
La Sardegna, terra di antiche tradizioni e misteri, custodisce un patrimonio linguistico di inestimabile valore: i frastimmos e gli irroccos, le potenti imprecazioni e maledizioni sarde.
Più che semplici maledizioni, queste espressioni sono uno specchio dell’anima isolana, cariche di storia, cultura e, talvolta, di un’ironia amara.
La lista è in continuo aggiornamento suddivisa per tipologie di imprecazioni/maledizioni. Clicca sulla freccetta nera per vedere le imprecazioni per categoria e scoprirne il significato.
Buon divertimento…..
— IMPRECAZIONI SU SALUTE —
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Abruxau siasta – Che tu possa essere bruciato. Questa è un’imprecazione diretta e molto forte, che augura una fine drastica e dolorosa attraverso il fuoco. Spesso non è intesa letteralmente come un incendio, ma piuttosto come un augurio di rovina totale, distruzione, o di una fine tragica e definitiva che consuma tutto. È un modo estremo per esprimere rabbia o disprezzo, desiderando la scomparsa completa e rapida della persona a cui è rivolta.
In alcune varianti o contesti, può anche essere legata all’idea di essere “consumato” da un male o da una condizione, fino a non lasciare traccia.
A itte est chi m’irroccas? Sa medichina a broccas. A itte mi frastimas? Sa medichina a tinas – Perché mi imprechi? La medicina a brocche. Perché mi bestemmi? La medicina a tini.
Questo “frastimmo” sardo non è una semplice domanda, ma una potente maledizione che augura all’offensore una malattia grave e prolungata. La metafora della “medicina a brocche e a tini” simboleggia la necessità di infinite e costanti cure, indicando una sofferenza duratura.
È una forma di giustizia o vendetta popolare, dove la punizione per un torto è una lunga e tormentata afflizione fisica, proporzionata all’offesa ricevuta.
A spagu ti còsanta – Ti possano cucire con lo spago.
Questa imprecazione si riferisce alla pratica di cucire i cadaveri con uno spago o filo spesso prima della sepoltura, specialmente in contesti di emergenza o quando i riti funebri erano più semplici. Pertanto, augurare “A spagu ti còsanta” equivale a dire: “Che tu possa morire e che il tuo corpo sia cucito per la sepoltura”, implicando una morte violenta, improvvisa o comunque prematura e disonorevole, che non permetta una preparazione dignitosa.
In sintesi, è un augurio di morte, spesso violenta o inaspettata, priva di cura e rispetto. (segnalato da Francesco Arzu)
Ancu andisi a duas cambas e torres a camba sola – Che tu possa andare con due gambe e tornare con una sola gamba.
Questa imprecazione augura a qualcuno di subire un grave infortunio o una mutilazione fisica durante un’uscita o un viaggio, tale da menomarlo permanentemente. Non si limita a desiderare un incidente, ma proprio la perdita di un arto o una disabilità che alteri irreversibilmente la mobilità e la qualità della vita della persona.
È un augurio di sofferenza fisica e invalidità duratura, una punizione corporea che rimarca in modo visibile il male ricevuto o l’offesa commessa.
Ancu andisi pista pista e feri feri comente aiscu de Loceri – Che tu vada pesta pesta e gira gira come una scodella di Loceri.
Ancu c’arruzzasta in unu fossu e moris de famini in viaggiu – Che tu possa cadere in un fosso e morire di fame in viaggio.
Questa è un’imprecazione particolarmente crudele e creativa, che desidera una fine estremamente misera, solitaria e prolungata. La caduta “in un fosso” simboleggia un incidente banale ma fatale, un’assenza di aiuto o di dignità. L’idea di “morire di fame in viaggio” enfatizza un’agonia che si protrae nel tempo e nello spazio, lontano da ogni soccorso e affetto.
La sua peculiarità risiede nell’iperbole: il frastimmo suggerisce una caduta in un abisso così profondo e isolato che la morte per fame sopraggiunga addirittura durante la caduta stessa, prolungando all’infinito l’agonia. È un augurio di disperazione totale, di solitudine assoluta e di un’impotenza che culmina in una morte lenta e senza possibilità di fuga o aiuto. (segnalata da Marco Sechi)
Ancu curras cun is istintina in manos – Che tu possa correre con l’intestino nelle mani (segnalato da Francesca Marzo).
Ancu fettes su campidanu a ginugus tira tira – Che possa fare il Campidano strisciando sulle ginocchia (segnalato da Harry Angel).
Ancu pòngiasa sa gamba po pei! – Che usi la gamba al posto del piede.
Ancu t’agàttene in d’unu lettu e sida – Che tu sia colto da malore in campagna (segnalata da Santina Santapazienza).
Ancu t’arruara sa minca a terra e da pappinti is canis! – Che ti possa cadere il pene in terra e lo mangino i cani.
Ancu ti connoscant dae sos pes – Che possano riconoscerti solo dai piedi, intendendo che il resto è bruciato (segnalato da Harry Angel).
Ancu ti enzet unu male chi no bi siet rimediu a ti sanare – Che ti venga una malattia e che non ci sia nessun rimedio per guarirti (segnalato da Harry Angel).
