
Il Supramonte non dorme mai.
Lo sa Su Predi Sculau, accovacciato nel suo pinnetto di pietra e ginepro, un buco nero incastrato tra due costole di roccia che sembrano vertebre di un gigante sepolto. L’aria è densa di resina e di rimorso.
Il fuoco è morto da ore, ma il grimorio è ancora lì, aperto sul pavimento calcareo, le pagine che tremano come se respirassero.
Non c’è più la tonaca.
Solo stracci, un maglione bucato che odora di fumo e di sudore vecchio.
La croce di legno d’ulivo gli pende al collo, appesa a una corda di cuoio. Ogni tanto la tocca, e la pelle brucia.
Non è più un prete. Non è più niente.
Solo un uomo che ha visto troppo e non riesce a chiudere gli occhi.
Le notti sono lunghe, qui.
Il vento entra dalle fessure e porta voci.
A volte sono le Janas. Cantano piano, fuori dalla porta, una melodia che sembra una ninna nanna ma fa venire i brividi. “Vieni, prete. Vieni a vedere cosa c’è sotto la terra.”
Lui stringe la croce. Non risponde. Ma le sente lo stesso, quelle voci, che gli scivolano dentro le orecchie come acqua fredda.
Altre volte è su Pascifera.
Arriva con la pioggia, quando il cielo si spacca e l’acqua batte sul tetto di tronchi come dita impazienti.
È una sagoma scura, ricoperta di peli di cinghiale, alta due metri, con occhi tondi e rossi come il fuoco. Si ferma davanti al pinnetto, e l’acqua santa nella bottiglia accanto al fuoco comincia a bollire. “Hai aperto la porta, Su Predi. Ora non si chiude più.”
Lui non dorme. Aspetta che passi. Ma su Pascifera lascia sempre una impronta profonda fuori dal cuile.
Poi ci sono le Surbiles.
Quelle sono le peggiori.
Vengono di notte, quando il fuoco è basso e il grimorio è chiuso.
Si infilano nei sogni. Una gli si siede sul petto, leggera come un gatto, e gli sussurra all’orecchio: “Dammi il sangue, prete. Solo un goccio. Poi ti lascio dormire.”
Lui si sveglia di soprassalto, la croce in mano, il cuore che gli martella nelle tempie.
A volte trova un segno sul collo. Un puntino rosso.
Non sa se è vero o se è solo la sua mente che gli gioca brutti scherzi.
Ma il peggio è il demone del limbo.
Quello non ha forma.
È solo una voce. Una voce che conosce il suo nome.
“Su Predi. Su Predi Sculau. Hai visto la verità. E ora?”
Gli parla mentre lava i panni nel torrente, mentre raccoglie legna, mentre cerca di dimenticare.
“Torna al grimorio. C’è ancora tanto da sapere.”
Lui scuote la testa. Ma la voce ride. Ride sempre.
Di giorno, però, la gente viene.
Pastori con gli occhi rossi di sonno, contadini con le mani screpolate.
Portano formaggio, pane, una bottiglia di mirto.
“Il mio gregge è malato, Su Predi. Le pecore non mangiano. Le trovano con gli occhi rovesciati.”
Lui non chiede soldi.
Prende il grimorio, traccia un simbolo sul muso della bestia con la cenere del fuoco, mormora una formula in una lingua arcaica.
Il giorno dopo, le pecore mangiano. I pastori se ne vanno, sussurrando il suo nome.
“Su Predi Sculau. L’unico che sa.”
La voce si sparge.
Da Dualchi a Orgosolo, da Fonni a Oliena.
I pastori parlano nei tzilleri, davanti a un bicchiere di cannonau.
“C’è uno nel Supramonte. Un eremita. Fa cose che i preti non osano.”
Qualcuno ride. Qualcuno trema.
Qualcuno sale su per i sentieri, con una foto del figlio che non dorme da settimane.
Una notte, il vento è più forte del solito.
Il pinnetto trema. Il fuoco fa fatica.
Il grimorio è chiuso e Su Predi è seduto su una stuoia a terra, la schiena contro la parete, la croce stretta tra le dita.
Fuori, la luna è nascosta dalle nuvole. Nessuna Jana. Nessun guardiano dei boschi.
Solo silenzio.
Poi, un colpo alla porta.
Un colpo secco. Umano.
“Su Predi!”
Una voce rauca, spezzata. “Su Predi Sculau! Apri, per l’amor di Dio!”
Lui si alza lentamente. Il cuore gli batte forte mentre apre la porta.
Davanti a lui c’è un uomo.
Barba di tre giorni, occhi rossi, camicia strappata.
Stringe un cappello tra le mani.
“Mio figlio,” dice. “Giacomo. Vede ombre. Parla di un flauto. Dice che viene dal Nuraghe Ono.”
Su Predi guarda l’uomo.
Guarda il buio alle sue spalle.
Guarda il grimorio, sul pavimento.
Il demone del limbo ride, piano, dentro la sua testa.
“È cominciato.”
Fine del secondo episodio. Prossimo: il flauto del nuraghe Ono
1 episodio: la caduta di Su Predi Sculau
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