Il magnifico inferno dell'Iglesiente - Contus Antigus

Il magnifico inferno dell’Iglesiente

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miniera di monteponi

Miniera di Monteponi – Foto Andrea Gambula – http://www.3stops.com

Le miniere dell’iglesiente sono una testimonianza ancora vivida della storia industriale e sociale dell’Isola, fatta di primati tecnologici e vite sacrificate alle tenebre. 

LA SARDEGNA, posta al centro del Mediterraneo, è un’isola che può essere definita un continente. Infatti, la varietà dei paesaggi naturali, la morfologia delle splendide coste, la lunga storia documentata da numerose testimonianze di archeologia classica e di archeologia industriale, le tradizioni le cui origini si perdono nella notte dei tempi destano continuo stupore nel visitatore che vi giunge.

Tuttavia sono gli aspetti geominerari quelli che nel corso dei tempi hanno scandito la storia industriale e sociale dell’Isola, oltre a suscitare il maggior interesse tra ricercatori e studiosi.
La storia dei giacimenti, ricchi di piombo e argento, assume importanza quando in ambito mediterraneo cominciano a diffondersi le notizie sulle ricchezze minerarie dell’Isola e, intorno al 1000 a.C., i minerali metalliferi attirano l’attenzione dei grandi navigatori fenici che partivano dalle coste dell’attuale Libano, solcavano il Mediterraneo, toccando porti di diversi paesi con i quali commerciavano e scambiavano minerali e prodotti vari.

Le loro veloci navi consentivano scambi con tutte le aree del mondo conosciuto di allora. Successivamente anche i punici sfruttano intensa-mente le miniere dei l’Iglesiente. Tracee delle escavazioni dell’epoca persistono fino alla metà del XIX secolo, prima di essere eliminate dagli scavi della moderna industria estrattiva.

Nel 238 a.C., con la vittoria di Roma su Cartagine, la Sardegna passa sotto il dominio romano. L’evoluta tecnica minero-metallurgica dei romani verrà applicata alle miniere sarde, che saranno scavate a profondità notevoli da maestranze costituite in prevalenza da prigionieri di guerra o condannati “ad metalla” per motivi politici o religiosi.

Tra i condannati si ricordano, nel 190 d.C., il vescovo Callisto che, liberato, sarà Papa dal 217 al 222 e il pontefice Ponziano che morirà nelle miniere sarde nel 235. La dura vita dei minatori è stata magistralmente descritta da Lucrezio nel De Rerum Natura nel 60 a.C.:

«Tu pensa che là discendono uomini e scrutano il ferro nascosto, l’oro, le vene d’argento e di piombo; scavano in chiusi abissi la roccia compatta nell’umida ombra e respirano aria maligna, il fiato cattivo dell’oro nel suolo come nelle putrescenti miniere. Tu non puoi senza dolore guardare nel viso di questi uomini quando salgono un poco alla luce: se non li hai visti ancora, avrai certo sentito parlarne, come rapidamente periscano e quanta parte di vita essi perdano ogni giorno dentro la terra in quella fatica sepolta, dove la dura miseria li spinge».
Roma fonderà città minerarie come Metalla e Plumbea nell’Iglesiente traendo dal sottosuolo delle sue miniere cospicue quantità di argento e piombo e realizzando importanti officine fusorie.
Con la fine della dominazione romana si affievolisce l’attività mineraria.
Resistono solo alcune lavorazioni per soddisfare le continue richieste di argento dei nuovi dominatori.

E’ nel XIII secolo che riaffiorano le testimonianze della ripresa dei lavori minerari nell’Iglesiente.
Il rifiorire di queste attività si deve soprattutto al pisano Conte Ugolino della Gherardesca che Dante Alighieri immortalerà nel canto 33 dell’Inferno, nella Divina Commedia – che fa di Villa di Chiesa, l’attuale Iglesias, una fiorente città mineraría, anche in grado di battere una propria moneta con l’argento estratto nelle miniere del circondario. Lo sviluppo di questa attività impone l’adozione di precise norme legislative che, redatte in lingua pisana., sono riunite in un codice noto come Breve di Villa di Chiesa, l’unico documento che si è salvato dall’incendio che nel 1354 ha distrutto la città di Iglesias.

In una ventina d’anni l’opera di Ugolino crea a Igiesias un centro metallurgico sardo che, dopo quello germanico boemo, era il secondo più importante d’Europa.
Dopo i tragici avvenimenti che abbattono la signoria di Ugolino, Iglesias e le sue miniere attraversano un periodo di debole rilevanza. nr peri(44) deixile rilevanza.