Chi ti fazza che s’erba a is canis – Che ti faccia come l’erba ai cani. Si dice così quando si augura a qualcuno che ciò che mangia gli vada di traverso o che lo vomiti! (segnalata da Daniele Mostallino).
Ancu ti bia màrturu in s’ungroni po totu vide tua! – Che ti veda paralizzato in un cantuccio per tutta la tua vita.
Ancu tindi essad’una e pibisia chi no abarri logu de ndi essiri un’antra!!! – Che ti esca una pustola così grande che non rimanga posto per uscirne un’altra.
Ancu ti bengada su bremini – Che ti vengano i vermi.
Ancu ti bengiada ua callentura de t’arridai duas fittas ’e pani in sa schina – Che ti venga la febbre tanto alta da abbrustolirti due fette di pane nella schiena (segnalata da Patrizia Onida).
Ancu ti carpas che canna – Che ti spacchi come una canna.
Ancu ti pighiri una callentura fotti de ti scallai s’aneddu in su didu! – Che ti venga una febbre così alta che ti squagli l’anello nel dito (segnalata da Marco Sechi).
Ancu ti pighidi ognia mali malu – Che ti venga ogni male cattivo.
Chi no pozzasta torrai sulidu – Che possa mancarti il fiato (segnalato da Massimo Di Martino).
Chi ti falene tanto males cantos ooso bi cherene pò ippaccare una campana – Ti vengano tante malattie quante uova servono per spaccare una campana (segnalata da Elisabetta Derosas).
Dolore ’e matta, ti enzat in die ’e festa!! – Mal di pancia ti venga in giorno di festa.
Gesu Cristu ti onga 100 annus de vida… 99 mobadiu e croccau e morendi un’annu e una xida – Gesù Cristo ti dia 100 anni di vita, 99 malatto e coricato e un anno e una settimana di agonia (segnalato da Mocci Vittorio).
Iscuricau sias in concales d’ocru – Oscurato sii nel cavo degli occhi. In poche parole si augura la cecità.
Mancai t’arruzada unu brazzu affatt’e s’attru – Che ti possa cadere un braccio dietro l’altro.
No po ti oli Mali, ma d’ogna giru chi faidi s’arroda de sa macchina po’ torrai a domu, una di de uspidali! – Non per volerti male ma ogni giro che fa la ruota della macchina per tornare a casa, un giorno di ospedale.
Sa limba pabassada! – La lingua appassita.
Sa manu chei sa de su milesu, chi contaiat s’aranzu chin su pè – Che tu possa avere la mano come quella del milese (?) che contava le arance con il piede.
Sas manos chi filighe naschinne – Le mani come la felce quando nasce. Per avere una idea, cercate una foto della felce in boccio.
Sas manos che sa minca e nonnu – Le mani come il membro di nonno (secco, rattrappito, morto). Rivolto a chi ha le mani lunghe o non chiude la porta. (segnalata da Costantino Mongili).
Sas manus siccas – Le mani secche.
Sa matta chi ti che falet – Il ventre che ti scenda (ernia).
Sos ojos in su piattu ke a Santa Lughia – Gli occhi nel piatto come Santa Lucia.
Ti auguru de essi talmenti arriccu de ti podi comprai 1000 cuaddusu chi no pozzanta accudi andendi e torrendi pottendidì mexina – Ti auguro di essere così ricco da poterti comprare 1000 cavalli che non possano stare dietro ad andare e tornare portandoti medicine.
Ti pighidi una guta serena – Ti venga una paresi con la bocca sorridente. (segnalata da Imperator Dino Pontifex Maximus).
Una camba da perdasa in camminu e s’attra ti da seghi su dottori! – Una gamba la perda in cammino e una te la tagli il dottore.
Una colora e una maladia chi ti fettene cumpagnia – Una biscia e una malattia ti facciano compagnia (segnalata da Carlo Cabras).
Unu, duos e trese, Male ti corches e pejus ti peses – Uno due e tre, Che ti corichi male e peggio ti alzi.
— IMPRECAZIONI SU DESTINO —
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Ancu andisi de grutta in grutta che su càschidu de bucca in bucca – Che tu possa andare di grotta in grotta come lo sbadiglio di bocca in bocca.Questa è un’imprecazione particolarmente originale e pungente. Non augura una morte o una sofferenza fisica diretta, ma una condizione di estrema instabilità, disagio e mancanza di pace, che si propaga e si amplifica. L’immagine centrale è quella dello sbadiglio:
– Lo sbadiglio è involontario, spesso associato a stanchezza, noia, o malessere.
– È contagioso, si diffonde rapidamente da persona a persona.
– Non ha una “sede” fissa, passa velocemente da una bocca all’altra.
Pertanto, l’imprecazione augura a qualcuno di:
– Vagare senza sosta, senza una casa o un punto fermo (“di grotta in grotta”).
– Essere costantemente affetto da un malessere interiore o da una stanchezza cronica (come la condizione che induce lo sbadiglio).
– Vedere la propria sofferenza o infelicità diffondersi e riverberarsi nelle vite altrui, o essere lui stesso fonte di disagio che contagia chi gli sta intorno, senza mai trovare riposo o stabilità.
