarono a tramare per impedirne l’operazione. I pastori contrari capeggiati dalla famiglia Sanna, decisero senz’altro di eliminare don Agostino e impedire così la vendita in blocco dell’intera proprietà. Pensarono bene di assoldare due sicari per risolvere il
problema senza venir coinvolti direttamente nell’omicidio.

Contattarono Ruddoni e Tramìnu che accettarono la proposta. Don Agostino nelle visite in Sardegna, sbarcava a Palau e alloggiava a casa del suo amico e confidente Giandomenico Fresi – Zecchino fondatore del paese. Il Fresi – Zecchino accompagnava personalmente con la carrozza don Agostino in campagna, percorrendo la nuova strada Tempio-Palau allora appena costruita.
I due sicari vennero informati minuziosamente dai mandanti del percorso della carrozza. Decisero di appostasi all’inizio dei tornanti Illu pedi di l’Alzata di Candela – che dal liscia salgono verso la piana di Campu Maiore. Scelsero con cura il punto dell’agguato: la dove la strada si fa ripida a i cavali costretti a camminare al “passo” creano la condizione migliore per prendere la mira. La consegna era ben precisa:
assassinare don Agostino ed il Fresi – Zecchino.
Quella mattina Antoni Ruddoni sparò con la solita freddezza e precisione del provetto tiratore. La palla ando diritta al cuore di di don Agostino, ma il secondo colpo non fu così preciso e fatale, tanto che il Fresi -Zecchino rimase solo ferito. La fortuna aveva voltato le spalle al sicario e basto un leggero scivolone per tradire la mira del famoso bandito. Ruddoni aveva agito da solo dopo che il fidato compare Tramìnu aveva scelto di non tradire la sua pur nera coscenza. Qualche giorno prima
dell’imboscata Tramìnu si recò dal compare e con fare sereno ma fermo gli disse:
Compari Antoni, noi semu andendi ad ammazzà unu chi no ci dei ne onori, ne intaressu e ne sangu! Eu mi ni furrigghju” (Compare Antonio, noi stiamo andando ad ammazzare a uno che non ci deve niente e la sua morte non ci farà onore! Io mi ritiro da questo lavoro).
La risposta di Antoni Ruddoni fu tra il sarcastico e la rassegnazione: “A dì la ‘iritai’ cumpà, vi si so allinati li calzoni. Vo di chi andaragghju da pal me” (A dire la verità compare  mio  forse vi sta venendo meno il vostro coraggio! Pazienza, farò da solo).

Si dice che questa decisione irremovibile di Ruddoni fosse dettata dalla necessita di non venir meno alla parola data alla sua amante, la moglie del mandante. Questa condizione gli impedi di tornare sulle sue decisioni dopo essere stato abbandonato dal  compagno. Le indagini sul delitto portarono scoperta dell’assassino, Ruddoni fu catturato e condannato a trent’anni di galera che scontò interamente.
Raccontava di aver sopportato per anni  una catena ala piede di ben 18 chili, sostituita poi da una più leggera di 2 chili che portò alla vite fino al giorno della scarcerazione.

Delle gesta di un altro sicario in attività negli anni Trenta dell’Ottocento – parla il poeta dialettale Nicola Asara Truncheddu, ormai ottantenne.
“Mio nonno Gjuanni Antoni Truncheddu era nato a Luogosanto, in uno stazzo di Balajana nel 1825. I genitori provenenti da Tempio Andria Truncheddu e Gjuanna Debidda, comprarono la stazzo da Cavalieri (caaglieri) tempiesi  dopo l’editto delle chiudende. Un giorno, aveva solo 13 anni, si trovava in campagna alla custodia di un gregge di capre quando, improvvisamente, gli passò davanti un uomo in fuga. Lo riconobbe immediatamente, era un bandito che spesso aveva visto a casa.
Nel fuggire questi gli fece cenno di non parlare con nessuno dell’incontro. Poco dopo ecco arrivare trafelati due Carabinieri comandati da un brigadiere. Il brigadiere si rivolse al ragazzo con voce ferma se avesse visto un uomo fuggire e la direzione di marcia. Mio nonno rispose di non aver visto proprio nessuno e insistette su tale posizione. Il brigadiere allora, spazientito e preso dall’ira, gli rifilò diversi colpi al costato col calcio del fucile lasciandolo a terra dolorante.
Tornato a casa raccontò dell’accaduto ai genitori. Seguì con attenzione il racconto del ragazzo un lontano parente, un certo Petru Franzinu sicario di professione. Con fare tranquillo si avvicinò al ragazzo e gli chiese di fargli vedere i lividi.

Lu me fiddolu, gjà ti camparai!” (figlio mio non ti succederà niente!). Il sicario penso bene di vendicare il grave affronto subito dal giovane parente. Qualche giorno dopo si recò di buon ora in paese e appostatosi nelle vicinanze dell’abitazione del brigadiere ne attese pazientemente l’uscita.
Ignaro dell’agguato, l’uomo aprì la porta per uscire di casa, restò fulminato da un preciso colpo di fucile. Correva il 1838 e in Gallura regnava sovrana l’omertà. Tra la gente che si radunò attorno al cadavere si dice che qualcuno abbia mormorato: “Ti sia binidittu! Chu colpu seccu” (ben fatto! Un colpo da maestro.

Di Mario Scampuddu

Pubblicazione gentilmente concessa dagli amici di http://www.cronacheisolane.it
Tratto dal “Almanacco Gallurese 2001- 2002

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