Su Pascifera, il guardiano dei boschi sardi - Leggende e tradizioni di Sardegna Press "Enter" to skip to content

Su Pascifera, il guardiano dei boschi sardi

Tempo di lettura: 3 minuti

su pascifera

Uno degli esseri fantastici della Sardegna è Su Pascifera, il pastore della selvaggina. Leggi la descrizione.
Nel libro della nostra lettrice Ignazia Vargiu (vedi estratto del libro precedente), si racconta di questo misterioso protettore dei boschi sardi. Di seguito una breve descrizione del libro è l’estratto che racconta de su Pascifera.

Ignazia Vargiu vive con grande amore e passione il complesso mondo della narrazione e, attraverso autentici sentimenti e forti emozioni, affronta l’universo dello scrivere. Elabora e compone il suo particolare e articolato romanzo. Viaggia dentro il suo Libro dal particolare titolo «La vendetta degli invisibili della montagna di Sasso».
Dalla sua «penna» sgorgano ininterrottamente, come da una inesauribile «fontana», parole e frasi. Narra e compone circostanze di vita agropastorale, quelle vissute dai nostri progenitori nelle nostre arcaiche campagne sarde. Ambienti e fatti, quindi, avvenimenti e interazioni umane che fanno parte dei ricordi della nostra umile quotidianità paesana. Storie tra semplici e umili personaggi che affrontano, tra il bene e il male, la loro esistenza dentro quei «profumati» sentieri di una selvaggia e antica, quanto straordinaria Sardegna.

“Si alzò in piedi e si mise a urlare mostrando i pugni come fa l’atleta dopo una vittoria importante.
Il giovane conosceva i sentieri della montagna di Sasso ma al buio gli slittavano i piedi e faceva rumore. Sentiva l’Oink – oink! dei cinghiali, i cervi saltare, allora si fermava e respirava piano.

Sotto le fronde grosse ali si spostavano, a volte riconosceva la specie degli uccelli, altre no.
Quindi decise di avanzare più cauto per non disturbare gli abitanti della montagna, quando la volpe prese a guaiolare l’uomo rabbrividì:
La tua voce mette paura, cavoli! Peggio delle urla di un animale preistorico, eppure sei bella con il tuo bel manto.

Lanciò allora una pietra nella direzione di quell’orrendo guaito, quando all’improvviso vide una grossa sagoma.
Chi può essere? Nessun uomo in paese è così grosso, certamente proviene dai paesi limitrofi a caccia di cinghiali, quando gli uomini della venatoria dormono.
Il Planese non sapeva se avanzare o parlare, per dare il segnale che lui era una persona e non un cinghiale da impallinare emise il tipico fischio dei pastori, fu allora che la sagoma gli venne incontro.
Amico, mi chiamo Salvatore, ho il gregge più giù, sono disarmato e sto scendendo in paese. Non so chi sei e non voglio saperlo.
Stai fermo e non ti muovere! C’è qualcosa che devi sapere e ricordare per tutta la vita!

Di quell’essere mostruoso Salvatore non vedeva il volto, i peli di cinghiale lo ricoprivano del tutto, gli occhi  erano tondi e rossi come il fuoco.
Sino al torace sembrava un umano ma bacino, cosce e gambe erano ricoperte di pelo di cinghiale, i piedi  erano zoccoli e la coda terminava con due punte!?!
La paura avvolse Salvatore fino ad atterrirlo.
Chiese perché ce l’avesse con lui, quella specie di bestia rispose che il suo era solo un ammonimento, per tutti ma soprattutto per chi era dedito al bracconaggio.

Salvatore cercò allora di rabbonirlo spiegandosi:
Io non vado a caccia facevo il pastore sino a poco tempo fa.
Stasera sei venuto a disturbare, non farlo più! Adesso vattene e raccontalo a tutti quelli che uccidono il mio branco, perché lo concedo io! È loro, in quanto disobbedienti, si allontanano dalla mia protezione! Vattene! – gli intimò minaccioso.

Salvatore si girò senza replicare e corse via senza voltarsi, non seguì il sentiero, passò sopra spine e cespugli. Saltò tronchi d’alberi secchi cercando, per quanto gli fosse possibile, di non cadere.
Aveva percorso quattrocento metri di discesa sconnessa e finalmente era giunto ai piedi di quella maledetta montagna, sedette per rallentare il ritmo accelerato del cuore ed attese i primi bagliori dell’alba.
Scioccato non riusciva a pensare, si ripeteva che aveva chiuso con il monte Cùccuru.

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