– Essere instabile e senza identità definita, proprio come lo sbadiglio che non si ferma in nessun luogo e non appartiene a nessuno.
In sintesi, è un frastimmo che augura una vita di perenne irrequietezza, di contagioso malessere e di esistenza frammentata, senza mai trovare pace o stabilità, simile a un’epidemia di disagio che si propaga.
Ancu andes dae janna in janna e in neddube accattes grassia – Che tu vada di porta in porta e in nessun luogo trovi grazia.
Ancu appes disauras, dispiagheres e maladias cantos os bi cherent a istampare una campana noa – Che tu abbia disgrazie, dispiaceri e malattie quanti colpi di uova ci vogliono per bucare una campana nuova.
Ancu non bias mai luche ’e Deus – Che tu non possa mai vedere la luce di Dio. Che non abbia mai fortuna (segnalato da Harry Angel).
Ancu no ti torrint’a bì mancu pintau – Che tu non possa essere visto nemmeno dipinto.
Questa è un’imprecazione che desidera l’assoluta e totale scomparsa della persona a cui è rivolta. Non si augura solo la morte, ma una condizione di oblio così profondo che non ne rimanga nemmeno un ricordo, nemmeno un’immagine, un ritratto. È un desiderio di cancellazione completa dall’esistenza e dalla memoria collettiva, come se la persona non fosse mai esistita.
Esprime un’intensa rabbia o disprezzo, volendo negare all’altro non solo la vita, ma anche ogni forma di permanenza o riconoscimento postumo.
Ancu spaccisi sa beccesa in presoni – Che possa finire la vecchiaia in prigione.
Ancu t’accorrinti in d’unu logu strintu, de toccai a ti fai su bagnu d’ogna dì po ‘nci cappi – Che ti rinchiudano in un luogo così stretto che devi farti il bagno ogni giorno per starci.
Ancu ti bia cun sa bertuledda – Che ti veda con la bisaccia (chiedendo l’elemosina).
Ancu ti bia cun dognia mala fortuna e ti spaccisi – Che possa vederti con ogni fortuna avversa e così ti consumi.<br
Ancu ti bia cun dognia disgrazia! – Che ti veda con ogni disgrazia.
Ancu ti manchet su pane, s’abba e su fogu – Che ti manchi il pane, l’acqua e il fuoco (segnalato da Harry Angel).
Chi ti pighidi scraffingiu a is ogus e is manus a canciofa – Che ti venga prurito agli occhi e le mani come carciofi.
Ancu ti ponganta in pitzus de unu molenti e ti nci scudanta in su peus logu – Che ti trasportino a dorso di un asino e ti scaraventino nel peggior luogo.
Ancu torres a nudda – Che tu possa ritornare a nulla.
Bae in oramala – Vai in malora.
Cantas sunu sas pummas de sa pudda, annadas malas e maledisciones ti calent – Quante sono le piume della gallina, annate cattive e maledizioni ti vengano (segnalato da Harry Angel).
Mal’accabbu fezzasta – Che tu possa fare una brutta fine (segnalato da Massimo di Martino).
Mala Jana ti jucat – Cattiva Jana ti porti. Le janas sono le fate sarde. Queste potevano portare del bene o male alle persone.
Mancai fezzasta s’andada e su fumu e sa torrada de s’Andrea Doria – Che possa fare l’andata del fumo e il ritorno dell’Andrea Doria.
Ti auguru de accabai in una presoni aicci strinta ca ti deppisi segai sa braba d’ogna dì po doi capi – Ti auguro di finire in una prigione così stretta che ti devi tagliare la barba per starci dentro. (segnalata da Hermione Miao).
— IMPRECAZIONI SU MORTE/SCOMPARSA–
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A perdas pizzighese – Che tu possa essere lapidato (segnalato da Gabriella Lucchesu).Aicci castis is froris de is arrexinas – Così possa guardare i fiori dalle radici. Dedicato a chi ti guarda storto.
Aicci potzasta pappai cun frocchitta de pratta – Si narra che ai condannati a morte della città di Cagliari venisse servito l’ultimo pasto in stoviglie d’argento. (segnalato da Federico Casti).
Ancu andisi che su cinisciu – Che tu possa andare come la cenere.
Questa imprecazione augura a qualcuno di dissolversi e scomparire completamente, senza lasciare traccia, proprio come la cenere che il vento disperde. È un desiderio di annientamento totale, non solo fisico ma anche della memoria o dell’influenza della persona. Non si augura solo la morte, ma una fine che non lasci nulla dietro di sé, né un ricordo, né un’eredità.
Esprime un profondo disprezzo e il desiderio che la persona sia completamente cancellata, come se non fosse mai esistita, quasi polverizzata e portata via per sempre.
Ancu andisi e no torristi – Che tu possa andare e non tornare.
Questa è un’imprecazione diretta e potente che augura l’assoluta e definitiva scomparsa della persona a cui è rivolta. Non si limita a desiderare che qualcuno vada via, ma implica una partenza senza ritorno, che sia attraverso la morte, un allontanamento irreversibile, o una completa sparizione.
Esprime un desiderio di cancellazione totale e permanente dalla vita di chi la pronuncia, un taglio netto e irrimediabile, come se la persona non dovesse più esistere o incrociare mai più il proprio cammino.
