Il tesoro di Capitana

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Non molto tempo prima della battaglia di Lepanto (1571), si raccontava di una donna pirata che imperversava con le sue scorrerie lungo le coste della Sardegna e non solo. Prediligeva le coste a sud dell’isola, dove sbarcava con la sua ciurma di briganti musulmani, procurando il terrore delle genti, spingendosi raramente anche nell’entroterra. La sua furia e quella dei suoi uomini devastava tutto: uccidevano senza ritegno e dai villaggi portavano via uomini donne e ragazzi per venderli poi nei mercati degli schiavi, razziavano tutto ciò che era possibile portar via e velocemente ripartivano. paghi del bottino acquisito.

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Capitana è il luogo posto tra Flumini di Quartu e torre Is Mortorius, sito non molto lontano da Quartu Sant’Elena in provincia di Cagliari, lungo la panoramica costiera che conduce a Villasimius; da questo tratto di strada si osserva un panorama incantevole che spazia sul mare azzurro cristallino, senza che crei particolare invidia tra le altre coste rivierasche dell’isola. Ma nell’antichità non troppo remota questa costa  fu testimone di atroci fatti che qui vi verranno raccontati.

Si narra che nella località di Capitana si vivesse felici e che le sue genti tutto sommato non lamentassero particolari difficoltà. Vivevano prevalentemente di pastorizia e di agricoltura, che praticavano intorno ad un chiostro, gestito da una comunità non molto numerosa di frati molto attivi tra lavoro e preghiera. Anche le genti del posto partecipavano spontaneamente alla preghiera. sentendosi poi paghi della grazia divina che li aiutava a sopravvivere in quei tempi, resi difficili sia dalla magra che dalle frequenti incursioni piratesche. Durante le incursioni dei masnadieri la gente fuggiva sulle alture circostanti oppure si rifugiava presso i frati. Ma non sempre era così fortunatai da trovar riparo.

Spesso le navi pirata venivano segnalate ancor prima che giungessero a riva ma altre volte queste giungevano furtive ed i pirati depredavano tutto senza ritegno, uccidendo chiunque si opponesse alle loro razzie. La storia inizia proprio un giorno in cui i pirati giunsero all’improvviso, inseguiti dalla flotta spagnola che perlustrava le acque della Sardegna, e presero in ostaggio i frati mentre la gente di rifugiava sui monti.
Le navi spagnole li avevano persi di vista, quindi avevano un notevole vantaggio di tempo.

Il tesoro di CapitanaIl monastero – dall’aspetto sobrio ed elegante nell’architettura del tempo – era però piuttosto ricco di oggetti preziosi, dipinti e sculture e non mancavano preziosi argenti spesso dorati che impreziosivano questo luogo sacro. Tali ricchezze erano il frutto delle regalie della povera gente che, nonostante i disagi e la fatica nei campi ed al seguito delle greggi, non mancava di contribuire allo sfarzo che rendeva questo luogo un posto invidiabile di cui andavare orgogliosi.

Tra gli incursori era presente anche un giovane apparentemente sui ventidue anni. Si trattava di uno di quelli che a suo tempo furono rapiti forse nell’intento di essere venduto come schiavo sui mercati, dove erano ricercatissimi. Ma egli era ancora bambino quando fu rapito e quindi non era merce che si poteva vendere facilmente. Pertanto, dopo avere pensato di ucciderlo, decisero invece di allevarlo impegnadolo nel frattempo come mozzo tutto fare sulla stessa nave che girovagava per i mari; egli crebbe pertanto non avendo memoria del rapimento e amalgamatosi alla mentalità dei rapitori, tanto da non essere più  in grado di discernere se fosse arabo od occidentale, dato che la sua pelle riarsa dal sole e seccata dalla salinità del mare lo rendeva più simile a loro che ad altri…

Il giovane si chiamava Jouseph (Giuseppe) e forse non si era mai chiesto chi fosse veramente, che natali avesse mai, chi fossero stati in realtà i suoi genitori, dal momento che uno dei vecchi pirati lo aveva allevato ed istruito come un figlio, un figlio dell’ISLAM.

Jouseph , giovane e forte com’era, fu uno dei primi che si scagliò sugli indifesi monaci che non opposero grande resistenza. Egli voleva sapere dove avessero nascosto il tesoro del convento e, non avendo avuto risposta, sgozzò il frate Priore che teneva stretto. Davanti a tale assassinio gli altri frati restarono terrorizzati e si arresero, accompagnando la masnada nella cripta ben celata, dove avevano riposto il tesoro della Cappella;
Dabbasso si intravedeva ammucchiato in ordine sparso il tesoro che luccicava. Tra i quadri e le sculture spiccava una splendida madonnina in legno dipinto, talmente bella che quando il comandante ordinò di prendere solo gli ori e gli argenti preziosi, riponendoli dentro un forziere, e di distruggere tutte le sculture raffiguranti i Santi, un prezioso crocefisso e la meravigliosa Madonnina,  Joseuph tentennò. All’ordine perentorio che seguì, incitando la ciurma a fare in fretta, egli improvvisamente, come preso da un raptus, strinse a se la madonnina e, brandendo le scimitarra,  lanciò un urlo possente che fece rabbrividire i compagni:

<- Maledetti!! Fermi, non azzardatevi a compiere un simile sacrilegio, non toccate niente, non lo fate, altrimenti avrete a che fare con la mia spada ->

Non impiegarono molto ad immobilizzarlo saltandogli addosso come belve e trattenendolo saldamente, mentre il capo della ciurmaglia, furente come un demonio, dopo aver pensato di decapitarlo, optò invece per una punizione più severa, che servisse da monito anche al resto dei suoi uomini: lo avrebbe lasciato li, legato con delle cateneal forziere dove avevano riposto il tesoro, affinché morisse lentamente di fame e di sete, accanto alle statue dei santi ed al crocefisso che avevano frantumato, ponendo infine la madonnina vicino alla grossa cassa mentre veniva schernito per aver difeso un immagine idolatra che loro non riconoscevano (Il Corano, ancor oggi, vieta l’adorazione di figure simili che per loro sono proibite).

Il povero Jouseph subì inoltre la più triste umiliazione della sua vita: gli venne raccontata infatti la sua triste storia, il suo rapimento e la trucidazione dei suoi genitori, di suo fratello e di sua sorella maggiori, assassinati brutalmente sotto i suoi occhi innocenti. Gli raccontarono di averlo cresciuto per farne un guerriero di ALLAH, affinché uccidesse tanti Cristiani per la bandiera dell’Islam. Si beffarono infine di lui dicendogli che giacchè era riemersa in lui la coscienza Cristiana data con il battesimo, da quel momento egli poteva pregare pure un pezzo di legno, un’ immagine idolatra, la quale se fosse stata vera e proveniente da Dio lo avrebbe liberato dalle catene e fatto divenire persino ricco. L’intenzione dei pirati era quella di lasciare il tesoro nascosto nella cripta per venirlo a riprendere un giorno quando sarebbe stato possibile, sicuri che avrebbero vinto con l’imposizione della loro cultura in tutto il mondo di allora, già che, si disperava di fermarli.

