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Il mistero del nuraghe Ono – Ep.4: La tessitrice della roccia

Uomo barbuto con tunica in orbace inginocchiato all'ingresso di una domus de janas, visto dall'interno.

📜 Il mistero del nuraghe Ono – Indice dei Capitoli

La discesa dal Supramonte era un’agonia di pietre vive e nebbia densa. Nel cuore della notte, i ginepri secolari sembravano braccia contorte pronte ad afferrare la veste logora del prete. Su Predi Sculau camminava a passo lento ma inesorabile, la bisaccia di cuoio che gli batteva contro il fianco con il peso secco dei tre scudi d’argento e il volume d’ombra del grimorio.

L’aria si era fatta talmente fredda da bruciare i polmoni, quando un bagliore insolito attirò la sua attenzione. Tra due pareti di calcare rigato dal tempo si apriva un’apertura rettangolare intagliata nella roccia con una precisione che nessun martello umano avrebbe mai potuto replicare: una Domus de Janas.

Dalla fessura non usciva l’odore di muffa della terra morta, ma un profumo caldo di miele selvatico, cera d’api e lentisco bruciato. E soprattutto, un bagliore dorato, liquido come luce lunare setacciata.

Su Predi si chinò. L’apertura era minuscola, alta poco più di un braccio, adatta appena a far passare un fanciullo. Ma quando accostò il viso ed mosse il primo passo all’interno, la geometria della realtà fece uno scatto improvviso, simile a una giuntura ossea che rientra in sede.

Lo spazio si dilagò.

Il prete non si ritrovò piegato in un cunicolo umido, ma in piedi sotto una volta di pietra levigata, spazzata da un calore diffuso e accogliente. Le pareti calcaree erano intagliate con motivi a spirale e corna bovine che sembravano respirare piano. La stanza era vasta, soffice d’ombre, arredata con banconi di legno profumato e ceste intessute d’asfodelo. Al centro, seduta su uno sgabello di ginepro, c’era una figura minuta.

La Jana era alta non più di tre palmi, ma la sua presenza riempiva l’ambiente con la solennità di una regina antica. Aveva la pelle d’un candore quasi trasparente, simile al marmo bianco investito dalla luna, e indossava un corpetto di velluto rosso ricamato con fili di seta e argento. Le sue mani, piccole e perfette, muovevano con grazia ritmica le spole di un telaio interamente fatto d’oro massiccio. Ogni passaggio del fuso produceva un suono dolce, una nota metallica e cristallina che scacciava il freddo dal corpo del prete.

Accanto a lei, riposte nell’ombra di una nicchia, si intravedevano due grandi casse di quercia rinforzate in ferro. Su Predi avvertì un brivido primordiale: sapeva cosa c’era dentro una di quelle casse. Sa Musca Maccedda. L’insetto mostruoso dal pungiglione velenoso, pronto a sciamare e a portare morte a chiunque avesse tentato di rubare le ricchezze senza permesso.

La Jana fermò la spola d’oro. Non si girò con spavento; si voltò lentamente, e i suoi occhi — grandi, scuri e privi di pupilla, profondi come pozzi millenari — fissarono Su Predi.

«Porti il sapore del ferro e del sangue secco nella mia casa, uomo di chiesa,» disse la creatura. La sua voce non vibrava nell’aria, ma gli risuonava direttamente nella scatola cranica, limpida e pulita. «Cosa cerca un prete rinnegato tra le pietre dei vivi e dei morti?»

«Cerco risposte,» rispose Su Predi, facendo un passo avanti ma mantenendo le distanze dal telaio d’oro. «Un bambino a valle è incatenato da un fischio d’osso. Un’entità cammina sul niente nel Nuraghe Ono, e il suo flauto gli sta prosciugando il respiro.»

La Jana accennò un sorriso amaro, privo di malizia ma carico di una tristezza immensa. Tornò a muovere la spola sul telaio, e un filo di luce dorata si allungò tra le sue dita.

«Quello non è un abitante della terra,» disse la fatina. «Noi Janas nasciamo dal respiro della roccia e dall’acqua delle sorgenti. Siamo legate a questo piano da prima che i tuoi antenati posassero la prima pietra del nuraghe. Ma ciò che risiede nella torre di Ono viene dal Vuoto. È un Guardiano. Un parassita cieco nato nelle crepe tra i mondi.»

«Come lo fermo?» chiese il prete, stringendo la cinghia del grimorio. «La croce non serve. L’acqua santa è solo acqua salata per qualcosa che non ha carne.»

«Non puoi ucciderlo,» rispose la Jana, e il suono del telaio d’oro fece vibrare i denti di Su Predi. «I Guardiani non muoiono perché non sono mai nati nel modo in cui lo intendi tu. L’oro che mostrano agli uomini è un’esca di luce grezza, un’illusione per paralizzare la volontà. L’essere vuole la mente del fanciullo perché il pensiero di un bambino è un filo non ancora teso, capace di alimentare la spaccatura che lo tiene legato a questa valle.»

La fatina allungò una mano verso il telaio, spezzò un piccolo pezzo di filo d’oro incantato con l’unghia e lo lasciò cadere a terra. Il filo non cadde, ma rimase fluttuante a mezz’aria, emettendo una sottile vibrazione armonica.

«Non puoi distruggere la breccia,» continuò la Jana. «Puoi solo cambiare la frequenza del suo canto. Il flauto d’osso si nutre del silenzio della paura. Per interrompere la risonanza e strappare il bambino, devi offrire al Guardiano un baratto energetico o usare la materia del suo stesso piano contro di lui. Se la tua mente cede durante il rituale, sarai tu a diventare il carburante della torre.»

«E l’artefatto?» chiese Su Predi, ricordando la nota a margine del tomo. «Il nucleo che mantiene la stabilità?»

La Jana lo fissò a lungo. Per la prima volta, un’ombra di prudenza attraversò il suo viso di porcellana.

«L’artefatto non appartiene né a noi né a voi. Se lo prendi, stabilizzerai la fessura, ma ti legherai a quel piano per sempre. Sarai un ponte camminante tra la carne e il vuoto. Pensaci bene, prete. Chi tocca il cuore delle tenebre perde il diritto di tornare alla luce.»

La creatura riprese a tessere con ritmo costante, e lo spazio attorno a Su Predi cominciò a contrarsi di nuovo. Il profumo di miele lasciò il posto all’odore pungente della nebbia notturna.

«Ora va’,» sussurrò la voce nella sua testa, mentre le pareti della dimora sfumavano. «Il ragazzo non ha molto tempo. E ricorda: non toccare mai le casse senza il padrone. Sa Musca Maccedda non perdona i curiosi.»

Un battito di ciglia dopo, Su Predi Sculau era di nuovo in ginocchio nella fanghiglia fredda, all’esterno della stretta Domus de Janas. La roccia era di nuovo muta, sorda e priva di luce.

Ma nella sua mente, la strada per Dualchi non era mai stata così chiara. E la sua paura, ora, si era trasformata in un’affilata determinazione.