Ancu andisi e non torris e ndi torri scetti su nomini iscrittu in su giornali – Che tu vada e non ritorni e torni solo il tuo nome scritto nel giornale.
Questa imprecazione non solo augura una scomparsa definitiva e senza ritorno, ma aggiunge un elemento di tragicità e disonore pubblico. “Tornare solo il nome scritto sul giornale” è un chiaro riferimento alla notizia della morte della persona pubblicata sul necrologio.
È un augurio estremamente severo che desidera:
– Una morte inaspettata o violenta che venga riportata dai media.
– L’assenza di un ritorno fisico, segnando una rottura totale e irreversibile.
– Una forma di pubblica registrazione della fine, priva di ogni dignità o ricordo affettuoso, ma ridotta a una semplice notizia. In sintesi, è un frastimmo che augura la morte e la successiva, fredda, notizia della scomparsa, negando qualsiasi forma di ritorno, di presenza o di ricordo personale significativo.
Ancu non t’arbésciada sa dì de crasi – Che non veda l’albeggiare di domani.
Ancu intret sa ruche in dommo tua – Che entri la croce in casa tua.
Ancu ti nci pappinti is porceddas – Che ti divorino le scrofe.
Ancu ti ponganta in sa mesa! – Che distendano il tuo cadavere sul tavolo.
Ancu si che morzada in unu mamentu e unfradu che su pane lentu l’agattene – Che possa morire in un momento e lo trovino gonfio come il Pane Lentu (è un prodotto della lavorazione del pane carasau).
Ancu sias isperdiu, tue e sa zenerassione tua, chi no s’accattet prus radichina – Che possa venir disperso tu e la generazione tua, che non si trovi più radice.
Ancu siast spredtziau in su fogu et fitiperiau sempiri po sempiri – Che tu sia disperso tra le fiamme e insultato per l’eternità. (segnalata da Graziella Pinna Arconte).
Ancu ti carrarjen – Che ti coprano di pietre e di frasche. (Che ti ammazzino e nascondano il tuo cadavere).
Ancu ti facan a pedichinos – Che ti facciano a gelatina.
Ancu ti pachet sa morte sa bidda – Che ti paghi la morte la città (ridotto in miseria).
Ancu ti ponganta peis a genna e conca in su muru – Possano metterti con i piedi verso la porta e la testa verso il muro (posizione della salma in attesa di essere inumata).
Ancu ti pighinti in quattru – Che ti prendano in quattro, intendendo i quattro che portano la bara del morto. (segnalata da Barbara Dessì).
Ancu ti possiani aciapà moltu in lu riu, cussì ki li cani ani da bì e magnà! – Che ti possano trovare nel fiume, così che i cani abbiano da bere e da mangiare (segnalato da Nino Sardonico).
Ancu ti sparidi sa giustizia – Che ti spari la giustizia.
Ancu t’ia mortu a balla! – Che ti veda ucciso da una fucilata.
Ancu t’aggàtene spistiddau, mortu e iscorgiau – Che ti trovino con la nuca fracassata, morto e scorticato.
Ancu t’agàttene stragàu a balla! – Che ti trovino straziato dalle fucilate.
Ancu t’agattinti cra manzana imbuligau in d’unu lanzoru aintru a unu baule – Che ti trovino domani mattina avvolto in un lenzuolo dentro una bara.
Bai e chi andis che su pilu ‘e su pilloni – Va e che tu vada come le piume dell’uccello (Che sii disperso).
Bai e chi ti sianta contaus is passus – Vai e che ti siano i passi contati.
Chi non t’arbescat sa die ’e cras – Che non possa vedere l’alba di domani.
Chi non t’iscurichet sa die de oe – Che tu non possa vedere il tramonto di oggi.
Chi t’interrinti biu po sa pressi – Che ti sotterrino vivo per la fretta.
Chi ti occiada su sidi conca a s’aqua! – Che tu possa morire di sete quando ormai sei giunto alla sorgente d’acqua.
Chi ti pozzas squartarai in d’unu muru e candu ti ciccanta, non t’agattinti, poitta ti piganta po sa pubblicidadi de is tamattasa – Che ti possa schiantare su un muro e quando ti cercano, non ti trovino, perché ti confondono con la pubblicità dei pomodori.
Corfu ’e balla ehi ti trunchet sa bena e su coro – Colpo di palla che ti tronchi la vena del cuore.
Dae su lettu a su baulu fatzasta – Che tu faccia dal letto alla cassa da morto. (segnalata da Zeno Veruti).
Fogu t’abruxidi e su bentu ci tiridi a casinu su cinixu – Il fuoco ti bruci e il vento sparga lontano la cenere (segnalato da Fabio Marduk Ardu).
Is ossusu in pruini nd’aregolla su Dottori – Le ossa in polvere raccolga il dottore.
Lumbara e spistiddara – Fatta a pezzi e con la nuca fracassata (segnalata da Martina Dessì).
Mancai siasta oi sazau e crasi interrau – Che tu possa essere oggi sazio e domani sepolto.
Mancari dures comente unu punzu de sale in s’abba callente – Che tu possa durare come un pugno di sale nell’acqua bollente. (segnalata da Santina Santapazienza).
