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Il mistero del nuraghe Ono – Ep.3: Il flauto del Nuraghe Ono

Il mistero del nuraghe Ono – Ep.3: Il flauto del Nuraghe Ono

📜 Il mistero del nuraghe Ono – Indice dei Capitoli

Mauro Bussolo non era un uomo che piangeva facilmente. Era fatto di legno secco e terra dura, il tipo di uomo che se si feriva con un’accetta si limitava a sputare sulla piaga e a continuare a spaccare legna. Ma quella notte, seduto sulla stuoia di asfodelo nel pinnetto circolare di Su Predi, sembrava fatto di strutto squagliato.

Le sue mani nodose e scure di terra stringevano il berretto di velluto con una forza tale che le nocche parevano d’avorio sotto la luce fioca della lampada ad olio. Accanto a lui, sul tavolo di ginepro, c’era una fiasca di vino Cannonau portata come tributo, ma nessuno dei due l’aveva toccata. L’aria nel pinnetto era pesante, saturata dal fumo di ginepro e dal sudore acido della paura vera.

«Mio figlio Giacomo sta morendo, Prete,» cominciò Mauro, con una voce che sembrava il rumore di due macine a secco. «Ha solo dieci anni, ma da tre notti non è più lui. Non dorme. Sta seduto sul giaciglio, con gli occhi spalancati e fissi sul vuoto, a tremare come una foglia. Dice che sente un suono… un flauto che lo chiama. Parla di cose che non dovrebbero stare sotto terra, di stanze piene d’oro che brillano nel buio.»

Su Predi Sculau ascoltava in silenzio. Sorseggiò un goccio d’acqua dall’ampolla di vetro scuro, avvertendo quel leggero pizzicore elettrico che ormai quel liquido benedetto e alterato gli lasciava sulla lingua.

«Io non so cosa c’è là fuori, Prete,» continuò Mauro, e una lacrima solitaria gli scavò un solco chiaro nella polvere della guancia. «Mio figlio grande, Samuele, era con lui l’altra sera vicino al Nuraghe Ono per cercare una capra smarrita. È stato Samuele a riportarlo a casa a braccia, sconvolto, terrorizzato da ciò che ha visto dentro quella torre. Samuele dice che c’è qualcosa di mostruoso là dentro, ma a me trema la voce solo a pensarci… Devi venire all’ovile, Prete. Ti spiegherà tutto lui. Ti prego.»

Mauro, con un gesto disperato, infilò la mano nella tasca della giacca di orbace. Ne tirò fuori una borsa di cuoio consumata e la svuotò sul tavolo. Un pugno di scudi d’argento e qualche moneta d’oro del Regno di Sardegna ruzzolarono sul legno con un suono metallico e pesante.

«Prendi tutto,» ansimò il pastore, gli occhi sgranati e lucidi. «Vendo le pecore, la terra, la casa. Ma salva il mio bambino.»

Su Predi fissò le monete lucide sulla tavola. La Chiesa gli aveva insegnato il disprezzo per il denaro, ma la sua mente spezzata non era più sfiorata dal dogma, bensì da una fredda e amara necessità. Ora che aveva scoperto la vera natura del mondo — un gigantesco meccanismo indifferente fatto di dimensioni sovrapposte in cui gli uomini non erano che insetti — capì una regola semplice: Se devi rischiare la mente per raddrizzare le distorsioni del mondo, è giusto che la tua fatica sia ripagata.

Tuttavia, non era un ladro, né un avido speculatore. Allungò la mano nodosa verso il tavolo e prese soltanto tre scudi d’argento, lasciando tutto il resto al pastore.

«Questo mi basta per scendere a Dualchi e campare qualche giorno,» disse Su Predi con una voce profonda, priva di tremore. «Riprenditi il resto, Mauro. Non mi servono i tuoi averi.»

Fece scivolare i tre scudi nella sua bisaccia di cuoio e continuò: «Torna all’ovile. Tieni Giacomo nel letto e chiudi i portelloni di legno. Se sente il flauto, tappagli le orecchie con la cera delle candele d’api. Io sarò da voi prima che la luna sia alta, e mi farò raccontare da Samuele esattamente cosa ha visto al nuraghe.»

Il pastore annuì, barcollando per la gratitudine, si riprese la borsa con le monete e si trascinò fuori dalla capanna circolare, svanendo nella nebbia gelida del Supramonte.

Su Predi rimase solo nel silenzio della struttura di pietra. Si inginocchiò sul pavimento calcareo e sciolse la cinghia di cuoio che teneva chiuso il grimorio di pelle.

Il libro sembrò aprirsi da solo, le pagine ingiallite che frusciavano nel buio. L’odore dolciastro e metallico riempì il pinnetto. Il prete fece scorrere le dita sulle scritte in latino distorto e sui diagrammi geometrici sbilenchi, cercando la sezione dedicata ai Guardiani dei Tumuli.

Le Surbiles erano parassiti che succhiavano la forza dalle crepe tra le dimensioni. Ma i Guardiani erano diversi: erano entità poste a guardia di quei punti in cui la roccia antica dell’isola era sottile. Usavano l’illusione delle ricchezze terrestri — l’oro e i metalli estratti dalle viscere della terra — come un’esca per l’avidità degli uomini, rendendo le loro menti vulnerabili. Ma il Guardiano non aveva bisogno dell’oro. Voleva la mente di Giacomo. Il cervello di un bambino è un’antenna pura, non ancora irrigidita dalle regole del mondo visibile. L’entità voleva usarlo come combustibile per tenere spalancata la breccia tra i due piani.

Mentre leggeva alla luce della lampada, le dita di Su Predi si fermarono su una figura incisa: un essere indefinito, circondato da cerchi concentrici. Sotto, brevi righe descrivevano il rituale per rompere la risonanza.

Non sarebbe bastata la croce. Non sarebbe bastata l’acqua santa. Per strappare il bambino, Su Predi avrebbe dovuto piegare la frequenza del Guardiano dentro la torre del Nuraghe Ono. Se avesse sbagliato, la sua mente sarebbe stata spezzata e dispersa in quei piani sconosciuti, lasciando il suo corpo come un guscio vuoto.

Ma l’occhio del prete cadde su una nota a margine della pagina, tracciata con un inchiostro nerissimo. Parlava del vero cuore del Guardiano. Non le monete d’oro. Qualcos’altro. Un artefatto. Un frammento di materia proveniente dall’altra dimensione, un oggetto capace di alterare e stabilizzare le crepe della realtà a comando.

Su Predi Sculau accennò un sorriso amaro. La paura c’era, un verme freddo nello stomaco, ma ora c’era anche un obiettivo preciso.

Richiuse il tomo di pelle. Prese la croce d’ulivo, infilò l’ampolla d’acqua santa nella borsa e imboccò il sentiero che scendeva verso la valle. Fuori, il Supramonte era un’ombra immensa e silenziosa sotto le stelle.