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Il mistero del nuraghe Ono - Ep.2: Il supramonte non dorme mai

Il mistero del nuraghe Ono - Ep.2 Il supramonte non dorme ma

Il Supramonte non dorme mai. Se passi abbastanza tempo tra queste rocce calcaree, ti rendi conto che la pietra stessa ha un battito cardiaco, lento e freddo, come quello di una lucertola addormentata.

Su Predi Sculau lo sapeva. Stava accovacciato nel suo pinnetto, un guscio di pietra e tronchi di ginepro incastrato tra due costoni di roccia grigia che sembravano le costole di un gigante preistorico sepolto sotto la montagna. L’aria là dentro era sempre la stessa: sapeva di resina amara, di fumo di ginepro e di quel sapore metallico e persistente che lascia il rimorso in fondo alla gola.

La tonaca nera da curato era finita da un pezzo. Ora indossava solo stracci: un maglione di lana grezza bucato sui gomiti che puzzava di sudore vecchio, fumo e terra umida. Al collo, appesa a un laccio di cuoio indurito dal sale, portava la croce di legno d’ulivo. Ogni volta che la sua pelle sfiorava quei simboli incisi a coltello sul legno, sentiva una scossa. Non era una benedizione; Una vibrazione acida che gli ricordava che la barriera tra lui e il resto era diventata sottile come un velo di cipolla.

Le notti nel Supramonte erano infinite. Quando il buio calava, la montagna smetteva di essere solo roccia e diventava una radio sintonizzata su frequenze sbagliate.

Il vento si infilava tra le fessure delle pietre e portava cose che non avrebbero dovuto avere una voce. A volte erano le Janas. Non erano le fate graziose delle fiabe per turisti; erano piccole anomalie, esseri con dita troppo lunghe che grattavano contro i tronchi di ginepro del soffitto. Cantavano piano, una nenia senza parole che faceva vibrare i denti. Vieni, prete. Vieni a vedere cosa c’è sotto la terra. C’è un vuoto bellissimo. Lui stringeva la croce di legno fino a farsi sanguinare il palmo. Non rispondeva. Ma quelle frequenze gli scivolavano dentro la testa come gocce di mercurio.

Altre notti, quando la pioggia batteva forte e il cielo sopra la Sardegna sembrava un foglio di lamiera squarciato, arrivava su Pascifera. Una presenza massiccia, un’ombra densa che bloccava la debole luce della luna, alta più di due metri, con due punti di luce rossastra che non erano occhi, ma fessure attraverso cui intravedere il calore di un altro piano esistenziale. Quando si fermava fuori dal pinnetto, l’acqua santa contenuta nella bottiglia di vetro scuro accanto alla cenere spenta cominciava a fremere, poi a sobbollire, sollevando una schiuma biancastra. Hai aperto la porta, Su Predi, sembrava dire lo spostamento d’aria calda che quella cosa emanava. Ora la serratura è rotta.

Le peggiori, però, erano le Surbiles. Arrivavano quando il fuoco era ridotto a un pugno di brace grigia e le palpebre gli pesavano come piombo. Non entravano dalla porta. Si infilavano direttamente nei suoi sogni, condensandosi dal buio sopra il suo petto. Sentiva un peso leggero, caldo, come un gatto addormentato sulle costole, e poi un soffio umido contro l’orecchio: «Dammi il sangue, prete. Solo un goccio per sintonizzarci. Solo un goccio e ti lascio dormire.» Si svegliava tossendo, con la gola secca e le dita contratte attorno alla croce. Spesso, la mattina dopo, specchiandosi nell’acqua della conca di pietra, trovava sul collo un piccolo punto rosso, infiammato. Un ago di ghiaccio che gli ricordava che la mente non era l’unica cosa che quelle creature potevano toccare.

Ma sopra ogni cosa, c’era la Voce del Limbo. Quella non aveva bisogno di vento o di pioggia. Era una vibrazione interna, pulita e gelida. La voce dell’entità che lo aveva deriso nella cripta. «Su Predi. Piccolo prete che voleva capire. Ora che sai che la tua specie è solo un esperimento mal riuscito in un angolo di fango, come ti senti? Torna al libro. C’è ancora tanta fisica da imparare. Tante dimensioni da sfogliare.» Lui scuoteva la testa fino a farsi girare la mente, cercando di concentrarsi sul rumore dei suoi passi o sul freddo dell’acqua del torrente in cui lavava i pochi cenci rimasti. Ma la risonanza di quella voce restava lì, un ronzio di fondo che non si spegneva mai.