Portarono all’interno della cripta anche il tesoro – consistente in due grossi forzieri colmi d’oro, argenti e pietre preziose – che avevano nascosto velocemente al loro sbarco. Trucidarono poi tutti i frati, minarono e fecero crollare la stessa cripta e buona parte del convento, che incendiarono rovinosamente.

Dopo l’orrendo sacrilego eccidio scapparono, convinti di poter tornare un giorno. Ma la giustizia divina li fermò per mezzo della mano dell’uomo, di cui si servì ancora una volta…

Si imbarcarono in tutta fretta e si erano appena distaccati dalla costa quando il rombo dei cannoni delle navi Spagnole che li tallonavano risuonò sulle loro teste. Gli spagnoli erano riusciti a raggiungerli e intanto il mare – agitato improvvisamente dalle correnti che interessano tipicamente quel tratto di costa, non li lasciava uscire in mare aperto come speravano. E così, chiusi la in quella morsa, i colpi dei cannoni resero la galea pirata un incredibile ammasso di fuscelli: l’ira di Dio li aveva colpiti distruggendoli.

La leggenda così racconta questa triste storia, quella che il tempo spesso cancella inesorabilmente. Ma in questo caso così non fu….

La triste sacrilega storia di questi cinici e sadici barbari pirati musulmani, è perdurata nel tempo e, lì dove sorgeva il vecchio monastero, ancora si notano le tracce del crollo, mentre ai margini di quest’area si può ammirare un frutteto di una rigogliosità senza pari. Esattamente  la dove un bel giorno si scoprì il famoso tesoro che sconvolse la vita di una famiglia di Quartu Sant’Elena.

Il capo famiglia, tale Ziu X, era reduce di guerra, dalla quale era tornato senza entrambe le gambe, perse per assideramento quando era stato catturato e deportato in Russia.
Portava le protesi ma nonostante questa condizione, la volontà e lo spirito di sopravvivenza non lo avevano abbandonato. La moglie ed i suoi due figli gli erano sempre vicini. Egli si sentiva amato e protetto e la sua diversità, data dalle protesi, non gli impediva di sentirsi sempre più vivo.
Aveva imparato a convivere con serenità con il suo stato di invalido ed infatti, puntualmente tutte le mattine, si recava nel suo frutteto e con l’aiuto di un piccolo motocoltivatore aveva reso questo luogo un giardino spettacolare ed invidiabile. Aveva lavorato a lungo e duramente per rendere quest’appezzamento di terra il giardino di cui andava visibilmente orgoglioso. Aveva poi messo a guardia dello stesso, come era consetudine in luoghi lontano da casa, dei cani da guardia che lo custodissero a dovere. La sera l’uomo rientrava a casa e raccontava alla famiglia quanto il giardino divenisse sempre più bello e rigoglioso. Felicissimo del suo operato, usava ringraziare il Signore per quanto gli aveva concesso a saldo del danno subito servendo la patria.

Ma un pomeriggio Ziu X arrivò a casa tutto trafelato e la prima ad accorgersi delle sue condizioni fu la figlia, che vedendolo rientrare troppo presto urlò con forza per richiamare la madre e corse ad aprire il grande portone d’ingresso, aiutando l’anziano genitore ad entrare.
Madre e figlia lo portano con fatica fino in camera da letto, chiamarono anche il figlio maschio che lavorava come geometra al Comune e – dopo averlo confortato lo, interrogarono sull’accaduto, sentendosi raccontare la seguente storia:

< Mi ero appena accostato ai cani per dar loro da mangiare dopo avergli già cambiato l’acqua con dell’altra fresca quando mi sono sentito battere sulle spalle, mi sono voltato e con grande sorpresa dietro di me ho visto un frate con il cappuccio in testa. Mi sono spaventato non tanto per la presenza del frate quanto per il fatto che mi consigliava di aiutarlo a tirar fuori da sotto terra una grande cassa che gli apparteneva; detto questo è scomparso sotto i miei occhi così come era apparso. Mi sono sentito svenire dalla paura, neanche in guerra ne ho avuto tanta come oggi. >

Intanto il figlio, che era appena sopraggiunto, sentì le ultime parole del padre che lo avevano tanto impressionato, così concertarono tutti insieme di interpellare qualcuno che si intendesse di spiriti, un veggente, un medium, insomma chiunque fosse in grado di spiegare chi fosse il frate apparso all’improvviso e che cosa volesse realmente.
Moglie e figli si dettero subito da fare per rintracciare qualcuno che si occupasse di pratiche simili, fintanto che individuarono una certa Mariuccia che abitava a Quartucciu, giusto al confine di Quartu Sant’Elena. Andarono a trovarla e questa, dopo aver ascoltato con interesse l’intera storia, consigliò di rintracciare un tizio che abitava a Cagliari, un personaggio piuttosto conosciuto per la sua attività di Rabdomante. Questi era conosciuto sia come ricercatore delle vene freatiche sorgive che come trovatore di tesori e per questo motivo era la persona giusta per individuare la cassa citata dal frate.

Mariuccia sa Bruxa (la strega), cosi era chiamata la donna di Quartucciu, era una persona molto conosciuta, e non solo in paese. La sua nomea si era propagata e veniva chiamata un pò in tutta la Sardegna e oltre. Era piuttosto famosa anche nel continente dove si recava spesso accompagnata da un nipote o da una sorella. A vederla incuteva disagio ed una certa dose di paura. Il suo aspetto era stranissimo, di statura media e aveva i capelli biondi color paglia secca legati a coda sulla nuca, i quali  mettevano in maggior risalto gli occhi grigi e spenti. Spenti  perché non vedeva quasi più…..

Che la cecità avesse acuito i suoi poteri sopranaturali? Si è sempre creduto di si. Infatti, era in grado  di percepire sensazioni profonde e recondite dell’animo delle persone sulle quali si concentrava e soprattutto se poteva tener la mano di una di queste. Era davvero impressionante quanto poteva fare questa donna ed è forse per questo che la gente ne aveva paura, ed è per lo stesso motivo che veniva appellata “La Strega”.