Oliau siast – Oliato sia. Per l’olio si intende quello della estrema unzione.
Raju ti falet e non bi codiet prughere – Raggio (fulmine) ti piombi addosso e non ci lasci polvere (di te).
S’anima ti ’ndi bessat – L’anima ti esca, ti abbandoni.
S’andar’’e Jaju – L’andata di Nonno… (segnalata da Vincenzo Piras).
Sa basca de Cragallu, ca ddi funti abbaradasa scetti is accioasa ’e is crappitasa – Possa provare il caldo che provò Cragallu, a cui rimasero solo i chiodi delle scarpe intendendo che il resto è bruciato (segnalato da Piero Cossu).
Sa fune, su boja e tottu sa cavalleria – La corda, il boia e tutta la cavalleria. Cioè: la corda per appiccarti, il boia per tirar la corda, e la cavalleria di guardia intorno alla forca.
Sa mazza in prazza e sa frisciura in crabettura – L’intestino in cortile e le interiora nel tetto.
Sa prossim’orta chi bessis de dommu siada appalas de sa cruxi – La prossima volta che esci da casa che possa essere dietro la croce.
Santa Bibbiana, Ancu morjas de gana, O ti surbet s’arrana – Santa Bibbiana, Che tu muoia di fame, O ti succhielli la rana.
Si t’agàtas prenu de appetitu ti ànzat unu frittu e morzas ululande – Se ti trovi a mangiare pieno di appetito, ti venga un brivido di freddo e possa morire ululando.
Siccau t’agattene; Siccu sias – Ti trovino secco (segnalata da Vincenzo Piras).
Su corpu a sos corbos, s’anima a sos dimonios – Il corpo ai corvi e l’anima ai demoni.
Su Credo cantau chi ti neue iss’oricra, cantu prus innantis – Il Credo cantato che ti dicano all’orecchio, quanto più presto. Il Credo vien cantato nei funerali, vicino alla bara del defunto.
Squattarau siasta – Che tu sia squartato.
S’urtimu – L’ultimo. Solitamente si dice quando uno starnutisce forte, nel senso che sia l’ultimo che fa in vita.
Su predi a mengianu e is froris a merì – Il prete di mattina e i fiori di sera.
Ti auguru de ci campai a 100 annusu: 99 annusu palasa a terra e un annu morendi – Ti auguro di campare cento anni, novantanove schiena a terra e uno morendo.
Ti auguru cent’annus de vida. norantanoi maladiu e unu preghendi a morri – Ti auguro cent’anni di vita, novantanove malato e uno pregando per morire.
Ti auguru de bivi cent’annusu: norantanoi pesa e crocca e unu in agonia – Ti auguro di vivere cent’anni di vita. Novantanove malato e uno in agonia. (segnalata da Hermione Miao).
Ti doppiasta scidai fridu – Ti dovevi svegliare freddo (un augurio di morte). (segnalato da Gianfranco Erriu).
Ti sicchidi su soli e su bentu ti sonidi is ossus – Il sole ti secchi ed il vento ti faccia suonare le ossa.
— IMPRECAZIONI GENERICHE–
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Aicci siada su ziu chi m’iddai bendia – Riferito a chi vende la frutta marcia all’interno. (segnalata da Barbara Dessì).Aicci ti ghettinti su pani – Così ti lancino il pane. Usata per riprendere una persona che invece di passarti delicatamente un oggetto te lo lancia. Voleva indicare una situazione di stenti estremi dove il pane duro veniva lanciato con disprezzo a chi ne era bisognoso.
Ancu ti currat in fattu – Che ti corrano dietro.
Ancu ti gioghinti de centu e una stoccara – Possano colpirti con cento e una coltellata (segnalata da Carlo Rosas).
Ancu ci torrisi in su cunnu – Che tu possa rientrare da dove sei stato partorito (segnalato da Vincenzo Piras).
Appiccàdu siast in die de sole e untu a mele – Che tu possa essere appeso in dì di sole e unto col miele.
Azzapula, azzapula, feri, feri… andisti!!! – Cadi cadi, sbatti sbatti tu possa andare. (segnalata da Gabriella Seu).
Cantu dura su sonu campe su padronu – Quanto dura il suono duri il padrone. Si dice solitamente a chi scorreggia.
Che in sa cadriga de Santu Larenzu ti che ponzana a fogu lentu – Che ti mettano a fuoco lento nella graticola di San Lorenzo.
Chi passidi a mei e bengada a tui – Che (questo fastidio, dolore, etc.) passi a me e venga a te. Si usa solitamente quando qualcuno sminuisce le nostre lamentele per qualche malanno.
Chi tengasa s’arrisu de is crabittus in dì e’ Pasca – Che possa avere il sorriso delle caprette nel giorno di Pasqua. (segnalata da Virginia Piras).
Chi ti pighiri su dimmoniu in dommu tua a intra’è notti!! – Che ti porti via il demonio in casa tua nella notte.
Corpu ’e balla – Colpo di palla. Che tu sia colpito da una fucilata! Si usa spesso come intercalare.
Corpu ’e balla a s’ischina – Colpo di palla alla schiena.
