Siliqua, le origini di un nome - Contus Antigus

Siliqua, le origini di un nome

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Paolo da Ozieri ci ha inviato dell’interessante materiale in merito le origini il nome del paese di Siliqua. L’articolo che segue è parte di una nota pubblicata negli anni ‘60 su «La Nuova Sardegna» nella rubrica «Curiosità del vocabolario sardo» da Antonio Senes (Bolotana 1890 – Sassari 1983). buona lettura.

Siliqua. C’è un antico borgo, in provincia di Cagliari, che ha un nome… botanico di derivazione latina: quello, precisamente, del carrubo. E appunto Siliqua è chiamato da sempre quel paese del Sulcis che si adagia all’ombra dell’alta collina che si erge nella piana, e sulla cui cima ancora esistono i ruderi dell’antico castello di Acquafredda. Più che castello, invero, è un maniero, cioè una fortezza, già feudo della potente famiglia pisana della Gherardesca: quella, per intenderci, del Conte Ugolino, immortalato da Dante in uno dei più drammatici episodi della sua Commedia. Risulta, anzi, storicamente provato che nel maniero si chiusero, assediati dagli Aragonesi, alcuni discendenti del grande pisano, un figlio e un nipote, caduti poi nelle mani degli assedianti.

Siliqua è stato, nell’alto Medioevo, capoluogo della omonima circoscrizione amministrativa, detta allora curatoria.E sull’altipiano della Campeda vi è una regione detta Tilipera, nome pur esso botanico. Lungo la strada di Carlo Felice, fra Bonorva e Macomer, trovasi la cantoniera di Tilipera, tristemente famosa per un feroce eccidio perpetratovi qualche lustro fa. Non parrebbe: eppure i due toponimi di Siliqua e di Tilipera hanno identica, nobile origine, e significano, press’a poco, la stessa cosa.

ImageSiliqua, al diminutivo silicula, significava in latino «baccello», cioè quel frutto a più semi, racchiusi in un involucro deiescente lungo due linee in corrispondenza dell’asse maggiore, come la fava, il pisello ecc. E come il frutto, che sì può dire tipico, del carrubo. Appunto perciò questa pianta è stata battezzata dai botanici ceratonia siliqua.

Ora, le campagne di Siliqua, come in genere quelle basse del Campidano di Cagliari, e anche dell’Ogliastra, ospitano numerose piante di carrubo.

In Sicilia questa pianta è coltivata per i frutti, che costituiscono un buon alimento per il bestiame grosso.

È certo quindi che Siliqua ha assunto il nome dal frutto del carrubo a baccello, cioè, in latino, a siliqua. Il sostantivo è conservato in italiano, con lo stesso significato botanico, cioè per indicare i frutti a baccello. E ricordo una bella sestina del poeta Guido Gozzano, capo della cosiddetta scuola poetica crepuscolare, così caro a noi nella nostra lontana giovinezza, anche per il triste destino che lo portò giovane alla morte per mal sottile, ove il termine è usato nel suo senso proprio. Sestina che voglio riportare, ma non ne assicuro l’esattezza, perché mi affido solo alla memoria:

Non sono lui, quello che t’appaio, / quello che sogni, spirito fraterno. / Sotto il verso che sai, tenero e gaio, / deserto è il cuore, stridulo di scherno, / come siliqua stridula di verno, / vota di semi, pèndula al rovaio …

Debbo però osservare che, con tutta probabilità, il poeta qui non si riferisce al frutto del carrubo, pianta che egli forse neppure conobbe, ma alla siliqua di altra pianta erbacea. Questa è molto comune in Sardegna, ed ha un frutto appunto a baccello. Ma non della forma tipica della siliqua, invece quasi di una campanella arrotondata, che si restringe verso il basso, costituita da una secca buccia, entro la quale stanno liberi alcuni semi. Al tirare del vento codesti semi battono sul guscio della campanella, e danno un lieve suono: quello che, evidentemente, ha attirato l’attenzione del poeta e gli ha dettato la similitudine ricordata.