Ma dalla seconda metà del XIX secolo sí fa sempre più massiccio lo sviluppo dell’industria mineraria sarda con le crescenti produzioni di galena argentifera (solfuro di piombo ricco in argento) e di calamina (silicati e carbonati di zinco). E’ questo un periodo di notevole fervore produttivo che porterà allo sviluppo delle grandi miniere intorno alla città di Iglesias.

Stazione di Monteponi

Stazione di Monteponi – Foto Andrea Gambula – http://www.3stops.com

DA IGLESIAS A PORTO FLAVIA

In un percorso di circa venti chilometri, dalla città e lungo la costa sud occidentale, il paesaggio e costellato di miniere oggi non più in produzione, ma diventate siti culturali di interesse internazionale. Queste miniere insediate nel cosiddetto «anello metallifero dellIglesiente», costituito da rocce carbonatiche che hanno oltre 500 milioni di anni di età e che costituirono la prima terra emersa d’Italia, sono anche un notevole serbatoio di rilevanti aspetti scientifici e ambientali.

A circa tre chilometri da Iglesias si incontra la miniera di Monteponi che è stata vanto dell’industria mineraria italiana.
Oltre alle già citate testimonianze lavori antichissimi, intorno al 1790 ìn questo giacimento sono stati inviati circa 200 reclusi applicando il vecchio concetto romano di adibire i condannati al lavoro nelle miniere.
Alloggiati a Iglesias percorrevano ogni giorno, in catene, il tragitto per raggiungere la miniera. Ivi giunti venivano loro tolti i ferri ed erano fatti entrare in una galleria che veniva chiusa dall’esterno dagli “aguzzini” e sotto la sorveglianza dei dragoni appositamente chiamati per evitare fughe.
Dopo una giornata di lavoro, venivano nuovamente, incatenati e riportati in città per la notte.
Tale esperienza, comunque, non è stata neanche produttiva per le casse dello Stato.

Dopo il 1850 una società prende in mano le redini della miniera e ne affida la direzione all’ingegner Giulio Keller, un esule ungherese che aveva avuto numerose esperienze in diverse miniere tedesche e del suo paese di origine.
Le sue prime attività minerarie non sono felicissime.
infatti Keller giunge in Sardegna portando con sé dodici esperti minatori tedeschi, ma di questi undici periscono dopo pochi mesi, a causa delle terribili febbri malariche che ínfestavano la zona, mentre il dodicesimo salta in aria con l’esplosivo che, ín mancanza di adeguate ríservette, custodiva sotto il letto.

Questo eccezionale tecnico, servendosi di rilievi dettagliati, comincia a dare alla miniera un disegno razionale scavando appropriate gallerie dai fianchi della montagna sino a raggiungere il giacimento contenuto all’interno della montagna stessa.
Crea i primi impianti, chiamati laverie per una più semplice separazione dei minerali commerciali dai materiali sterili che contenevano. In precedenza tale operazione di cernita veniva effettuata manualmente da donne (le cosidette cernitrici).

Diversi tecnici che succedono al Keller faranno di Monteponi un complesso industriale tra i primi in Europa.
Quando non è stato più possibile scavare gallerie dal fianco della montagna, sono stati approfonditi i pozzi verticali — come il pozzo Vittorio Emanuele nel 1863 e il pozzo Sella nel 1874, dedicato al ministro che è stato di grande stimolo alla attività mineraria — dotati di particolari ascensori chiamati «gabbie» con i quali era possibile scendere in profondità e scavare lunghe gallerie.
Le gabbie erano utilizzate per trasporto del personale e dei materiali.
Complessivamente il giacimento è stato sfruttato su una altezza di oltre 500 metri.

Con l’aumento delle produzioni si sono sviluppati diversi impianti, soprattutto le fonderie.
Nella seconda metà del XIX secolo sorgono nella miniera fonderie per il piombo, l’argento, lo zinco, la ghisa, l’ottone e il bronzo.
I minerali prodotti venivano quindi trasformati in loco e dalla miniera partivano í metalli finiti (lingotti di piombo, argento e zinco) mentre le altre fonderie avevano lo scopo di produrre tutti i pezzi di ricambio per le macchine allora in uso.