Deus ti mantenzat e sos santos ti addobbene – Dio ti mantenga e i santi ti picchino.
Dogna curva un’orroda – Ad ogni curva (si stacchi) una ruota, usato quando uno guida imprudentemente rischiando di investire la gente. (segnalata da Francesco Arzu).
Fogu ti pichidi e acqua t’ammachidi – Possa prendere fuoco e mancarti l’acqua.
In culu setti agus ti passinti – Diretta a qualcuno che si lamenta perché non riesce a passare per la strada.
Is barras cancaradas – Anche semplicemente “Is barras“. Ti possano cadere le mascelle. Solitamente riferito a qualcuno che bestemmia. (segnalato da Diego Cotza).
Is manus cancaradas e impromittias a sant’arega – Le mani rattrappite e promesse a Santa Greca.
Is manus che su sagrestanu de sant’arega, ca sonada is campanas cun is dentis – Le mani come il sacrestano di Santa Greca, che suonava le campane con i denti.
Is manus che ziu Pinna, una de ferru e s’attra de linna – Le mani come zio Pinna (?), una di ferro e l’altra di legna.
Is manus purdiadas – Le mani putrefatte.
Is ogus arrutus – Gli occhi ti cadano. Solitamente si dice contro chi fa il malocchio o guarda storto.
Is ogus puntus – Gli occhi punti. Solitamente si dice contro chi fa il malocchio o guarda storto.
Istoccada – Stoccata ti diano, coltellata.
Istrale – Ascia. Lapidario. Si può aggiungere in genere “a conca” (in testa) o “a tzugu” (nel collo) (segnalata da Vincenzo Piras). L’alenu d’unu ammazzia l’altu – Il respiro di uno uccida l’altro.
Lampu ddi calidi! – Che gli scenda un lampo (segnalato da Andrea Nonnis).
Maleittu chie ti fachet bene – Maledetto chi ti fa del bene.
Maleitta s’aima chi ti cheret bene – Maledetta l’anima che ti vuol bene.
Maladittu su latti chi ti sesi buffau candu sesi nasciru! – Maledetto il latte che hai bevuto quando sei nato. (segnalato da Gianni Mura).
Malas pascas chi fettas – Che tu possa passare delle brutte feste (segnalato da Antonio Regnum Sardiniae Pira).
Mancai ti pighinti a stoccasada de canna prea de arena – Che ti prendano a coltellate con una canna con la punta piena di sabbia.
Mancai ti spizzullidi s’Axra – Che ti possa pizzicare l’Argia (ragno velenoso) (segnalata da Fabio Mulas).
Mancu ki no bidasa lughe in totta vida e si la idese ki siede mamma dua brujende – Che tu non possa vedere mai luce nella tua vita e se la vedi che sia tua madre che brucia.
No esti po d’olli mali ma chi du biemmu allupendi du cumbidammu una tassa de abba – Non è per volergli male ma se lo vedevo affogando gli offrivo un bicchiere d’acqua.
Pagami Deu! – Pagami Dio! Più che imprecazione questa è una invocazione sacrilega. Si chiede l’aiuto di Dio nella vendetta contro qualcuno che ci ha offeso. Si usa anche in segno di ringraziamento allorché si apprende qualche disgrazia accaduta al nemico, all’offensore.
Poborittu chi potada un’oghu de zappu e una gamba de figu! – Poveretto se aveva un occhio di stracci e una gamba di legno di fico. In risposta a qualcuno che dice “Poveretto quello/a”.
S’arrisu e s’arenada, chi s’est opetta e no s’est prus serrada – Il sorriso della melagrana, che si è aperta e non si è più chiusa.
S’arrisu de s’arenada chi cando s’è cotta s’è crepada – Il sorriso della melagrana che quando matura si spacca. Si dice quando qualcuno ride a sproposito.
S’arrisu de s’angioni in dì de pasca – Il sorriso dell’agnello nel giorno di Pasqua.
S’arrisu t’andidi in prantu – Il ridere si trasformi in pianto. Quando qualcuno ride a sproposito.
S’enna de su baullu! – La porta della bara. Da dire quando qualcuno non chiude la porta.
Sa giustissia ti èndada a s’incantu – La giustizia ti venda all’incanto.
Salude e trigu a carras, e cumente tronat in chelu ti tronente sas barras – Salute e grano a stai, e come tuona in cielo ti tuonino (?) le mascelle.
Saludi a su bessiu e fogu a su biu – Salute al suono e fuoco al vivo. Si dice solitamente a chi scorreggia.
Saludi a su sonu e fogu a s’istrumentu! – Salute al suono e fuoco allo strumento. Si dice solitamente a chi scorreggia.
’Stizia ti pighidi – La giustizia ti catturi (segnalata da Giulia Chillocci).
Su Diaulu sa mama chi t’à fattu – Al Diavolo la madre che ti ha fatto.
Su Diaulu chie ti reghet in terra – Al diavolo chi ti regge sulla terra.
Su Dialu chiea prima t’hat battili a su mundu – Al diavolo chi prima ti portò al mondo.
Su pidu piu piu cantu dura su fragu duristi biu – Lo scorreggio piu piu quanto dura la puzza possa durare tu vivo. Solitamente riferito a chi scorreggia.
