Streghe in Sardegna: tutto quello che devi sapere - Contus Antigus

Streghe in Sardegna: tutto quello che devi sapere

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streghe in sardegna

“Tremate, tremate, le streghe son tornate!” Ma in fondo siamo poi così certi che se ne siano mai andate? Ne dubito specie se si osserva la Sardegna, quella della tradizione, del folklore, degli usi e costumi passati, ma che tornano in vita quando meno te lo aspetti.

La strega sull’isola è una costante, ma non ha troppo a che vedere con la stregoneria tutta Europea, per lo meno se parliamo di quella figura un po’ fantastica un po’ reale che vive le leggende nostrane.

La strega della tradizione sarda somiglia un po’ a Julia Carta, ma non indossa un sambenito né muore sul rogo, vive piuttosto una vita semplice e disgraziata, vittima e carnefice in quella stessa comunità che la ospita fin dalla nascita.

E’ donna la strega sarda, e solo raramente, per desiderio di emulazione, qualche uomo si fa stregone, ma sono casi che si contano sulle dita di un mano. Per lei vale la regola che caratterizza tutte le creature fantastiche dell’isola: è una sola, ma possiede più nomi, quasi a dire “paese che vai, strega che trovi”.

Tutti i nomi, o quasi

Senza scendere nei particolarismi locali, quando si parla di streghe nel Campidano e nella zona centro meridionale dell’isola le si chiama kogas, termine che alcuni hanno fatto corrispondere all’attitudine tutta stregonesca del “coquere” erbe medicamentose; un legame quello fra streghe e mondo naturale fondamentale.

Nel Logudoro e nel Nuorese pensi alla strega e dici sùrbile, sùrvile, ma anche sùlbile, con riferimento forse alla sua attitudine di “sorbere” il sangue dei neonati.

Nell’estremo nord isolano la strega si contenta di farsi chiamare istria, stria, strea, ma anche threa, nomi per altro propri del barbagianni, nel quale i bene informati giurano si trasformi la strega a notte fonda.

Più di recente la strega è diventata bruxia: il tono spagnoleggiante del termine è chiaro anche ai non addetti ai lavori. Quel che merita d’essere ricordato è che quando si parla di bruxia non ci muoviamo più nel campo della leggenda e del fantastico. Julia Carta, in carne ed ossa era una bruxia, considerata dall’inquisizione spagnola in Sardegna hezechiera supersticiosa[1], malefica nonché idolatra del demonio. La koga è tutta un’altra cosa.

Strega: l’identikit

Le leggende che parlano di lei, e ce ne sono davvero in ogni angolo di Sardegna, dicono che è una donna comune, forse più brutta rispetto alle sue coetanee, magari un poco più pelosa del normale, con uno sguardo che ha quel non so che di malefico e diabolico. Non esiste però un tratto che la caratterizzi nettamente, non immediatamente visibile per lo meno. Eppure si può star certi che una bambina nata a mezzanotte la notte di natale diventerà strega e allo stesso modo diventerà strega anche la settima figlia, se femmina.

Pare chiaro che in Sardegna strega si nasca e curiosando nel mondo di questa creatura a mezza strada fra il fantastico ed il reale, si capisce bene che la sua è una condanna piuttosto che uno status privilegiato.

D’altronde non è un caso che le streghe siano dette anche vampiro: succhiano il sangue dei neonati e la tradizione (quella più recente probabilmente) specifica: “dei neonati sì, a patto che non abbiano ancora ricevuto il battesimo”. Uno stimolo, questo è chiaro, alla conversione di un popolo che lungamente ha trattenuto una religione antica e pagana.

Notte di strega

Ad ascoltare con attenzione le leggende e gli anziani che ancora ricordano della strega vampiro, una notte tipo della strega la si potrebbe raccontare più o meno così: la donna chiamata da un istinto irrefrenabile si alza dal suo letto poco prima della mezzanotte attenta che nessuno, che si tratti del marito, dei figli o dei genitori, si accorga del suo spostamento. Si unge alcune parti del corpo, normalmente ascelle e pianta dei piedi, con un unguento la cui natura non è ancora chiara. Appare ovvio comunque che si dovesse trattare di sostanze allucinogene, capaci di privare di conoscenza la donna o di alterarne la percezione e in Sardegna non mancano certo erbe in grado di provocare tali sensazioni. Di ipotesi ce ne sono a bizzeffe: che l’unguento fosse a base di orrosa ‘e cogas, da tradursi con rosa delle streghe, la favolosa peonia sarda, di giusquiamo, di bacche di ginepro o addirittura a base di amanita muscaria quel che conta è che le leggende sono chiare, grazie a questo balsamo e alcune parole magiche la strega poteva trasportarsi in pochissimo tempo nei pressi della casa di una donna che aveva di recente partorito, anche se distantissima.

Is brebus stregati

Se qualche dubbio in merito all’unguento resta, nessun segreto viene fatto in relazione alle parole magiche ripetute dalla donna-strega per completare la metamorfosi.

A pili in esse, a pili in fache, in domo de comare, mi che agatte[2]”: Giuseppe Calvia in “Esseri Meravigliosi e fantastici nelle credenze sarde” è generoso e condivide il segreto, e non è il solo.

La strega si poteva trasformare praticamente in tutto quello che le consentiva di viaggiare più rapidamente: mosca, uccello, gatto, filo di cotone addirittura fumo. Era indispensabile che fosse rapida nei suoi movimenti visto che per agire aveva solo tre ore: una per andare, una per agire e una per rientrare. Alle prime ore dell’alba si sarebbe dovuta far trovare nel proprio letto.

In quella lunga ora a casa della puerpera che dormiva, il compito della strega era, secondo le leggende, quello di succhiare il sangue del piccolo nascituro uccidendolo.