La famiglia di Quartu prese contatti anche con il famoso rabdomante al quale raccontarono la storia vissuta dal capofamiglia. L’uomo – dopo aver ascoltato in silenzio tutta la storia – sbottò dicendo che era necessaria ed indispensabile la presenza di un sacerdote, persona questa che lui conosceva bene, affidabile e discreta, per cui se loro non avevano nulla in contrario si sarebbe tentato di rintracciare il prete per sentire anche il suo parere.
Accettata la proposta del rabdomante questi chiamò il sacerdote:

< Pronto?… Si, sono io… vengo in Canonica insieme a delle persone che hanno necessita del Suo intervento… d’accordo… tra mezz’ora… grazie! >

Giunsero dal sacerdote che li attendeva incuriosito e, dopo una breve presentazione, raccontarono per l’ennesima volta le motivazioni che li avevano condotti sino a lui.
Il parroco era persona conosciutissima essendo intervenuto in diverse occasioni come esorcista, per cui, sicuramente esperto in fatto di spiriti e di fatti misteriosi, prese in seria considerazione quanto gli era stato raccontato e non si scompose troppo. Decise che era urgentissimo intervenire e per questo accordarono di rivedersi tutti insieme lo stesso pomeriggio, compresa  Mariuccia che lui già conosceva e che riteneva indispensabile, affinché evocasse lo spirito del frate che era comparso nel giardino.
Era Luglio inoltrato, il pomeriggio di quel giorno afoso come non mai, intorno alle 16,30 si riunirono tutti nella casa di Quartu.
Dopo i convenevoli di rito Ziu X raccontò per l’ennesima volta l’accaduto ed il sacerdote – senza nemmeno attendere la fine della storia – decise che ci si doveva  recare subito al giardino dove si erano svolti i fatti; senza perdere tempo partirono ed in breve giunsero sul posto dove li attendeva una brutta sorpresa.
I cani da guardia che normalmente si accostavano al cancello d’ingresso quando sentivano che qualcuno si avvicinava, non c’erano. Il padrone, allarmato per la loro assenza, aprì di fretta e chiamandoli per nome ad alta voce non ottenne risposta. Entrando li trovò morti.
A quella vista intervenne Mariuccia, che aveva avvertito una strana sensazione:

<Fermi tutti > disse, < Non muovetevi, sento molte presenze in questo giardino… aspettate >

Ruotando la testa come se seguisse il movimento di queste presenze invisibili, prese a camminare e si diresse verso un punto preciso che le “presenze” evidentemente le avevano indicato. Si trattava del punto d’ingresso alla cripta dove era custodito il tesoro ma non vi si poteva accedere se non a condizioni particolari che sarebbero state comunicate a tempo debito. Così dovettero lasciare il posto ed aspettare nuovi segnali. Rientrati quindi tutti alla casa di Quartu, riepilogato quanto successo, rimasero d’accordo che chiunque di loro avesse avvertito un qualche segnale in merito al caso in questione avrebbe avvertito tutti gli altri, poichè il grupp avrebbe dovuto collaborare sinergicamente.
Il sacerdote, prima di salutare, benedì i presenti e raccomandò di stare tranquilli e sereni, dicendo loro che non dovevano temere alcunchè, perchè tutto sarebbe andato bene.
Si strinsero vigorosamente le mani e si lasciaro.
Rimasti soli, da li a poco alla famiglia si aggiunse anche il “figlio” acquisito, il fidanzato della figlia che già si preparava per il matrimonio….. stettero a lungo insieme, praticamente sino a tarda notte e, dai commenti generali traspariva il desiderio che andava crescendo sempre più, di scoprire cosa contenesse quella famosa cassa … e se fosse il favoleggiato tesoro di Capitana? si chiedevano, mentre si affollavano una marea di altre ipotesi. Intanto si era fatta notte fonda e decisero di riposare un po’ per essere poi in grado di affrontare la giornata successiva.

ForziereCome d’abitudine alle prime luci dell’alba il padrone di casa era pronto per recarsi al suo giardino , questa volta in compagnia del figlio che aveva insistito tanto e non lo avrebbe lasciato uscire da solo. Fatta colazione uscirono ed in breve giunsero nella tenuta di famiglia, dove il giovane si dette subito da fare per portare fuori i corpi dei cani che erano ancora legati senza vita. Sepolte le povere bestie il figlio decise di interpellare degli amici per procurarne degli altri da porre a guardia del giardino. Ne trovarono due dall’aspetto feroce che, a loro dire, non avrebbero certo permesso ad alcuno di avvicinarsi al podere. Pertanto, soddisfatti, decisero che la stessa sera li avrebbero portati nella loro tenuta.
La sera infatti mentre il vecchio raccoglieva qualche grappolo d’uva e dell’altra frutta, il volenteroso figliolo sistemò i cani. Tutto era di nuovo a posto e poterono tornare a casa, sotto il pergolato della bellissima campidanese, dove nelle lunghe sere estive si cenava tranquillamente nel porticato dove si affacciano le varie stanze dell’abitazione.
La notte poi, durante la cena non si poté farne a meno di riaprire il discorso sui fatti accaduti e si congetturò ancora a lungo sui segnali che avrebbero potuto ricevere. Si sfiorarono tutte le ipotesi possibili ma senza approdare a nulla, mentre si fantasticava ancora una volta sul tesoro che si sarebbe potuto trovare. Si diceva che era una fortuna incommensurabile e già si facevano i conti sulla possibile spartizione: il tarlo della cupidigia li aveva oramai contaminati ed i loro progetti futuri correvano con la fantasia oltre l’inimmaginabile; da miliardari si sarebbero potuti permettere tanti di quei lussi……..
La notte trascorse in allegria al pensiero di una fortuna così grande che stava per ricoprirli letteralmente d’oro, ma tutto sommato, fu una nottata tranquilla.

Il vecchio, puntualissimo, all’alba era già a mezza strada in direzione del proprio giardino quando sulla strada forò una gomma e imprecando uscì a fatica dalla motocarrozella e si accinse a sostituirla. Mentre era intento a sbloccare i bulloni strettissimi e duri da smuovere sentì una mano sulla spalla. Voltandosi di scatto si trovò vicino un giovane che salutando gli propose di lasciar fare a lui. Presagli dalle mani la chiave, in men che non si dica sistemò la ruota. Ziu X ringraziò vivamente il giovane ma non sapeva come sdebitarsi e così lo invitò a seguirlo al suo giardino per cogliere della frutta che gli avrebbe regalato;

< Chi sei, qual’è il tuo cognome, sei senz’altro di Quartu ed io conosco pressoché tutti per cui se vieni con me ci fermiamo solo per poco, devo portare da mangiare per i cani e dopo aver raccolto la frutta ti riaccompagno volentieri a casa. >

Rispose il giovane:

< No! Grazie, non posso venire devo stare qui per controllare delle cose.>

Il vecchio insistette e chiese cosa avesse da controllare di così particolare interesse ed il giovane rispose in maniera sibillina dicendo che se non avesse a controllare con attenzione tutta la zona circostante, anche il suo meraviglioso giardino sarebbe stato in pericolo.
Ziu X non è che avesse compreso bene ciò che il giovane gli aveva detto e ringraziando ancora partì.
Arrivato, finalmente, aprì il grosso cancello e richiusolo alle proprie spalle, si accinse a portare il pasto per i nuovi cani che sicuramente avevano fame. A momenti gli veniva un colpo quando vide anche questi morti come i due precedenti… che stava succedendo? Perché i cani morivano gli uni appresso agli altri? Non era mai successo. Al che improvvisamente gli ritornano il mente le parole del giovane che lo aveva aiutato: < Devo controllare anche il suo giardino altrimenti….>
Rendendosi conto che quelle parole sibilline e la nuova morte dei cani potessero essere collegate, pensando all’eventuale nuovo segnale che tutti si aspettavano, in breve si ritrovò a casa a raccontare gli ultimi avvenimenti.