Eppure, nonostante la follia strisciante, la gente andava da lui. I sardi sono un popolo pratico, abituato a strappare la vita a una terra avara. Se una pecora muore, non importa se il prete ha perso la testa o se la Chiesa lo ha rinnegato; importa solo che il gregge smetta di morire. Arrivavano all’alba, con gli occhi cerchiati dal sonno e le giacche di velluto consumate. Non portavano offerte per la parrocchia, ma cose vere: una forma di pecorino stagionato che profumava di sale, una pagnotta di pane, a volte una bottiglia di mirto fatto in casa che bruciava la gola. «Le pecore non mangiano, Su Predi. Hanno gli occhi bianchi, girati all’indietro. Guardano il vuoto e tremano.»

Lui non chiedeva spiegazioni. Prendeva il grimorio di pelle calda, ne ricopiava un simbolo sulla fronte della bestia usando la cenere fredda del suo focolare e mormorava una sequenza di fonemi che non erano latino, ma suoni d’attrito, parole che servivano a rimettere in asse la realtà locale. E funzionava. Il giorno dopo le pecore tornavano a pascolare. I pastori se ne andavano senza fare domande, ma il suo nome viaggiava di bocca in bocca, nei tzilleri umidi di Dualchi, Orgosolo, Fonni e Oliena, tra un bicchiere di Cannonau e l’altro. «C’è uno sul Supramonte. Non è un prete, ma sa come raddrizzare le cose che vanno storte.»

Una notte di novembre, il vento era così forte che sembrava voler strappare la pelle alla montagna. Il pinnetto scricchiolava sotto le raffiche e il fumo del focolare stentava a salire, tornando indietro a bruciare gli occhi.

Su Predi era seduto sulla stuoia di asfodelo, la schiena premuta contro la parete di pietra per sentire qualcosa di solido. Il grimorio era chiuso, legato con la sua cinghia di cuoio. Fuori non c’erano Janas, né Pascifera. C’era solo quel silenzio innaturale che precede i grandi disastri, quel momento in cui persino gli insetti smettono di fare rumore perché capiscono che sta per passare qualcosa di enorme.

Poi, tre colpi secchi. Sulla porta di ginepro. Colpi veri. Di nocche umane.

«Su Predi!» La voce era un rantolo, strappata dal vento. «Su Predi Sculau! Apri, in nome di qualunque cosa sia rimasta là fuori!»

Lui si alzò. Le ginocchia gli scricchiolarono nel silenzio. Fece scivolare il chiavistello di legno e aprì la porta di pochi centimetri, lasciando entrare una folata di aria gelida che sapeva di pioggia e terriccio.

Davanti a lui c’era un pastore. Aveva la barba incolta di tre giorni, gli occhi spalancati e iniettati di sangue e una camicia di flanella strappata sulla spalla, come se avesse corso tra i rovi senza accorgersene. Stringeva il berretto di velluto tra le mani nodose, quasi volesse stritolarlo.

«Mio figlio,» ansimò l’uomo, mentre il vento gli sferzava la faccia. «Giacomo. Non dorme da tre notti. Fissa il muro. Dice che sente un suono. Un flauto… un flauto che viene dal Nuraghe Ono.»

Su Predi non rispose subito. Guardò oltre le spalle dell’uomo, verso l’oscurità impenetrabile della vallata, un  cielo senza stelle. Poi abbassò lo sguardo sul grimorio, che sul pavimento sembrava quasi emettere un bagliore debole nel buio.

Nella sua testa, la voce del Limbo ridacchiò, un suono simile a vetri infranti calpestati da uno scarpone. «Ecco il primo accordo, prete. È cominciato.»

Fine del secondo episodio. Prossimo: il flauto del nuraghe Ono
1 episodio: la caduta di Su Predi Sculau