
Il vento quella notte non ululava.
Sibilava, come se avesse paura di farsi sentire.
Tre colpi secchi alla porta di legno di ginepro.
Su Predi si alzò dal giaciglio di sterpaglie, la croce che gli bruciava sotto la camicia.
Aprì senza chiedere chi fosse: nel Supramonte, a quell’ora, poteva essere solo qualcuno che aveva già perso tutto.
Mauro Bussolo stava lì, piegato in due, la barba di tre giorni incrostata di polvere e lacrime.
Il cappello gli tremava tra le mani come un uccello ferito.
«Posso… posso parlarti, Su Predi?»
La voce gli uscì in un soffio, come se anche l’aria gli pesasse.
Su Predi lo fece entrare.
Il pinnetto era piccolo, odorava di fumo freddo e resina di ginepro. Un solo sgabello, un tavolo fatto con due pietre leggermente sbozzate e un asse di legno. Accese una candela di sego; la fiamma tremò, come se anche lei avesse visto qualcosa.
Gli versò un bicchiere di vino nero, denso come sangue di capra. Gli diede l’ultimo pezzo di pane carasau, croccante e amaro.
Mauro bevve in un sorso, si strozzò, tossì. Poi parlò.
«Giacomo. Mio figlio. Otto anni appena.»
La voce gli si spezzò. «Tre giorni fa è andato avanti, sul sentiero alto, per anticipare il fratello che portava le capre. Dice che ha sentito… un flauto.»
Mauro alzò gli occhi, rossi, imploranti. «Un flauto che rispondeva al suo. Lui ne ha sempre avuto uno di canna, lo suona da quando era piccolo. Ma stavolta… la musica veniva dal Nuraghe Ono.»
Su Predi strinse la croce. Non disse nulla.
«Ha lasciato il sentiero. Non l’aveva mai fatto da solo. Dice che davanti al nuraghe, sui massi crollati in cima, c’era un uomo seduto. Suonava. Giacomo si è fermato di colpo. Non riusciva a vederlo in faccia, solo di lato. L’uomo guardava l’ingresso nero del nuraghe, come se aspettasse qualcuno.»
Mauro si passò una mano sulla bocca, come per togliersi il sapore di quella visione.
«Poi si è voltato. E mio figlio… dice che è diventato di pietra. Non poteva muoversi, non poteva gridare. Come quando s’Ammutadori ti fissa e ti secca la lingua.»
Un silenzio pesante calò nel pinnetto. Il vento fuori si era fermato del tutto.
«L’uomo gli ha parlato. Solo poche parole: “Scava dentro. Troverai ciò che cerchi.” Poi si è alzato. E Giacomo ha visto… ha visto che non aveva gambe. Dalle ginocchia in giù svaniva, si dissolveva nell’aria come fumo. È entrato nel nuraghe camminando su niente. E quando è sparito dentro il buio… il flauto ha smesso.»
Mauro tirò fuori un rotolo di banconote sporche, tremanti.
«Quanto vuoi, Su Predi? Dimmi tu. Vendo le capre, la casa, tutto.»
Su Predi guardò il fuoco morto.
Guardò il grimorio chiuso sul pavimento, che sembrava pulsare come un cuore malato.
Guardò Mauro, l’uomo spezzato davanti a lui.
«Ne parleremo dopo» disse piano. «Prima capiamo con chi abbiamo a che fare.»
Mauro chinò la testa. Rimase lì ancora un po’, come se non avesse più forza per alzarsi. Poi, lentamente, si rimise il cappello, aprì la porta e uscì nel buio.
Quando i passi si persero tra le pietre, Su Predi prese il grimorio.
Lo aprì. Le pagine tremarono da sole.
Nel silenzio assoluto del Supramonte, lontano, verso est,
un flauto ricominciò a suonare.
Una nota sola.
Lunga.
Come un richiamo.
(Fine del terzo episodio. Prossimo: L’acqua delle Janas)
1 episodio: la caduta di Su Predi Sculau
2 episodio: Il supramonte non dorme mai






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