In quel periodo infatti era difficile approvvigionarsi di pezzi di ricambio in tempi brevi, visto che non esisteva un sistema di trasporto adeguato e men che mai telefoni e fax. Ogni macchina veniva completamente smontata e di ogni singolo pezzo venivano creati i modelli in legno che, all’occorrenza, consentivano di avere i calchi per una fusione dei pezzi direttamente in miniera.
Ancora oggi sono disponibili circa 8.000 modelli dí diverse apparecchiature che costituiscono un inestimabile patrimonio tecnico.

A Monteponi era possibile vedere macchine e sistemi innovativi giunti nell’isola dal continente europeo, ma anche ferrovie, grandi opere di ingegneria sotterranea, faraonici impianti per il pompaggio delle acque dal sottosuolo e varie apparecchiature realizzate nella miniera. Sono ben note le innovazioni tecniche realizzate dall’ingegnere Erminio Ferraris, che ottengono i massimi riconoscimenti nella Esposizione Universale di Parigi, agli inizi del XX secolo, e successivamente sono utilizzate in centinaia di altre miniere nel mondo.

Non è un caso che la miniera di Monteponi sia stata ritenuta tra le più innovative e importanti realtà estrattive e non solo del nostro paese ma anche del vecchio continente.
Da Monteponi, oltre ai minerali destinati al commercìo, sono usciti cristalli di minerali rarissimi – fosgeniti, anglesiti e cerussiti – che oggi fanno bella mostra nei principali musei di mineralogia del mondo.
In questa miniera, dovee nel corso dei tempi sono state prodotte milioni di tonnellate di piombo, argento e zinco, ora è in corso di recupero e valorizzazione parte dell’immenso patrimonio di archeologia industriale esistente, in particolare il Palazzo Bellavista, sede della direzione della miniera edificata nel 1865 e oggi sede universitaria per i corsi di scienza dei materiali.

Nella galleria Villamarina, attraverso un lungo percorso sotterraneo, è possibile ammirare alcuni gioielli di tecnica mineraria realizzati sin dal 1852, il vecchio impianto per la lavorazione dì minerali di zinco attualmente in via dì trasformazione in centro dei congressi (sorto nel 1926, era il secondo al mondo di quel genere) e infine il grande scavo a giorno di Cungiaus, una sorta di forra dantesca scavata nel corso di un secolo per estrarre calamina, un importante minerale di zinco.

Sono inoltre visibili tutte le sofisticate apparecchiature del pozzo scavato per la realizzazione dell’imponente impianto per il pompaggio delle acque localizzato a 200 metri sotto il livello del mare. Questo pozzo, nel quale nel 1985è scesoGiovanni Paolo II in visita ai minatori, è stato successivamente intitolato allo stesso Pontefice.

All’uscita del complesso di Monteponi, nel viaggio verso la vicina miniera di San Giovanni, l’occhio viene attratto da una collina rossa ben modellata. Sono le bancate dei cosidetti “fanghi rossi”, un rifiuto industriale residuo della lavorazione dei minerali calaminari, noto per l’acceso cromatismo, che caratterizza fortemente il paesaggio minerario de è ogetto di grande curiosità da parte dei visitatori.

Cantiere Sanna

Cantiere Sanna – Foto Andrea Gambula – http://www.3stops.com

LA MINIERA DI SAN GIOVANNI

Anche in questo sito, altro importante centro del bacino minerario, sono stati sviluppati pozzi e gallerie in un giacimento di minerali di piombo, zinco e argento, per un’altezza complessiva che supera i 700 metri.
Gli elementi che ne caratterizzano l’interesse sono molti, ma vanno segnalati soprattutto due aspetti peculiari: il notevole sviluppo dei lavori avvenuti nel XIII secolo a opera dei pisani e la monumentale grotta di Santa Barbara.

Tra gli interessanti lavori dei pisani spicca una piccola miniera del tempo, riscoperta di recente e ancora pressoché intatta, dove è stata ritrovata una lucerna utilizzata per illuminare le gallerie, ma soprattutto testimonianze sui metodi di abbattimento della roccia che allora prevedevano l’utilizzo del fuoco.
Si accendeva un grande falò sotto la parete e quando la roccia diventava incandescente si lanciavano dei secchi d’acqua che la disgregavano, rendendone più facile l’abbattimento con il piccone.
Alla base di alcune gallerie è stato ritrovato materiale combusto che si è conservato sino ai nostri giorni.
Attualmente si stanno effettuando dei lavori per la messa ín sicurezza di questa miniera per consentire di aprirla al pubblico.