La moglie preoccupatissima suggerì di richiamare urgentemente tutte le persone con le quali avevano concordato di risentirsi, sperando di scoprire se questo fosse il segnale aspettato.
Chiamò senza perdere tempo e, raccontate le ultimissime novità, si accordarono di rivedersi nel pomeriggio.
Come stabilito, puntualissimi, si ritrovano ad analizzare il caso ultimo e li si stabilì che, forse, una seduta spiritica fatta in casa sarebbe stata opportuna. Se si fosse riusciti a stabilire un contatto con le entità custodi del sito in questione, da queste sicuramente avrebbero ricavato le informazioni che necessitavano per risalire poi alla scoperta della cassa del tesoro.
Scelto l’ambiente più consono dove fare la seduta spiritica si sedettero intorno ad un tavolo abbastanza grande da ospitare tutti, dato che erano piuttosto numerosi; Mariuccia era la Medium, mentre gli altri sedevano in circolo ponendo il rabdomante di fronte a lei e lasciando fuori il sacerdote. Egli, dall’esterno avrebbe assistito senza dover partecipare direttamente se non per un caso estremo, la dove malauguratamente si fosse dovuto ricorrere ad un esorcismo.

Istruiti sul comportamento da tenere ed emozionatissimi iniziarono illuminati dalla luce di una candela, unica fonte di luce che schiariva la scena e che a sua volta creava dei riverberi sui volti dei partecipanti rendendoli, a tratti, paurosi….. Il volto spettrale di Mariuccia, dipinto dalla luce oscillante della candela la rendeva orribile a vedersi, soprattutto mentre si seguivano le smorfie che contorcevano i suoi lineamenti. Ogni tanto sbuffava rumorosamente, sempre più forte, mentre cantava una specie di nenia incomprensibile. L’aria elettrizzante che si era creata teneva la compagnia come ipnotizzata e terrorizzata allo stesso tempo… il terrore lo si leggeva nei loro occhi sbarrati, mentre il sacerdote dall’esterno seguiva anch’esso, teso fino allo spasmo, il continuo sbuffare della medium, la sua nenia ossessiva ed i continui sussulti che a tratti la facevano sobbalzare sulla sedia. La scena si protraeva da oltre un ora quando, all’improvviso, dalla bocca di Mariuccia che aveva preso a sbavare copiosamente fuoriuscì una voce rombante e mascolina che fece rabbrividire i partecipanti. Lo stesso volto di lei si era alterato assumendo un aspetto inaspettatamente maschile, la conformazione del viso e degli occhi richiamavano una figura orientale ma questa si trasformava in continuazione fintanto che si stabilizzò un volto sereno e la stessa voce possente iniziale si rivelò infine, dolce e suadente.

< Sappiate figlioli, che io sono il Priore del convento dove avvenne un orribile eccidio ad opera di un gruppo di masnadieri che ci avevano aggredito ponendo poi tutto a ferro e fuoco.
Erano dei disperati in fuga, che hanno nascosto in grande tes…..
>

S’interruppe perché alla sua voce si era sovrapposta la possente voce precedente, che in una lingua mai sentita, proferiva delle parole incomprensibili… Nonostante le insistenze del direttore della catena, il geometra rabdomante, che tentava di obbligare lo spirito a parlare una lingua comprensibile, dopo lunga insistenza dovettero smettere.
La pausa obbligata sciolse la tensione accumulata e finalmente poterono tentare un resoconto dell’accaduto. Erano stanchi ed ancora sovreccitati per l’esperienza vissuta. Ma ben presto, usciti a respirare un po d’aria fresca sotto il pergolato, ristorati da una buona bibita fresca iniziarono a scambiarsi le impressioni suscitate da quella prima esperienza, unica, perlomeno per quella famiglia che non aveva mai assistito precedentemente.
Prese la parola il sacerdote:

< Sapete, fenomeni simili ne ho visti tanti, e questo rientra nella norma ….. le alterazioni del volto di Mariuccia sono la conferma della tentata possessione del suo spirito da parte di altre entità. Così quello che si è manifestato era sicuramente uno dei soliti che interferiscono per impedire il dialogo che aveva aperto “il priore”… peccato che l’interferenza di quest’altro spirito ci abbia costretti a smettere… davvero un peccato, ma…..>

Il geometra rabdomante avrebbe preferito riprendere subito con una nuova seduta ma venne dissuaso dal momento che tutti gli altri non si sentivano di rincominciare. Era la prima volta che ne facevano una pertanto non si sentivano di ripeterla. Almeno per quel giorno avevano bisogno di ritemprarsi e disporsi in condizioni di affrontare un’ altra simile esperienza, d’altronde non si trattava di cose all’ordine del giorno.
Accordarono di lasciare il tutto all’indomani e fu un’altra lunga notte. La sera non si parlò d’altro che di quanto era successo ed il genero di ziu X decise che lui non avrebbe partecipato mai più ad esperienze simili. Data la sua insistenza venne deciso di lasciarlo al di fuori, mentre la fidanzata – figlia di Ziu X – avrebbe continuato nonostante il parere negativo del suo futuro marito. Si era fatto oramai tardissimo e tutti andarono finalmente a letto.

La mattina successiva come di consueto, il primo ad alzarsi fu il padrone di casa. La moglie lo seguì dopo pochi minuti impedendogli di uscire. Lei non voleva assolutamente che tornasse da solo in campagna ed insistette che vi si recassero il figlio ed il genero. Essi avrebbero seppellito i due cani e raccolto un po’ di frutta fresca da regalare al sacerdote, a Mariuccia ed al geometra che sarebbero tornati nel pomeriggio. Loro infatti avevano deciso che l’ora più propizia per la seduta era quella.
La donna riuscì a convincere il marito ed egli rimase a casa seppur a malincuore, perché abituato ad andare in campagna ed in casa si sentiva inutile.
Quando il figlio ed il genero – che per la notte aveva dormito da loro – furono pronti per uscire, erano già le nove del mattino. In breve raggiunsero il giardino ed andarono a seppellire i cani, raccolsero la frutta che era stata raccomandata e mentre stavano per andar via entrambi furono percorsi ad un brivido fortissimo come per una presenza che li aveva turbati notevolmente. Guardinghi, facendosi forza e coraggio, come se non avessero sentito nulla, chiusero il cancello e messa in moto la macchina, tornarono a casa in un lampo a raccontare quello che avevano sentito.
Inutile dire quante argomentazioni furono imbastite intorno all’accaduto. Decisero quindi era necessario avvertire tutti gli altri componenti il gruppo, per sentire anche il loro parere. Era Lei, la padrona di casa, che si occupò di questo ed il pomeriggio si ritrovarono ancora una volta insieme, decisi più che mai ad andare a fondo per chiarire una volta per tutte come avrebbero dovuto agire per recuperare il tesoro….. “costasse quel che costasse”.
Dopo un pranzo veloce si ritrovarono tutti insieme, pronti per iniziare. Soliti avvertimenti di rito e si entrò nel vivo della seduta.
Mariuccia, al massimo della concentrazione, in breve arrivò a stabilire un contatto, il momento più atteso.
Il monaco della volta precedente si era manifestato senza interferenze e da quel momento iniziò a parlare riprendendo il discorso interrotto la volta precedente:

