Il fantasma del Lazzaretto di Sant'Elia - Leggende e tradizioni di Sardegna Press "Enter" to skip to content

Il fantasma del Lazzaretto di Sant’Elia

Il fantasma del Lazzaretto di Sant'Elia

Libri che volano, luci che si accendono, manichini che rotolano.
Ogni mattina i custodi trovano la testa della donna orgolese disposta ordinatamente ai piedi del manichino. Ogni mattina la avvitano e la assicurano sui perni del dorso, e ogni notte il fantasma la butta giù.
Ci fosse un campanile, vicino al Lazzaretto del borgo vecchio, il fantasma aspetterebbe il dodicesimo rintocco per percorrere leggero corridoi e scalinate, passaggi e saloni.

Ma questo fantasma moderno senza campane e senza orologi della torre, al Lazzaretto arriva quando può. Nel mezzo della notte, a scomporre i manichini allestiti con pazienza certosina da Luciano Bonino, o a sole appena tramontato, quando i guardiani chiudono i cancelli e tirano fuori scope e secchi. E le scope e i secchi spariscono nel nulla.

Non è una storia alla Lovecraft, tra riti ancestrali e culti innominabili, né un romanzo di Bram Stoker: è la memoria di una tragedia che si consumò nell’antico ospedale dei lebbrosi, dove morirono a migliaia, giovani e vecchi, donne e bambini, figli in lacrime e madri disperate.
Malati che arrivavano da tutta la Sardegna nei secoli della peste, quando si succedevano con drammatica regolarità le epidemie mortali, e solo nella preghiera a Sant’Efisio trovavano l’unico farmaco e vaccino.

Questo raccontano, in una calda mattina, custodi e guardiani, guide e vigilantes. «Al Lazzaretto c’è un fantasma», dicono, e sorridono, quasi a voler mostrare che loro no, proprio non ci credono. Ma certo è che da tre settimane, da quando le ombre hanno iniziato ad aggirarsi per l’ospedale, nessuno ha più voluto passare la notte da solo.

E se quattro occhi sono meglio di due, quello che hanno visto venerdì notte i guardiani di turno, nasconde davvero qualcosa di strano. O paranormale.
«Eravamo seduti all’ingresso, soli, in tutto il Lazzaretto non c’erano nessun altro. L’atmosfera è un po’ tesa, in questi giorni. Paura? No, è proprio una tensione, leggera ma palpabile, che ognuno di noi sta vivendo sulla propria pelle. Insomma: eravamo seduti all’ingresso, e parlavamo del fantasma. Scettici e increduli, naturalmente».

Quando, all’improvviso, nel buio del Lazzaretto si sono accese le luci del Museo del fumetto.
«Abbiamo visto l’ala sinistra del Lazzaretto illuminarsi a giorno». Strano, perché i custodi avevano spento tutto.
«Strano, perché non si sono accese le luci di emergenze, come per un contatto, ma le lampade grandi sul soffitto».

E adesso, chi entra nel salone del Museo del fumetto, lo fa con circospezione e un sorriso tirato. Perché nel primo scaffale della seconda libreria, dove sono raccolti numeri unici e collezioni rare, c’è un giornalino di Paperino che viene fuori dallo scaffale.
Da solo, misteriosamente. «Come se qualcuno lo prendesse per leggerlo, e poi non lo rimettesse a posto».
Il guardiano, paziente, lo infila di continuo nella libreria, allineandolo agli altri volumi.
«Ma non faccio in tempo a girarmi che il fumetto è di nuovo fuori posto».

E se il fantasma ama leggere, la sua passione per la musica non è da meno.
Visto che, complice il buio della notte e una mostra di launeddas, lo spirito ne approfitta per insinuarsi nel salone, e dare fiato agli antichi strumenti.
E un sibilo, lungo, melodioso, risuona per gli anditi del Lazzaretto.

Fantasma raffinato, ma anche spiritello burlone. Che chiama l’ascensore al terzo piano quando qualcuno lo ha già prenotato al piano terra, si diverte a rovesciare i secchi e a nascondere le scope, accende le luci e gioca a palla con la testa del manichino.
E sfila, dietro le ragazze che studiano per diventare modelle e camminano a testa alta su una passerella. Il fantasma le segue, e continua a provare anche quando loro tornano a casa.
La sua ombra, avanti e indietro, si staglia scura da dietro i vetri delle finestre.
Una risposta, guardiani e custodi forse l’hanno trovata.
Sfogliando le carte e i manoscritti del Lazzaretto, hanno scoperto che alla fine dell’Ottocento l’ospedale ospitò i bambini malati di tifo.

Francesca Figus