All’interesse per i lavori dell’uomo si associa un monumento naturale, unico nel suo genere, scoperto nel corso dei lavori minerari.
Nel cuore della montagna si trova la grotta di Santa Barbara, una cavità di origine carsica che ha una particolarità che la rende unica al mondo.
Oltre alle affascinanti stalattiti, stalagmiti e varie concrezioni, ha le pareti tappezzate di cristalli centimetrici di barite in grado di riflettere la tenue luce delle lampade.
Lo scenario è tra quelli che non si dimenticano, nel chiaroscuro della grotta pare di vivere in una grande e maestosa cattedrale, ma stavolta a essere esaltata è la natura che ha consentito la nascita di un simile gioiello immerso in un profondo silenzio interrotto solo dal naturale stillicidio.
L’accesso alla grotta è possibile dopo aver percorso un tratto di galleria a bordo di un trenino.

Dalla miniera di San Giovanni si parte verso la costa, verso altri scenari di incomparabile bellezza. Appena qualche chilometro e sì raggiunge litorale passando a fianco della grande spiaggia di Fontanamare dove in passato, a causa della mancanza di adeguati porti nella costa sud occidentale, i minerali venivano caricati su barche a vela dette «bilancelle».
Con questi mezzi venivano trasportati nel sicuro porto della vicina Isola di Carloforte, dove successivamente venivano imbarcati su navi mercantili.

Questo complesso sistema di trasporto era adottato, anche se in diversi attracchi, da tutte le miniere ubicate lungo la costa che dovevano trasferire il minerale alle fonderie del continente o del nord Europa.
La strada poí si snoda con una serie di curve in un tratto panoramico dove anche l’occhio del più attento conducente non esita a lasciarsi attirare dal paesaggio. Oltre la scarpata c’è un mare dai colori vivi, punteggiato da faraglioni di calcare e da rocce la cui policromia, celeste, marrone e viola cupo, si intreccia con il verde della macchia mediterranea che impregna l’aria circostante con i suoi
caratteristici profumi.
È un percorso su una costa pressoché incontaminata dove si affacciano alcuni imbocchi di antiche gallerie il cui buio contrasta con la luminosità del mare circostante.

LA LAVERIA LAMARMORA

Raggiunto l’abitato di Nebida, antico borgo di minatori e di miniere, seguendo il percorso di un’antica ferrovia mineraria oggi trasformato in una splendida passeggiata, è possibile soffermarsi ad ammirare i ruderi della laveria Lamarmora costruita nella seconda metà del XIX secolo e dedicata al famoso generale che fece della Sardegna la sua seconda patria.

La struttura in pietra, con grandi ed eleganti archi rivestiti di mattoni rossi, è adagiata sul pendio a pochi metri sopra il livello del mare. Questo impianto in attività per quasi un secolo, appare oggi come un antico teatro greco a testimoniare i fasti di un tempo.
Lasciato l’abitato di Nebida si raggiunge dopo pochi minuti la miniera di Masua, costituita da una borgata di semplici casette costruite in mattoni e in pietra, ai piedi di alte pareti di calcare. Al colore del mare si alternano i colori dell’acciaio dei moderni impianti, oggi però in disuso.

Un impatto notevole tra la costa incontaminata e l’industria più moderna. Può sembrare un paradosso, ma anche questo rende interessante e suggestivo questo angolo di Sardegna, in particolar modo se rivolgiamo il nostro pensiero ai tanti uomini che in un passato non tanto lontano hanno operato con grande sacrificio in quella miniera.

Nel 1882 la miniera viene visitata da Gabriele D’Annunzio e Cesare Pascarella. Le condizioni di lavoro, rispetto a quelle descritte da Lucrezio circa 2.000 anni prima, non dovevano essere molto diverse. Per i due giovani, provenienti da grandi e moderne città del continente, l’impatto con la miniera e i suoi uomini è stato sicuramente traumatico.
Alcuni periodi tratti da L’Immaginifico a Masua, l’articolo scritto da D’Annunzio dopo la visita, recitano: “Noi andavamo, con quelle lucerne in mano, tenendoci in mezzo alle rotaie per non ruinare in qualche frana. Non si vedeva nulla: le muraglie nere respingevano le ombre dei corpi umani; la melma stagnante fra le rotaie respingeva i riflessi di luce. Era una durezza da e per tutto, una durezza di macigno nero inflessibile e indomabile“.
E ancora: “E i minatori stanno li, e picchiano. Sono giovani muscolosi, dalle braccia di ferro, dal petto ampio; sono uomini invecchiati troppo presto, invecchiati nella battaglia, invecchiati nella tenebra fonda; gobbi, gialli, sconfitti, sembrano piante cresciute allo scuro. Nella carne hanno la terra, la terra infeconda e argillosa e gravida di piombo; negli occhi hanno luccicori di bestie“.