<Per entrare in possesso del tesoro che è custodito nella cripta, dovrete usare particolari precauzioni ed attenervi al rispetto di quanto vi dirò. Dovrete giurare solennemente che osserverete dettagliatamente quanto ascolterete da questo momento in poi e non trascurerete nulla….>

A queste parole, seguì una pausa che sembrava eterna, Mariuccia ansimava ed era percorsa da lunghi brividi… il volto cereo e gli occhi sbarrati mettevano in evidenza il bianco dei globi oculari, rendendo la sua faccia una maschera terrificante. Improvvisamente riprese a parlare:

<Andate nel giardino e lì, saprete cosa fare>

Mariuccia si “svegliò” di soprassalto dal torpore in cui era caduta e il gruppo, concitatissimo, si organizzarono per recarsi in campagna. Data l’ora, si domandavano come avrebbero fatto per continuare. C’era il rischio che qualcuno li vedesse … e poi …cosa avrebbero dovuto fare? Cosa li aspettava sul posto?
Alle domande avrebbero risposto una volta giunti al giardino e da li a poco si ritrovarono al suo ingresso.

Entrarono e, un po’ spaesati, stettero muti, come se un evento misterioso dovesse suggerire loro cosa fare. Prese per primo a parlare il geometra che, armatosi della classica forcella da rabdomante, disse che avrebbe iniziato a scandagliare il terreno con la speranza di individuare qualcosa di anomalo che li aiutasse nella ricerca del tesoro e soprattutto che contribuisse ad accelerare i tempi del ritrovamento.

Iniziò così tra la curiosità generale a camminare lungo il perimetro della tenuta attento a percepire ogni minima variazione che la forcella gli avesse trasmesso…… Non succedeva nulla da un pezzo… il tempo correva veloce ed ancora non si avvertiva alcun
segnale. All’improvviso,  giunto li dove erano morti i cani, la bacchetta incominciò a vibrare fortemente. A questa vista, tutti, concitatissimi, gli si strinsero intorno dicendo:

<E quì! E qui>

Erano convinti che il tesoro fosse li sotto, dove aveva indicato la forcella “magica”.
Mentre decidevano di rimuovere le pietre che segnavano il confine del terreno per poter scavare, intervenne Mariuccia, la quale perentoriamente ordinò che non si azzardassero ad andare oltre.

<Non lo fate ! Non toccate niente. Sento che se andate oltre succederanno delle disgrazie.>

Spaventati si bloccarono, conoscevano troppo bene la fama di Mariuccia per non accettare i suoi consigli. Così, seppur a malincuore, si soffermarono ad ascoltare cosa suggerisse ancora la donna.

<Andiamo via, torneremo dopo che avrò fatto alcune cose che ci mettano al riparo da ogni rischio>

Accordato che si sarebbe fatta risentire lei quanto prima possibile, si salutarono ed ognuno rientrò alla propria casa.
I padroni di casa, rientrati a Quartu non si davano pace. Nonostante gli avvertimenti,  essi avrebbero preferito andare avanti… avrebbero scavato fino a raggiungere il bramato tesoro… era li, a due passi e con quattro badilate lo avrebbero tirato fuori. Con quel tesoro si sarebbero arricchiti tutti, perché tentennare? Se le cose fossero andate per le lunghe decisero che avrebbero sciolto il gruppo e sarebbero andati avanti da soli.
La bramosia per il danaro li aveva sconvolti ed avevano deciso…

Intanto Mariuccia aveva contattato una persona di fiducia, un giovane che lei reputava come persona extra sensibile e che avrebbe potuto accertare con sicurezza la possibilità ed il modo per  impossessarsi del tesoro. Così mandò il proprio nipote a cercare il giovane ed il giorno dopo questi si recò da lei. Preso atto di tutta la storia egli  accettò di far parte del gruppo, a patto che si attendesse una settimana. Il giovane infatti al momento non era disponibile, poichè occupato da altri impegni. Mariuccia rimase delusa di questa attesa ma non se la sentiva di andare avanti da sola e pertanto, avvertiti i familiari di Ziu X, stabilì di attendere la disponibilità del nuovo partecipante. Questi accettarono la partecipazione dell’estraneo con una certa dose di riluttanza, in quanto avrebbero preferito non si aggiungessero altri elementi al gruppo con i quali spartire il tesoro …

Rassicurata Mariuccia che avrebbero aspettato la settimana richiesta dal giovane sensitivo, la famiglia ed il resto degli amici aggiuntisi nel frattempo iniziò comunque a lavorare nel giardino per rimuovere le pietre che lo separavano dal territorio demaniale. Li vicino infatti scorreva un fiume, lo stesso che molto tempo prima alimentava la falda del pozzo del convento distrutto. Ma questo il gruppo non poteva saperlo, visto come si presentava attualmente il territorio.

Mentre lavoravano però si accorsero che – da lontano – vi era un gruppo di persone che li osservava e, per questo motivo, ogni tanto si fermavano ed aspettavano che questi individui si allontanassero. Il gruppo credeva si trattasse di pastori, barracelli o carabinieri che si alternassero, visto che ogni tanto si vedeva che gli osservatori cambiavano la loro divisa. Decisero quindi di mettersi a turno a tenere d’occhio queste persone che guardavano da lontano senza mai avvicinarsi, ed intanto continuavano a lavorare nella pulizia del confine, seppure a tappe forzate.
Certamente, se avessero saputo che si trattava di ben altri esseri, avrebbero immediatamente interrotto…

Certamente vi era un dato di fatto: la famiglia non stava rispettatando i patti presi con Mariuccia: la bramosia per il denaro aveva offuscato le loro menti, rendendole incapaci di capire il grave rischio che stavano correndo.
Avevano tempo, dato che Mariuccia aveva avvertito che prima di una settimana non sarebbe stato possibile ritrovarsi tutti insieme, così, nell’attesa avevano avuto l’idea di iniziare il lavoro con la speranza di trovare il tesoro anticipatamente.
Nei giorni successivi però accadde qualcosa che li scosse violentemente: ricomparve il frate che li avvertì per l’ennesima volta che il tesoro, una volta ritrovato, andava assolutamente consegnato alla Chiesa. Se tale pattuizione non fosse stata rispettata, infatti, una terribile maledizione avrebbe gravato su di loro.
Incoscienti, come ipnotizzati, essi continuarono invece imperterriti a rimuovere le pietre, liberando un ampio spazio di terreno e ponendo di nuovo dei cani a guardia del giardino, convinti che la loro presenza avrebbe dissuaso qualsiasi tentativo di avvicinamento. Il giorno successivo invece trovarono per l’ennesiva volta le bestie morte come le precedenti. Iniziarono quindi a sostituirle ogni volta, per vederle puntualmente morte il giorno dopo, mentre i giorni scorrevano veloci.
Giunse quindi il giorno dell’appuntamento fissato tra Mariuccia ed il suo giovane amico ma poichè ormai tutto il gruppo era sempre impegnato nei lavori al giardino, alla richiesta di Mariuccia di riunirsi come di consueto nella casa di Quartu, la moglie di Ziu X rispose invece che si sarebbero visti tutti direttamente al giardino.
Erano le sedici quando si incontrarono, c’era tutta la comitiva: il sacerdote , il geometra, la famiglia tutta ed altre quattro persone che furono presentate come parenti che indispensabilmente dovevano essere parte del gruppo e quindi che avrebbero preso parte alla spartizione, come era stato stabilito precedentemente.