Mamma v/s Koga

Naturalmente alla mamma era consentito di difendersi con l’uso di tante piccole e grandi strategie consigliate dal buon senso comune: tanto per cominciare il neonato non doveva essere mai lasciato da solo e in tal senso la leggenda aiuta a condividere il principio socialmente condiviso della mutua assistenza. La donna che aveva di recente partorito era sostenuta e aiutata da uno stretto circolo di donne, parenti e amiche che l’assistevano in periodo di difficoltà, prassi propria di molte altre società agro pastorali.

Per impedire l’ingresso della strega vampiro nella propria dimora poteva utilizzare la cera vergine con la quale avrebbe tappato la serratura, o poteva ricorrere a tutta la filosofia del capovolto; scope con la chioma all’insù, vestitini del neonato posti al contrario, treppiede rovesciato facevano capo ad un’unica convinzione: il mondo dei morti era specularmente opposto a quello dei vivi, dunque la strega osservando tanti dettagli capovolti avrebbe ritenuto di trovarsi fra morti e non fra vivi, e ai morti la strega non poteva nuocere.

Molto affascinante risulta anche la convinzione che la strega non sapesse contare oltre il numero sette, magico e dal forte valore simbolico. Porre una falce dentata nella stanza del bambino con più di sette denti avrebbe trattenuto la strega che attratta dal desiderio di contare i denti avrebbe ripreso la conta ogni qual volta si arrivava al sette non sapendo andare oltre. Medesima efficacia doveva avere l’abitudine di porre del grano o dell’orzo sull’uscio della porta: il numero dei chicchi, manco a dirlo, doveva essere superiore a sette.

Non meno importante era l’uso delle erbe aromatiche: issopo, fiori d’arancio e ruta erano ritenuti micidiali contro la strega che infastidita dalla loro fragranza non avrebbe disturbato il bambino.

Infine il neonato poteva essere protetto con l’uso di moltissimi amuleti: rimane viva la tradizione del kokko o sabeggia o del nastrino verde o giallo.

Ci si aspetta che la strega vampiro sia odiata e braccata dalla società, e invece no: è piuttosto deresponsabilizzata di tutte le sue azioni. La si giustifica affermando che per la strega il suo status è una dannazione impostale direttamente da Dio, quindi del suo agire la strega non ha colpa alcuna.

Qualcosa non torna.

Strega come donna

Se si giustificano le azioni di quella che la leggende descrivono come assassina di bambini, è probabile che sotto sotto ci sia qualche mistero.

A leggere i racconti con occhio imparziale la strega risulta donna capace di mescere erbe (che usa per creare il proprio unguento), che conosce la differenza fra il mondo dei vivi ed il mondo dei morti, per il quale ha un profondo rispetto (non ha alcun potere sui morti), ha un grande rispetto per il numero sette, magico e simbolico (tanto che ci si sofferma un’intera notte), viaggia rapidamente nel tempo e nello spazio (quasi fosse capace di vivere trance sciamanici), conosce le parole magiche che le consentono la metamorfosi, quelle che in Sardegna sono note come brebus la cui conoscenza non è cosa da tutti, le puerpere le offrono addirittura del grano che lasciano sull’uscio della propria porta.

Vista in questo senso la figura della strega vampiro sarda potrebbe essere simulacro di una creatura ben più antica, forse propiziatrice del parto se teniamo conto delle offerte di grano, esperta del mondo naturale e del mondo magico e senza ombra di dubbio pagana.

Con l’arrivo della nuova religione cristiana una figura di questa portata, amata e rispettata dalla popolazione non poteva essere cancellata: il suo potenziale poteva diminuire solo con un’azione di demonizzazione. D’altronde quale accusa è più infamante per una donna che genera la vita se non quella di toglierla con la violenza?

La strega sarda un vampiro? Io non ci credo! Tu?

Claudia Zedda

Fonti

Cabiddu Gino, Usi, costumi, riti, tradizioni popolari della Trexenta. Cagliari, Editrice sarda F.lli Fossataro, 1965

Calvia Giuseppe, Esseri meravigliosi e fantastici nelle credenze sarde e specialmente di Logudoro estratto da “Archivio per le tradizioni popolari”. Palermo, 1903

Cossu Pietro Maria, Note ed appunti di folklore sardo. Bagnacavallo, Societa Tipografica Editrice, 1925

Delitala Enrica, Materiali per lo studio degli esseri fantastici del mondo tradizionale sardo, estratto da “Studi sardi”, vol. 23, 1974.Sassari, Gallizzi, 1975

Gallini Clara, L’usanza rituale della capriola nel folklore religioso sardo in “Studi Sardi”, Università degli studi di Cagliari, Istituto per gli studi sardi. a. 1962, n. 18

Mameli Delia, Vita, usi e costumi del Sarrabus . Cagliari, Editrice sarda F.lli Fossataro, 1965

Mulas Andrea, Una sottil virtù diabolica: gli esseri fantastici che succhiano sangue nella cultura popolare della Sardegna. Sala Bolognese, A. Forni, 1992

Orrù Luisa, Immaginario e ciclo produttivo in Sardegna: voglie mostri streghe in “Metamorfosi, mostri, labirinti : atti del Seminario di Cagliari, 22-24 gennaio 1990”. Roma, Bulzoni, 1991

Satta Andrea, Sa súrbile: tra stregoneria e sciamanesimo in Sardegna mediterranea, semestrale di cultura. Oliena, A.C.S.M., 1997

Turchi Dolores, Leggende e racconti popolari della Sardegna. Cagliari, Edizioni della Torre. Roma, Newton Compton, 1984

Turchi Dolores, Lo sciamanesimo in Sardegna. Roma, Newton & Compton,Cagliari, Edizioni della torre, 2001

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