Ti calente tantos rajos cantu fotzas nanniga su entu – Ti possano colpire tanti fulmini quante foglie riesce a muovere il vento.
Ti ’nde falene duos rajos, unu mannu e unu minore, ei su minore chi non lasse logu a su mannu – Ti colpiscano due fulmini, uno grande e uno piccolo, e quello piccolo che non lasci posto al grande.
Zaccau siasta – Che tu possa spaccarti.
— IMPRECAZIONI ARTICOLATE —
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1.
| A: Bazzi in bon’ora! B: Donzi passu una colora! A: Una colora e una malattia chi ti fettan cumpanzìa! |
A: Fai/fate buon viaggio. (Sarcastico) B: Che tu possa incontrare un serpente ad ogni passo che farai lungo il cammino! A: Un serpente e una malattia siano le tue compagne di viaggio! (segnalato da Antonio Regnum Sardiniae Pira) |
2.
| Da cantos pisches at su regnu marinu, a cantos puzones bolant in s’aera, a cantas untzas pesat su terrinu; da cantos frores bessint in beranu, a cantos coros palpitant in sinu, ancu non bias mura ne cota né froria; da cantu in mill’annos b’at minutos, gai ti calent lampos e tronos allutos… |
Sii colpito dalla malasorte – tante volte quanti pesci ci sono nel mare, quanti uccelli volano nell’aria, quante once pesa la Terra, quanti fiori sbocciano in primavera, quanti cuori palpitano in seno, così tante volte tu non possa vedere le more ne mature ne fiorite; tante volte quanti minuti vi sono in mille anni, così scendano su di te lampi e tuoni accesi… (segnalato da Antonio Regnum Sardiniae Pira) |
3.
| Frastimu ma no isciu frastimai Ca Deus no m’hat donau su talentu. Ancu si pesit unu fogu tentu E no ndi dhu studit s’acua de su mari! Su palatzu torrit fundu a susu Cun sa teulada a fundamentu E su fundamentu a pat’e susu. Sa ruxi potint ainanti e a tui avatu! |
Impreco, ma io non so imprecare Ché Dio non mi ha concesso il talento. Possa scoppiare un forte incendio Che non lo spenga l’acqua del mare! Il palazzo si possa rovesciare Con il tetto come fondamenta E le fondazione al di sopra. Vada avanti la croce e tu dietro |
4.
| Cumenti fai a nci dhus bogai ancora no tengu bidea Ancu dhis pighit una diarrea Cumenti hiat a praxi a mei: Is pantalonis a brutz’e pei Potéssint acapiaus! …De sanguni calit un’arrìu De is venas de cussa cumpangìa In modu chi sa genti in sa ‘ia No potzat mancu passai! … De maistrali si pesit un’araxi Chi ndi pinnighit custa cumpangìa! Ancu intenda campanas sonendi Po sa moti de is barracelus! E candu sentzat su bentu In bidha fàtzanta lamentu Ca no dhusu bolinti interrai. E funti pudescendi giai! Sa genti sigat a nai: est frastimu de tziu Antinu! Pigai subitu unu cadinu E cicai de dhus arregoli Ca mancu nosu hestus a boli A si lassai fuliaus Fintzas a essi isfiguaraus De is canis o de is crobus! Obetus potint is ogus Ma no bianta mancu su soli! Ancu dhus pongant a moli Che burricus, a notti intera! Benimindi, su Capitanu: Ancu preghist a bivi sanu E a mitadi ti seghisti! A su barracelu C.: In donnia pilu unu guròni Chi no ti lessit tranquilu! M’iscarescìa de M. Satzau de petza de angiòni Chi hessisti potziu cherpai! Naru a su barracelu L.: Dexiottu po’ ti nci tròci Imbodhicau in d’unu cappottu! Po’ ti nci tròci dexiòttu! A tui C. E.: Piscau de mari cun d’una arretza Cun is ossus foras de pari. Cun d’un’arretza piscau! Abàrranta M.e C.: Mancu a fustigu si tòccu Ca no seis genti fidada! Barracelus de Crabonaxa, Chi seis genti intelligenti No s’estis a depi offendi. E no timais po’ is frastimus Ca no seis bosàturus is primus Chi deu hapu frastimau! |
Come fare per cacciarli via Ancora non ne ho idea Che prendano una diarrea Come piacerebbe a me: Pantaloni legati alle caviglie Portassero legati! Scorra un fiume di sangue Dalle vene di quella compagnia In modo la gente per strada Non possa più passare! Si levi il vento di maestrale Che porti via questa compagnia! Possa sentire campane suonare Per la morte delle guardie campestri! E quando si calma il vento In paese elevino un lamento Perché non li vogliono seppellire. E stanno puzzando già! La gente continui a dire: È imprecazione di tziu Antinu! Prendete subito un cesto E cercate di raccoglierli Ché neppure noi vorremmo Essere lasciati buttati Fino ad essere sfigurati Dai cani o dai corvi! Abbiano gli occhi aperti Ma non vedano neppure il sole! E li mettano a macinare Come asini tutta la notte! E che dire del Capitano: E debba pregare per vivere sano E possa romperti a metà! Alla guardia campestre C.: In ogni pelo un foruncolo Che non ti lasci tranquillo Mi dimenticavo di M. Abbuffato con carne d’agnello Che tu potessi scoppiare! Dico alla guardia campestre L.: Diciotto per spostarti Avvolto in un cappotto! Per spostarti diciotto! A te, C. E.: Ripescato dal mare con una rete Con le ossa dislocate. Con una rete pescato! Rimangono M. e C.: Io non vi tocco neppure a bastoncino Perché non siete gente di fiducia! Le guardie campestri di Villasimius, Se siete gente intelligente Non dovreste offendervi. E non abbiate paura delle imprecazioni Che non siete voi i primi Contro i quali ho imprecato |
5.