Ma il termine latino di siliqua ha subìto in sardo tali modificazioni da diventare ormai quasi irriconoscibile. Ed è appunto da una di cotali forme che la regione e la cantoniera sopraricordate hanno preso il nome.

La siliqua frutto è detta nel Campidano siliba e silimbra; e nel Logudoro tilipa, tiliba, tilimba e, infine, tilìpera.

Il termine tilìpera, però, non indica solo il frutto a baccello, ma più propriamente una pianta erbacea molto diffusa, e cioè la veccia selvatica, chiamata anche litìttera: termine che è evidente metatesi di tilipa, con la codetta terminale. La tilìpera è, come si è detto, molto comune in Sardegna; e si arrampica, munita come è di cirri o viticci, fino a coprirle interamente colle infiorescenze d’un bel rosa-viola, sulle siepi dei nostri chiusi. Dà un buon foraggio fresco, appetito, soprattutto, dai bovini e dagli equini. La quale litìttera, però, ha pur essa un frutto a baccello, come il fagiolo, il pisello ecc.

Il curioso di questi nomi è che essi hanno un prefisso til, che il Wagner dice di origine berbera. In berbero, afferma il grande studioso tedesco, la siliqua è detta proprio tísligua o thisligua. Come appare evidente, i due termini, berbero e latino, sono quasi identici. il che fa credere che i romani, importando dall’Africa la pianta, ne abbiano anche importato il nome che essa aveva colà. Tale prefisso si trova in parecchie parole sarde, alcune delle quali indicano certi animaletti che, per muoversi, devono strisciare sul terreno.

Così abbiamo ti o thilibrìu, il falchetto delle nostre torri civiche o campanarie, rapace di passeri, di cui devasta i nidi, o che ghermisce al volo con fuiminea mossa; e titirriòla, titirriólu, più noto col nome di alipedde, cioè il pipistrello, uno dei pochi mammiferi muniti di organi che gli consentono il volo, sia pure con ali di pelle, che vediamo svolgersi silenzioso nelle ore del crepuscolo. Un grande e ben conservato nuraghe della montagna di Bolotana, a circa 1000 metri di altitudine, con la volta quasi intatta, che nella parte superiore regge, come niente fosse, alcuni elci secolari, è detto appunto di titirriòla. E, ancora, ti o thilipirche, la locusta dei romani, la cavalletta, così funesta alle nostre colture quando la specie detta marocchina, o rossa, sciama a miliardi di esemplari, in schiere che fanno l’ombra nel suolo; e dove si calano tutto distruggono. E ti o thilighèrta, in cui il prefisso di cui parliamo precede il termine latino dell’animaletto che essa indica: lacerta; cioè la lucertola. (Per un evidente lapsus il Wagner, nel suo fondamentale studio su La lingua sarda, scrive che tilighèrta indica… la cavalletta). E, infine, ti o thilingròne e ti o thiligugu.

Il tiligugu è niente altro che il lombrico, questo cenciaiuolo dei campi, come viene chiamato, perché usa portare sotto terra pezzetti di stoffa e altri rifiuti, che viene ritenuto, pare a ragione, utile all’agricoltura, e pur senza zampe scava nella terra gallerie in ogni senso, e, come le lumache, esce fuori nelle notti di pioggia, forse appunto in cerca di… pezzetti dì stoffa.

Su tiligugu, della famiglia delle lumache, è detto in italiano «cicigna» o «Iumacone». È, però, privo di guscio, o lo ha appena accennato, sul dorso, da una piccola placca a forma di occhio, un po’ indurita e consistente.