Quindi la comitiva s’era allargata e la presenza del giovane sensitivo li aveva colti di sorpresa ma Mariuccia garantì che la sua partecipazione era importantissima, dal momento che era dotato di una sensibilità anche superiore alla propria e così il gruppo ricominciò a scandagliare il terreno.
Fatto un largo giro, ben presto giunsero li dove erano state rimosse le pietre ed il giovane sensivio – che chiameremo Enrico – si fermò istantaneamente, tremando come una foglia:

<Ferma Mariuccia, non andare oltre. Li sotto, c’è il vuoto. Sento delle presenze intorno a noi …. fortissime …. sono tante presenze…. alcune fanno paura…>

Intanto i presenti si erano precipitati intorno e qualcuno di loro già gioiva convinto che da li a poco si sarebbe arricchito. Enrico disse che era necessario andarsene da quel luogo, era importante andare a casa del padrone, trovarsi lontani da quelle presenze che gravitavano sul posto, fare una riunione plenaria e necessariamente una seduta medianica per stabilire cosa fossero quelle strane presenze e cosa volessero. Lo stesso sacerdote confermò che non si poteva fare diversamente, era importantissimo stabilire un contatto dal momento che le “presenze” avvertite erano così numerose e spaventose.
Così fecero ma a malincuore, convinti che giunti a quel punto un’altra seduta fosse superflua.
Si disposero intorno al tavolo secondo le indicazioni del direttore (il geometra rabdomante) mentre il sacerdote, come sempre, stava al di fuori. Mariuccia ed Enrico, alla destra del rabdomante chiudevano la catena così stabilita. Iniziò quindi la seduta al comando del direttore che incitava il famoso “Priore” a manifestarsi, mentre Mariuccia sbuffava rumorosamente.

In breve la voce suadente del priore si fece sentire per mezzo di Mariuccia: gli occhi dei partecipanti si illuminarono di gioia, convinti che dopo di essa non si sarebbe manifestata nessun altra entità negativa. La voce di costui, dolce e pacata, ricordò gli accordi presi, ed invitava ancora una volta a non trasgredire la parola data. Fino a quel momento tutto procedeva bene e la serenità si leggeva dipinta sui volti dei presenti. Ma improvvisamente dalla bocca di Enrico una risata fragorosa scosse i partecipanti. Il giovane, anche lui medium di alta sensibilità, era stato pervaso da una delle altre presenze che aleggiavano intorno al gruppo. La risata aveva alterato il suo volto che cambiava continuamente espressione. A momenti faceva paura e si trasmetteva sottilmente tra i presenti, in modo subdolo e pericoloso. Infatti uno dei partecipanti non resse a quelle manifestazioni – forse perché precedentemente convinto che le sedute fossero solo un gioco – e tentò di sciogliere la catena, mettendo così a repentaglio l’incolumità generale.

Subito intervenne il sacerdote che stava all’esterno della catena mentre tra Mariuccia ed Enrico, o meglio, tra le due opposte entità,  si scatenò una vera “guerra”; le parole della seconda entità erano spesso incomprensibili e si mescolavano con quelle della prima – il priore – che raccontava come tutti i frati fossero stati trucidati da quell’orda di barbari pirati.

antroAll’improvviso  l’acceso diverbio si spense così come era iniziato e per un momento si creò un vuoto assoluto. Si sentiva solo l’ansimare di Enrico, mentre Mariuccia, tra lo stupore generale, era tornata in se.
Nel giovane si notava visibilmente la battaglia interiore tra varie presenze negative che tentavano di prendere il sopravvento. Il suo volto si contraeva in orribili espressioni davvero poco rassicuranti fintanto che, finalmente, si distese e ritornò normale e sereno….era segno che un entità positiva si era imposta tra tutte le altre… era Joseuph…. il giovane che era stato legato al forziere e che era poi morto d’inedia. Si presentò piangendo a dirotto e singhiozzando raccontò la sua breve vita finita poi tragicamente.
Raccontò che era stato rapito quando era era piccolissimo, come era vissuto ed a quante terribili battaglie era sopravvissuto, quante vite umane aveva troncato e di quanto allora ne andasse fiero -dal momento che uccidere il nemico significava rendere gloria e potere all’Islam.
Raccontò che la sua spada era ancora grondante sangue quando successe un evento miracoloso che lo aveva scosso violentemente, risvegliando in se la natura Cristiana che mai avrebbe sospettato; questa si manifestò nel momento in cui uno dei suoi compagni si accingeva a distruggere la bellissima Madonnina che era stata riposta ai suoi piedi quando lo avevano lasciato legato alla cassa del tesoro.
Raccontò la triste storia tra singhiozzi e disperazione, chiedendo infine di essere perdonato per quello che aveva fatto durante la sua breve vita. Il racconto era straziante e così gli si concesse prima di tutto il perdono e poi gli si fece solenne promessa che avrebbe ottenuto degna sepoltura.

Dopo questi eventi che sembrano portare la situazione ad un punto risolutorio, il sacerdote esorcizzò l’ambiente per allontanare le entità negative che si trovavano indubbiamente sempre in agguato e si potè finalmente sciogliere la seduta. Ovviamente ne seguì un lungo dibattito sui recenti fatti accaduti e si decise infine di ritornare al giardino per prelevare definitivamente il tesoro tanto agognato.
La gioia per la conferma aveva mandato in visibilio l’intera comitiva e tutti si abbracciavano felici per quello che li attendeva: una fetta del preziosissimo tesoro che li avrebbe arricchiti e sollevati, per la maggior parte di loro, da gravose situazioni pendenti.
Un brindisi con dell’ottimo vino Quartese concluse la serata. Si era fatto tardi e si salutarono tutti calorosamente dandosi appuntamento per il giorno successivo e rientrando ognuno presso la propria abitazione.