| A su chi mi nd’hat furau su tascapani No d’abastit sa vida po dhu spaciai Bessendi sa limosina a cicai De pota in pota. Dhi ‘onganta su pani Ma totus dhu tengant a ischivu E i si dhu ‘etint a terra che a cani Siat cussu feti s’impiegu E cichit de si prandi sendi intzegu! Gei dhu scìat ca po mei est unu dannu Si mi ndi furat tascapani e cantzoni. Sa vida passit in penas e affannu E torrit màturu in totu sa personi. Sa giustitzia dhu serrit in presoni Condennau a vida o a trint’annus De ndi bessiri siat isfiduciau E a s’acabu de is trinta, impiccau! Giai chi fuedhu, fuedhu mali Poita ca sentu meda su dolori: Sa vida passit in manus de dottori E de s’unu a s’ateru spidali, no agatinti mexina po’ su mali, no si cumprendat mancu chi est tumori né cali est sa vera maladìa e dhu depant sumeti a s’autopsìa! Po’ frastimai, nci bessu a sa deretta Ca Deus m’hat donau su talentu: Ancu dhi pungiant is ossus a saetta, Abruxau siat che santu Larentu Ndi dhu potint a arrogus a carruciu De logh’e bidha o de una tzitadi E apustis motu no agatit piedadi! Sa moti dhi fatzat malu giogu E no dhi lessit bisur’e cristianu. Acantu bivit dhui passit fogu. Coiau siat, giovunu o antzianu, no si cumprendat mancu in cali logu, apparixau e torrau in cinìxu, sa moti est passata che malu manìxu. De frastimai, no hap’a ismitti mai, A su chi m’hat furau is iscrittus: De lampus, làndiri e tronus Dh’agàtinti sententziau. De custus malis intendant is sonus, Cun pressi manna e a lèsturu, In bidha siat o in su campu Dh’agatint abruxau de unu lampu! |
A colui che mi ha rubato il tascapane Non gli basti la vita per consumarlo Andando a chiedere l’elemosina Di porta in porta. Gli diano il pane Ma l’abbiano tutti a schifìo E glielo buttino per terra come un cane E abbia solo quell’impiego E cerchi di saziarsi da ammalato Sapeva bene che per me sono danni Quando ruba il tascapane e la canzone. Passi la vita in pene e affanni Resti paralizzato in tutta la persona La giustizia lo rinchiuda in prigione Condannato a vita o a trent’anni Perda la speranza di uscirne E alla fine dei trenta, sia impiccato! Poiché parlo, io parlo male Perché sento molto il dolore: Passi la vita in mano dei dottori E dall’uno all’altro ospedale, Non trovino rimedio per il male Non si capisca neppure se è tumore Né qual’è la vera malattia E lo debbano sottomettere all’autopsia! Per imprecare, vado sempre dritto Perché Dio me ne ha dato l’ingegno: Che gli pungano le ossa con la freccia Bruciato come San Lorenzo Lo portino a pezzi in carriola Da un paese o da una città E dopo morto non trovi pietà! La morte gli faccia un brutto scherzo E non gli lascia sembianza di cristiano. Dove abita possa passare il fuoco. Sia sposato, giovane o anziano, Non si capisca neppure in quale luogo Appianato e ridotto in cenere, La morte è passata come brutto lavoro. D’imprecare, non smetterò mai, Contro chi m’ha rubato gli scritti: Da fulmini, grandine e tuoni Lo trovino sentenziato Di questi mali si sentano i suoni, In fretta e in tutta sveltezza Si trovi in paese o in città Lo trovino bruciato da un lampo |
6.
| Males chi ti ’enzan Canta rena b’hat in mare Cant’isteddos b’hat in chelu Cantas fozas movet bentu E duttore no s’agatet A ti los poder curare. |
Ti vengano tanti malanni Quanta sabbia c’è in mare Quante stelle ci sono in cielo Quante foglie muove il vento E dottore non si trovi Che possa curarteli |
7.
| Punta, su verme a zunta su verme a corcarju, punta ’e atarju, punta ’e aliderru, su corpus inoche, s’anima in s’inferru |
Colpo, i vermi a manate, I vermi a cucchiaio, Colpo di acciaio, Colpo di cerro, Il corpo qui, l’anima all’inferno. |
8.
| Puntu, che orju ’e Baronia, a un’ocru non bias, a s’atteru bajoccu e pusti cras mortu. |
Forato [sii] come orzo di Baronia, A un occhio non veda, All’altro [sii] cieco, E dopo domani morto. |