Mentre riferendosi alle povere case dei minatori, scrive: “Gente per cui il senso della vita è angoscioso, costretta a estenuarsi i polmoni nell’aria attossicata delle gallerie, frangersi le braccia contro la pietra, a dormire poi sulla terra umida, senza strame, sotto le travi nere di fumo. Per quegli uomini la famiglia non ha gioie; dentro quelle tane ogni affetto intristisce“.

Laveria Brassey – Foto Andrea Gambula – http://www.3stops.com

PORTO FLAVIA

Questi stessi minatori, guidati da un valente ingegnere, realizzeranno a Masua una tra le opere di ingegneria più importanti e originali al mondo, Porto Flavia.
Nel 1922 l’ingegnere Cesare Vecelli progetta e poi realizza una tra le opere più avveniristiche dell’isola.
Nel cuore della falesia scava nove immensi silos per stoccare i minerali estratti e poterli scaricare direttamente sulle navi modernizzando il sistema di trasporto del mnerale che utilizzava sino a quel monento barche a vela per poter lasciare la costa.

Il porto più insolito dell’isola venne inaugurato nel 1924 e porta il nome “Flavia”, primogenita dell’ideatore di tale ardito sistema di carico.
Porto Flavia, perfettamente recuperato e visitabile, non accoglie più i rumori e le polveri della miniera, ma suscita forti emozioni nel visitatore che può affaciarsi su uno dei panorami più belli ed esaltanti della costa: il Pan di Zucchero che, circondato dal volo dei gabbiabi, sembra galleggiare nell’azzurro mare sottostoante.

Quanto è stato descritto è solo un breve capitolo della storia di una terra solitaria e misteriosa che è stata tra le regioni più avanzate sotto il profilo tecnologico nell’italia di fine Ottocento. A questa civiltà mineraria sono strettamente legati i nomi degli oltre 1500 minatori che sono caduti sul lavoro nelle miniere della Sardegna in poco più di un secolo e mezzo di attività, i moltissimi che sono deceduti a seguito delle malattie contratte nelle lavorazioni in galleria, a cui vanno aggiunti quelli caduti nel corso di manifestazioni per rivendicare condizioni più umane di lavoro e di vita.

E’ quasi impossibile, in uno spazio così breve, ricordare e narrare di quei tanti pionieri coraggiosi, illustri, competenti e appassioniati, sardi, continentali o stranieri, che insieme a migliaia di minatori hanno scritto le più belle pagine di storia delle attività estrattive dell’isola. E allora, tutto ciò che oggi resta nel territorio di Iglesias della Civiltà Mineraria, può essere considerato un libro nelle cui pagine si apprendono avvenimenti e vita di un passato che aiuteranno le future generazioni alla comprensione degli eventi storici che legano la Sardegna al resto del mondo e alla conoscenza delle nostre radici e qundi alla maturazione di un forte sentimento di identità personale e comunitaria.

Mantenere e valorizzare la memoria di questa Civiltà, grande patrimonio riconosciuto dall’Unesco, è compito primario del Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna, pensato da uomini di miniera e di cultura, per assicurare un futuro a questa affascinante storia delle attività industriali dell’isola.

LUCIANO OTTELLI

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista “Darwin Quaderni”  oltre 10 anni fa.
Con gli amici delle “Pecore Nere” ci avventuriamo spesso in zone minerarie, attratti dal fascino che questi luoghi emanano.
Purtroppo ci rendiamo conto che poco è stato fatto per permettere a questi luoghi di riemergere dall’oblio nel quale si trovano, visitati solo da pochi appassionati come noi.
Effettivamente in alcune miniere sono stati fatti lavori di ripristino delle antiche strutture con l’idea di renderle poi fruibili al turismo ma a distanza di anni da quei lavori tutto è nuovamente in stato di abbandono e alla mercè della vandalizzazione.
Ci sembra, oltre ad uno spreco di soldi, una ulteriore offesa alla memoria di quanti in quelle miniere hanno sputato sangue e ci hanno anche rimesso la vita.
Probabilmente non c’è concretamente la volontà di creare dei circuiti turistici degni di nota, cosa che invece in qualsiasi altra parte del mondo funziona egregiamente. 

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