La notte trascorse solo apparentemente tranquilla, poichè in realtà l’euforia non fece dormire nessuno e meno che mai riuscì a riposare il giovane Enrico, costui però per altre motivazioni. Era tormentato da brutti presentimenti, sentiva che c’era qualcosa che gli sfuggiva, qualcosa che gli procurava una strana agitazione e che lo teneva in ansia. Non si sbagliava infatti. La mattina successiva di buon ora uscì per andare all’appuntamento e in meno di un ora era sul posto convenuto. Alcuni arrivarono poco più tardi. L’ultima ad arrivare fu Mariuccia, anch’essa sconvolta per aver trascorso una notte insonne, disturbata dagli stessi presentimenti di Enrico. Così i due – trovandosi insieme – confabularono tra loro cercando di capire di che si trattasse. Intanto il resto dei convenuti riprese i lavori di dissotterramento.
Liberato l’ultimo strato di pietrame vennero chiamati i due sensitivi per visionare il lavoro eseguito. Si avvicinarono entrambi e, di fronte a quell’area ripulita, Enrico venne colto da una serie di brividi che gli fecero accapponare la pelle.

<E’ qui.> disse. <Bisogna scavare in questo punto, qui c’è l’ingresso della cripta>

Di buona lena tutti i presenti incominciarono a scavare e già si intravedevano i primi gradini per il sotterraneo. La scala però era sepolta dal crollo e dovettero faticare a lungo prima di liberarla. Fecero una pausa veloce per rifocillarsi e ripresero a lavorare. Erano le cinque del pomeriggio quando finirono: avevano liberato le scale sufficientemente da poter accedere a quello che sembrava un orrido pozzo senza fine. In fondo era buio pesto ma fortunatamente si erano attrezzati preventivamente con grosse torce elettriche, robuste corde e una scala di fune che all’occorrenza poteva tornare utile.

La luce delle torce schiariva sufficientemente il condotto che portava giù alla cripta, fino ad illuminare l’immensa “grotta”. Essa si presentava asciutta ma con un forte odore di muffa e ragnatele su soffitto e pareti. Tutto ciò dava all’ambiente un aspetto spettrale. Il pavimento era costituito da grosse piastre di terracotta e ricoperto in alcuni punti da una coltre di polvere finissima. Infondo si intravedevano ossa sparse e scheletri interi; sulla parete di fronte un grosso tavolo in pietra che sembrava un altare. Sulla destra una cassa… la famosa cassa del tesoro, ancora legata con robuste catene allo scheletro del povero Joseuph.
Alla vista del forziere un urlo che sembrava un tuono fece accorrere verso l’interno della cripta tutti i presenti tranne il padrone Ziu X che per la sua invalidità non poteva scendere le ripide scale. L’euforia generale era incontrollabile e subito il gruppo si accinse ad aprire la cassa.

In quell’attimo Enrico cacciò un urlo che fece rabbrividire tutti quanti:

<Fermi! Non toccate nulla, chiunque tocchi il contenuto della cassa  stasera non tornerà a casa> tremante, continuò… < Il tesoro è maledetto….. Prima che qualcuno di voi si azzardi a toccarlo bisogna fare degli scongiuri particolari, e questi dovanno essere fatti dal sacerdote qui presente.>

La masnada di “ladri assatanati” – perchè proprio questo erano diventanti oramai – fece qualche passo indietro borbottando ed imprecando:

<Cosa dovrà succedere ancora… non basta quello che abbiamo vissuto? Perché non possiamo aprire questa maledetta cassa e prendere il tesoro?…. Perché? … Chi, come e perché, dovrebbe morire, é forse qualcuno di noi?>

Mariuccia, il sacerdote ed Enrico si erano stretti vicini e quest’ultimo riprese a parlare:

< Sapete che il contenuto è della Chiesa e che nessuno di voi ne é padrone. Se insistete e non fate le cose che sono state raccomandate non sarà uno solo a morire, partendo da Mario, il figlio del padrone di casa, non lo dimenticate!>

A queste parole raggelarono e prontamente intervennero il sacerdote e Mariuccia, cercando di calmare gli animi ma anche di  placare i loro istinti primordiali, che in quei momenti li avrebbero portati anche a commettere un omicidio pur di potersi impossessare del tesoro. Alle parole suadenti del sacerdote il gruppo si rabbonì e stette ad ascoltare:

<Vi rendete conto di quel che potrebbe succedere? Siete forse così avidi da lasciar cadere vittima il caro Mario  senza preoccuparvi poi, della vostra stessa incolumità e quella dei vostri cari? Avete già scordato di aver giurato solennemente di non approfittarne? Questo tesoro farà la fortuna di tutti voi, me compreso, ma non in cambio della vita>

Mariuccia annuì e non proferì parola, mentre Enrico espresse il desiderio di tornare a casa, ma non prima che si fosse ricoperto l’ingresso della scala, lasciando la cripta così com’era. Sentite quelle parole il vecchio che era all’esterno richiamò tutti all’aperto e con loro  decise di occultarne l’ingresso ponendo delle travi di legno e delle frasche che permettessero di porre poi delle pietre al di sopra, rendendo più naturale possibile la copertura così fatta.
Eseguito il lavoro Enrico pretese di essere accompagnato a casa e ammonì nuovamente il gruppo circa il fatto che se non si fossero rispettati i patti  lui sarebbe uscito dalla partita e si sarebbe disinteressato delle inevitabili conseguenze.

Furono il sacerdote e Mariuccia ad accompagnarlo e durante il viaggio il sacerdote rassicurò Enrico sul fatto che i patti sarebbero stati certamente rispettati e tutto sarebbe andato per il meglio. Il tesoro era sufficiente per arricchire tutti quanti per diverse generazioni. Tanti soldi non li aveva mai visti nessuno. Parte di questi sarebbero serviti per ripagare Ziu X, che quell’anno era stato nominato Obriere per la Festa che tutti gli anni si teneva a Flumini di Quartu, località a mezza strada tra Quartu Sant’ Elena ed il luogo del tesoro.

La festa era prossima e già si organizzavano i preparativi. Era una festa solenne che richiamava genti di ogni dove. I festeggiamenti normalmente si protraevano per una settimana. Fu invitato anche Enrico e la sua famiglia. Per l’occasione si sarebbe festeggiato anche il rinvenimento del tesoro, ma in forma privata.

Enrico aveva declinato l’invito ed alla festa non si presentò.

Pochi giorni prima infatti, due dei componenti il gruppo accompagnati da Mario,  andarono a trovarlo a casa, dal momento che lui non si era più fatto ne vedere ne sentire. Enrico li fece accomodare ed essi gli consegnarono della frutta raccolta nel giardino ed una busta che conteneva un fagotto legato con un fazzoletto nero, quello classico che portano sul capo le donne di una certa età. Lo slegarono ed all’interno questo conteneva monili e pietre preziose, oltre due chili abbondanti, splendide luminose e di mille colori. C’erano rubini, smeraldi, splendidi opali e mille altre indefinibili e preziosissime pietre, tutte evidentemente smontate dai castoni dei gioielli d’oro che era stato fuso per venderlo più facilmente, raccontarono.

<Questa è la sua parte, come era stato concordato.> disse uno di loro.

Mario, stranamente non disse una parola ma non c’era di che stupirsene. Nonostante i solenni giuramenti la folle bramosia e l’avidità avevano preso il sopravvento. La prova erano i preziosi li presenti. Le conseguenze che potevano verificarsi le conoscevano molto bene e che si fossero comunque spinti fin li era un fatto assurdo.

