Al fiume – storie di Panas

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riti della pioggia

Com’eravamo contenti di andare a letto presto la sera, quando sapevamo che, la mattina successiva, ci saremmo alzati presto per andare con mamma al fiume a lavare i panni. Loro lavavano i panni e noi bambini a giocare tra le rocce, in mezu a li monti.

Quasi una giornata di festa per noi piccoli che potevamo sbizzarrirci a saltare da una pietra all’altra, a volte rischiando di truncacci lu coddhu o ricevere una sgridata perché facevamo troppa confusione.

Ci si avviava presto la mattina con lu lamòni pieno di panni sporchi di tutta la famiglia e si scendeva giù per la sèmita, in mezu a li fraschi che consentivano di arrivare più velocemente alla pischìna minóri, quella parte di fiume dove mamma e zia avevano la loro pietra personale. Che cosa strana questa! Una pietra di proprietà? Eppure era così, ogni massaia aveva la sua pietra per lavare i panni e nessuno osava utilizzare una pietra non propria.

Arrivati in prossimità del fiume, mamma Maria e zia Matalèna, si sistemavano velocemente in ginocchio al loro posto e con una certa maestria sbattevano, strofinavano e strizzavano gli indumenti, finché non erano completamente sbiancati e noi lì, che le osservavamo incantati.

Una volta lavati provvedevano a stenderli mano mano innantu a li macchji anche quelle di proprietà: a ognuna il suo cespuglio.

E intanto che si lavava, per passare il tempo, ci si raccontava qualche confidenza, qualche pettegolezzo e si intonava qualche muttu o trallallera gaddhuresa.

La dì, mamma Maria, fesi lestra a sciuccà tutti li panni e rientrammo presto a lu stazzu di Campu Maióri, anche perché, babbu Larenzu, sarebbe tornato per pranzo. Lasciammo però i panni ad asciugare sui cespugli.

Era cumincendi a intrinà e mamma si era dimenticata di recuperare i panni stesi e ora, dovendo cucinare per la cena non poteva andare; ordinò allora a noi bambini di provvedere al recupero. Ma non ci lasciarono andare da soli, babbo venne ad accompagnarci perché dicevano: no si sa mai!

Arrivati vicino alla Pischìna minòri sentimmo un rumore di gettiti d’acqua e più ci avvicinavamo più il rumore diventava forte.

Improvvisamente babbo si fermò, impedendoci di andare avanti, e disse: “Felmi! Felmi no ci sia calche Paiàna.” Noi incuriosìti ci guardammo in faccia con Ghjacumìna e chiedemmo: “Cosa è la Paiàna Bà?”

No so’ cosi pa’ ‘steddhi, calgliéti a la muta abàli!

Ci avvicinammo e invece era zia Matalena che lavava i panni.

Babbu li lampa una papàta: “E tu Matalè cosa sei fendi a chist’ora? No la sai chi no si sta illu riu addinotti? Ma scasciata sei o cosa?”

“E cumpà aeti rasgioni! La socu fendi pa’ cummari Antunicca!”

E babbo arrabbiato gli rispose, alzando ulteriormente la voce: “Ma siddhu è molta Antunìcca, sinnò che li panni li mancani di sciuccà, la colcia!

E zia, con il volto tristissimo: “Oi socu sciucchendi li fascióli di lu steddhu, pa’ no falli fa la pinitenzia a iddha, mischìna!

Babbo continuava a sgridarla “Tu sei macca in tuttu sigundu me! La pinitenzia cussì! No basta chi è molta, la colcia, puru la pinitenzia à di fa? Aió rimutici tuttu e andemu a cinà chi Maria è scretta!

Anda bè cumpà, tantu agghju cumprìtu!

Babbo si rivolse a noi: “E voi steddhi, accapitéti li panni e punitili illu lamòni chi turremu a cinà”.

Tutti in silenzio, chena abbrì bucca, rientrammo a casa facendoci mille domande nella nostra mente: Cosa saranno le paiàne? Cosa faceva zia Matalena? Chi era Antunìcca? Perché babbo si era arrabbiato tanto? Bo!

La sera a cena non ne parlammo ma l’indomani mattina fu la prima cosa che facemmo appena scesi dal letto. Andammo da mamma in cucina e le chiedemmo di raccontarci. Lei con fare molto delicato, ci raccontò tutto.

In antichità, si credeva che vicino ai fiumi, la notte, ci fossero le anime delle donne morte in parto, che lavavano le fasce dei loro bambini mai nati. Questa era la penitenza che dovevano scontare per 7 anni e se qualcuno le disturbava, dovevano ricominciare da capo.

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Ma zia Matalena no è molta ma!” Cosa vi facìa illu riu?” “E cal’è Antunìcca?

Antunìcca era la sureddha di babbu toiu, ch’è molta in paltu. Matalena no è molta no, siddhu l’aeti auta chì!

Noi bambini ancora increduli: “E no li pudìa sciuccà a matinata vistu chi vi semu stintàti illu riu?

No, stella me’, chistu trabaddhu vo’ fattu addinotti, sinnò l’amina no si salva!” “Matalèna è fendi lu trabaddhu chi arìa durutu fa l’amina di Antunìcca, ma pal salvalla l’è fendi Matalèna, à autu un beddhu pinsamentu!

Pal chissu babbu s’è attidiàtu, tandu!” chiesi.

Eh si, babbu toiu no vò d’iscì addinotti, soprattuttu li femini, proppiu pal chissu!” E poi li dispiaci ammintassi di la sureddha ch’è molta!

Quel giorno passò con tanti pensieri: zia Antonìcca, che non abbiamo conosciuto morta di parto, che triste! La sua anima da salvare? Ma che senso ha?

Zia Matalena che pensa alla sorella facendo per lei il suo lavoro, la sua penitenza; che carina! Ma?

Tornammo ai nostri giochi di bambini ma il pensiero volava sempre lì, al fiume e alle sue strane storie…

Autrice: Anna Maria Giagheddu

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