Accabadoras

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Dal 1800 ad oggi sono comparsi vari scritti intorno a s’accabadora, sia per affermare che per negare la presenza di questa inquietante figura nel mondo tradizionale sardo.

Secondo la concezione comune s’accabadora era una vecchia donna che veniva chiamata a por fine all’agonia dei moribondi, quando questa si protraeva per molti giorni provocando inutili sofferenze al malato. Una forma di eutanasia dunque, praticata in casi di necessità, infatti il nome accabadora significa colei che pone fine alla vita. Il primo scrittore che parlò di questa usanza fu Alberto Della Marmora .

Questa figura in passato è realmente esistita, e visse fino all’arrivo del Concilio di Trento. In ogni paese era presente s’accabadora, e tutti sapevano chi fosse, ma nessuno osava dire il suo nome perché se si fosse venuti a conoscenza di qualche fatto fuori dalla norma ci si poteva regolare con una interdizione dai sacramenti o con la minaccia di scomunica verso la pazza e snaturata donna che avesse messo in atto una simile pratica. D’altra parte doveva trattarsi di pratiche segretissime, consumate nel chiuso delle abitazioni; con molta probabilità non ne venivano informati neppure tutti i membri della famiglia, ma solo le persone più propense a porre in atto una simile tradizione. Secondo l’ideologia corrente tale atto doveva essere considerato un servizio richiesto e offerto a scopo umanitario, fatto a fin di bene, per abbreviare le sofferenze del moribondo .
S’Accabadora, per prima cosa, chiedeva che venissero tolti dalla stanza del morente tutti gli oggetti legati al mondo cristiano perché essi non permettevano all’anima di separarsi dal corpo, e che tutti i familiari la lasciassero sola col malato, poi iniziava il suo compito recitando misteriose formule magiche. Se queste non risultavano efficaci, allora appoggiava un gioco di aratro o di carro sul collo del malato, oppure gli batteva il petto con sa mazzocca, una mazza di legno molto pesante .

L’allontanamento dei familiari, indispensabile perché il moribondo possa terminare la sua agonia, ingenera il sospetto dell’effettiva esistenza de s’accabadora la quale, ovviamente, non avrebbe potuto eseguire la sua operazione di morte davanti ai familiari che certo non sarebbero rimasti impassibili, anche comprendendone la necessità. Perciò tutti dovevano uscire dalla stanza.
E’ da supporre che un piccolo colpo alla nuca, dato da persona esperta, provocasse la morte istantanea, sia facendo battere la testa contro il giogo, sia adoperando sa mazzocca.
Ma è anche da supporre che qualche volta l’operazione non fosse così celere e che all’agonizzante sfuggisse qualche lamento.

Veniva utilizzato il giogo perché la società sarda lo considerava un oggetto sacro, ed anche dopo che esso non veniva più impiegato non veniva né buttato, né bruciato… chi osava far questo soffriva atroci pene prima di morire. Più in là il pesante giogo dei buoi viene sostituito da piccoli gioghi e man mano che ci si avvicina ai nostri giorni tende sempre più a miniaturizzarsi, fino a diventare un piccolo oggetto, utilizzabile solo in senso del tutto magico. Ad esso si continuarono a conferire poteri eccezionali nonostante le sue minuscole dimensioni.
Perché questo oggetto potesse avere la sua efficacia bisognava però prepararlo in un momento particolare: la domenica delle palme (in alcuni paesi il giovedì santo), in chiesa, nel momento in cui si commemorava la passione di Cristo e il suo trapasso dalla vita alla morte.

Che anticamente s’accabadora potesse essere veramente una sacerdotessa sembrerebbe confermarlo il fatto che in molti paesi quest’atto veniva compiuto dalla stessa donna cui la comunità si rivolgeva per guarire i mali con le sue formule magiche, per togliere il malocchio ai bimbi e al bestiame, per tutelarsi dagli influssi malefici, per scoprire i furti e per indicare dove stava nascosto il bestiame rubato. Insomma, per tutte quelle azioni per le quali in tempi lontani si andava presso gli oracoli.

 

Materiale tratto dalla tesi di laurea di Lucia Incani