Le stesse leggende popolari, da sempre, raccontavano di terribili avvenimenti verificatisi conseguentemente al mancato rispettato di precisi patti.. Era risaputo da sempre che gli Spiriti non perdonano. Si sarebbero vendicati nella maniera peggiore, come si era inersorabilmente verificato in altri casi conosciuti.

Questi erano i pensieri che affollavano la mente di Enrico mentre osservava quella fetta di tesoro che gli era stata posta sotto gli occhi, ma senza che l’avesse toccata con le mani.
Enrico li aveva esplicitamente preavvisati che se avessero proseguito nel loro intento di impadronirsi del tesoro egli sarebbe uscito dal gruppo, estraniandosi ad ogni fatto successivo. Sapevano che le conseguenze non avrebbero risparmiato nessuno di loro. Per quale motivo quindi lo stavano sfidando con questa folle azione? Per questo decise di congedarli dicendo:

< Voi siete pazzi. Riavvolgete tutto, in fretta, e portate fuori da questa casa il frutto delle vostre disgrazie future. Già sapete che la morte aleggia intorno a voi. Fuori da questa casa e non tornate mai più neanche in questo paese. Dimenticate di avermi conosciuto e non azzardatevi a nominarmi per nessuna ragione, con nessuno…. Vi avverto… non fatelo.>

Si alzò in piedi e li sospinse verso la porta. Era importante che andassero via, in fretta, già puzzavano di morte.
Certo non s’aspettavano una simile reazione, sorpresi ed imbarazzati, richiusero il malloppo nella busta e andarono via con la coda tra le gambe. Senza proferir parola.

Cosa successe al loro rientro a casa non si sa, probabilmente anche quella “fetta” venne ripartita tra tutti i partecipanti alla “caccia al tesoro”.

Intanto arrivò il giorno della festa. Decine di persone erano indaffarate nei preparativi per il pranzo, correndo a destra e a sinistra perchè tutto fosse in ordine nei tavoli dove si sarebbe servito il cibo.  Centinaia di persone, tra fedeli e semplici curiosi, erano accorse sin dall’alba per accaparrarsi i posti migliori. Aleggiava una frizzante aria di festa, tutti sembravano felici e spensierati, nell’attesa dell’inizio del pranzo.

La Santa Messa era appena finita e “l’Obriere” venne chiamato d’urgenza perché mancava qualcosa di importante ed era quindi necessario che qualcuno andasse a prenderla urgentemente a casa del vecchio. Egli quindi fece quindi rintracciare suo figlio Mario e gli dette precise istruzioni per provvedere. Egli quindi – proposto ad un amico che lo accompagnasse – prese la Vespa e partì.

Avevano percorso appena duecento metri in mezzo al traffico, accompagnati  dal sottofondo musicale della festa in corso quando improvvisamente accadde l’inspiegabile. Il traffico si fermò e tutti accorsero nel luogo dove era appena avvenuto un incredibile incidente: la vespa era volata lontano come se una forza sovrumana l’avesse scagliata in aria; l’amico di Mario era in piedi con un gomito appena sbucciato e qualche abrasione superficiale sulle mani e su una gamba, niente di serio. La gente urlava mentre accorrevano i Vigili Urbani ed i Carabinieri presenti alla festa, nonchè i soccorsi da questi ultimi richiesti al Comando di Quartu. Si tentava di tenere lontana la gente che intanto si era assiepata intorno al giovane che accompagnava Mario. Ma di lui non c’era traccia accanto all’amico.

Una gamba grondante di sangue era appesa ad un basso albero ed il resto del corpo smembrato era disseminato nel raggio di qualche metro, mentre la testa recisa non si ritrovava.
Una scena racapricciante. Non si era mai vista una cosa simile.
La gente intorno e gli stessi militari intervenuti per i rilievi rimasero allibiti innanzi a quell’orribile visione. Nessuno riusciva a dare una spiegazione per l’accaduto. Non c’era stato alcuno scontro tra veicoli ne altre possibili cause all’immane tragedia.

I rilievi effettuati non approdarono ad alcuna versione plausibile. L’accaduto era un mistero, qualcosa di ignoto per chiunque, tranne che per i genitori di Mario ed il resto del gruppo che aveva preso parte alla spartizione del tesoro evidentemente maledetto. Loro lo sapevano molto bene ed erano stati preventivamente e ripetutamente avvisati ed ammoniti circa i fatti tragici ai quali sarebbero andati incontro. Fatti come quello appena accaduto e forse anche peggiori…

Inenarrabile fu la disperazione della famiglia e di quanti a loro vicini. Quella disgrazia portò copiose ed amare lacrime a chi conosceva la sua spiegazione e la disperazione dei familiari e conoscenti contagiò tutti i partecipanti alla festa che si erano stretti intorno.

La festa ovviamente venne sospesa  ed in men che non si dica quanto era stato allestito per i festeggiamenti fu smontato, mentre la notizia del tragico, assudo ed inspiegabile incidente fece il giro dell’intera città. La famiglia della vittima era conosciuta da tutti e non mancò nessuno ad accompagnare Mario alla sua ultima dimora. Il corteo funerario si svolgeva lento e composto, mentre le campane a morto venivano sovrastate a tratti dal pianto disperato dei genitori e dell’unica amata sorella, che già da tempo – per motivi legati ad una vicenda precedente – era diventata pazza. Anch’essa – in maniera anticipata – aveva evidentemente pagato l’avidità della famiglia intera.

Del terribile accaduto Enrico venne a conoscenza tramite Mariuccia. Anch’essa si era rifiutata di prendere parte alla spartizione del tesoro. Enrico decise immediatamente di lasciare il suo paese ed andare all’estero: non voleva sapere più nulla degli avvenimenti che sarebbero sicuramente accaduti in seguito, e così partì.

Tuttavia, in occasione dei contatti con i suoi familiari, venne comunque a conoscenza della serie di morti che si susseguirono, a catena, tra i partecipanti alla spartizione del tesoro.
Alcuni di loro di punto in bianco si erano improvvisati impresari edili senza aver mai preso in mano una cazzuola. Gente che si era arricchita all’improvviso e che, gradualmente, a turno, era poi morta in maniera atroce. Gli incidenti nei cantieri, nelle strade erano all’ordine del giorno. Di loro in breve tempo non rimase più nessuno, mentre le loro famiglie subirono le peggiori conseguenze di riflesso:
sequestri dei cantieri, dei mezzi, delle stesse abitazioni private e altro ancora.

Mariuccia, Enrico, il sacerdote ed il geometra Rabdomante furono gli unici a sopravvivere, oltre ai vecchi genitori di Mario. Poichè ad essi era stata riservata la peggiore delle sofferenze: quella che patisce chi resta a vedere tutti i suoi cari morire, nella consapevolezza di avere sempre saputo che quel tesoro era maledetto!

 Pierpaolo Saba

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