Mi si consenta ricordare, a proposito di lumache, una ordinanza di qualche decennio fa del podestà di Sassari. Emise, adunque, il podestà di allora, un’ordinanza, resa nota al colto e all’inclita, mediante vistosi manifesti appesi in tutte le… cantonate, sul commercio delle lumache e sul divieto di buttare sulla pubblica via i gusci, ormai vuoti del saporoso mollusco. Ricalcando, per quest’ultima parte, le orme di un predecessore di alcuni secoli fa, il quale, con un severo bando, imponeva ai cittadini di gridare per due volte, verso un lato e poi verso l’altro lato della strada, il grido di avvertenza: esci da sottu, prima di buttare dalla finestra il gusciame reliquato dalla… ricca imbandigione di giogga minudda. I maligni sostenevano che i sassaresi, per essere in regola con la propria coscienza e per dimostrare ossequio al bando podestarile, coscienziosamente rompevano il grido di avvertenza, ma dopo, non prima del gettito. Sarà; certo e intonato col temperamento dei cittadini di Sassari.

Or dunque, il nostro buon podestà dei nostri tempi fece anche lui la sua brava ordinanza. E a togliere ogni dubbio, ebbe l’ingenuità di estenderla, specificatamente, anche ai lumaconi (ovviamente le lumache, dirò così, di… grossa taglia, li coccoidi, sos coccoides) e ai lumachini (la giogga minudda). Può immaginare il buon lettore se i sassaresi, così portati come sono, per temperamento, alla beffa, specie quando ne è oggetto un’autorità costituita, verso la quale di solito dimostrano insofferenza, se non addirittura dispregio, si lasciarono sfuggire l’occasione per una battuta addirittura feroce. Con un facile calembour, un gioco di parole, attribuirono a lu macconi (del podestà) di aver dato prova probante di lu macchini che lo aveva indotto a usare termini così male appropriati nella sua ordinanza. Perché, oltre a tutto, se è più che vero che il sassarese è ghiotto della giogga minudda, è ugualmente certo che non sogna nemmeno di raccogliere e cucinare le cicigne, sos tiligugos. Ne rise, a quanto mi consta, lo stesso podestà, che fra l’altro era persona degnissima e di spirito, e che facilmente aveva apposto la sola firma sull’ordinanza, senza stenderla. Ma tant’è: il sassarese non rinuncia, costi quel che costi, a una buona battuta, a un motto di spirito quando gli se ne offre l’occasione.

Ritornando a tili (m) ba, mi vien da dire che il carrubo ha tuttora tale nome in alcuni paesi, come ad esempio nell’Ogliastra. E per indicare il frutto a baccello è ormai poco usato in sardo. L’ho sentito a indicare i baccelli della ginestra, quella, dirò così gentile, sa martigusa, e quella detta martigusa oina, cioè bovina, che hanno appunto un frutto a baccello, detto però anche pisulu, peggiorativo di pisu. Ma per i baccelli più comuni, come la fava, il pisello, il fagiolo ecc., il termine corrente è tega: tega de fae, tega de pisu ecc. Esso ci viene dal latino theca (da cui l’italiano «teca»: famosa quella che conserva a Napoli il sangue di S. Gennaro, e che si ostenta ai fedeli, in occasione della sua festa e del ribollimento del sangue) che voleva dire «cassetta, involto» ecc. Da tega il verbo integhire, che non vuol dire già, almeno ora, «esser sterile», come dice lo Spano, riferito alle bestie, ma il contrario. Quando una cavalla è diventata pregna si dice appunto che ada integhidu, presso a poco come «attecchito» di un innesto. Per altro, in quanto scrive lo Spano vi è una parte di verità: quando il frutto del susino, la susina o prugna, non so per quale ragione (forse per la puntura di qualche afido), resta incompleto, senza, cioe, seme e neppure polpa, acquista una vaga forma di baccello, perché vuoto e allungato.

Orbene, tale susina, dirò così, abortita, è detta in sardo tegadia, che i ragazzi colgono, prima che arrivi a maturazione (e del resto a maturazione non arriva mai) e mangiano, perché il suo sapore amarognolo loro piace.

Et de… siliqua satis, ormai.

Ulteriori foto e informazioni su Siliqua e il Castello di Acquafredda;

potete trovarle all’idirizzo: http://web.tiscalinet.it/antarias/

Paolo da Ozieri: http://www.webalice.it/ilquintomoro

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