
A Pauli, nessuno ricordava più il suo vero nome. Forse era inciso in qualche registro parrocchiale mangiato dai topi nella diocesi di Ales, ma a Pauli i nomi veri contano poco; la gente ti appiccica addosso quello che diventi. E per molto tempo, lui era stato semplicemente il prete buono. Un uomo con una tonaca scura che odorava di incenso economico e tabacco trinciato, che camminava lungo le stradine polverose con le scarpe perennemente consumate sui tacchi.
Se avevi una vacca che si ammalava senza motivo, o se il tuo bambino neonato non smetteva di piangere e la notte sembrava fissare un punto vuoto sopra l’armadio, chiamavi lui. Arrivava, mormorava parole che erano a metà tra il latino della messa e qualcosa che assomigliava al rumore del vento tra le frasche, faceva un segno della croce nell’aria e le cose tornavano a posto. I muri smettevano di gemere.
Ma la curiosità, in un paesino sperduto della Sardegna, è come il cancro: comincia piccola, invisibile, e quando te ne accorgi ha già divorato tutto. Il prete buono voleva sapere. Non gli bastavano le parabole rassicuranti del Vangelo, che a Pauli sembravano sbiadite come vecchie fotografie al sole. Lui sentiva il battito cardiaco dell’isola. Sentiva che sotto i nuraghi, quelle pile di pietre ciclopiche che stavano lì da prima che l’uomo inventasse i peccati, c’era qualcosa che respirava ancora.
La sua fine cominciò in un martedì di ottobre, a Perd’e Soli. Il cielo era del colore di un vecchio secchio di zinco rovesciato e l’aria sapeva di lana bagnata e pioggia imminente. Era andato a benedire un ovile. Un lavoro da niente.
Accanto al muretto a secco lo aspettava una vecchia. Si chiamava forse Efisia? O tzia Maria? Non importava. Era una di quelle donne sarde che sembrano fatte di terra cotta, curve sotto il peso di troppi inverni. I suoi occhi erano coperti da una cataratta lattiginosa, due biglie di vetro cieco che però sembrarono piantarsi dritto nel petto del prete.
«Per mio nipote,» gracchiò la vecchia, la voce simile al rumore di due pietre sfregate. «Per la tua benedizione, prete.»
Gli allungò un fagotto avvolto in uno strofinaccio. Quando il prete sciolse il nodo, sentì un brivido improvviso lungo la schiena, quel tipo di brivido che ti avvisa che hai appena calpestato un serpente velenoso. Era un libro. Ma non un libro normale. Era rilegato in una pelle screpolata, bruna, che al tatto era stranamente calda. Troppo calda. Sembrava quasi… pelle umana. O qualcosa di molto simile. Le pagine all’interno erano spesse, ingiallite dal tempo e dal fumo, fitte di un latino distorto e di simboli geometrici che sembravano muoversi se smettevi di fissarli direttamente.
«È nostro da generazioni,» sussurrò la vecchia, ma il prete la sentiva appena. Il libro sembrava emettere un ronzio sottile, un rumore di vespe confinate nella testa. «Nessuno sa cosa dice. Tienilo. Tu hai gli occhi per vedere.»
Un uomo saggio — un uomo che voleva morire nel suo letto circondato dal conforto dei sacramenti — avrebbe gettato quel tomo nel fuoco della parrocchia, recitando tre Ave Maria. Ma il prete buono non era un uomo saggio. Era un uomo malato di sapere.
Quella notte, e le cento notti successive, Pauli dormiva il suo sonno pesante fatto di fatica e vino rosso, mentre nella chiesetta di pietra, sotto l’unica luce di una candela di sego che gocciolava come grasso, il prete leggeva. L’odore della muffa e dell’incenso venne sostituito da un odore nuovo, dolciastro e metallico. Sopra l’altare, il Cristo di legno sembrava torcere il viso per non guardare, ma il prete non ci faceva caso.
Scoprì che le Janas non erano fatte per far addormentare i bambini; erano creature preistoriche con dita lunghe come aghi, che tessevano fili d’oro e di carne. Scoprì che Maskinganna era il nome che gli uomini davano a una debolezza della realtà, un punto in cui il buio decideva di prenderti in giro prima di sbranarti. Il libro gli parlava. Non con una voce, ma con un impulso elettrico che gli risaliva lungo le dita. Puoi essere di più, gli diceva. La Chiesa ti dà le briciole. Io ti do le chiavi.
La catastrofe — perché di questo si trattò, una catastrofe della percezione — si compì la notte di Valpurga.
Nella cripta umida sotto il pavimento della chiesa, dove l’aria era così fredda che il fiato usciva in nuvole bianche, il prete tracciò un cerchio. Seguendo le istruzioni geometriche del libro, usò il sale e il sangue per stabilire una frequenza, un punto di ancoraggio idoneo su quel pavimento di pietra. Recitò la formula. Le parole in latino distorto gli uscivano di bocca raschiando la gola, ma non sembravano preghiere; somigliavano piuttosto alle coordinate numeriche di un codice d’accesso.
La candela si spense. Non ci fu un soffio di vento, semplicemente la stanza smise di essere tridimensionale. Le pareti della cripta parvero allontanarsi all’infinito, lasciando il posto a una geometria assurda, impossibile da elaborare per un cervello umano.
Il prete non cadde all’inferno. Cadde oltre.
Sprofondò in un limbo che non era fatto di fuoco o zolfo, ma di pura, agghiacciante vastità. Lì, in quella fessura tra i mondi, qualcosa lo stava aspettando. Non era un demone con le corna della tradizione pittorica, ma un’entità fatta di angoli acuti, ombre semoventi e una densità che faceva male agli occhi. Un essere che apparteneva a un piano esistenziale infinitamente superiore, dove il tempo e lo spazio erano concetti malleabili.
E la creatura parlò, ma non con la voce. Proiettò i suoi pensieri direttamente nella corteccia cerebrale del prete, e in quei pensieri c’era un’immensa, gelida derisione.
L’entità non voleva la sua anima. Non sapeva che farsene. Lo guardava come un biologo guarderebbe un batterio particolarmente ambizioso sotto la lente di un microscopio. Con una punta di macabra curiosità, l’essere decise di aiutarlo a capire. Gli aprì la mente, sintonizzandola per un solo, eterno secondo sulle frequenze degli altri piani di esistenza.
Il prete vide. Vide che la terra, le case, la chiesetta di Pauli e l’intera storia umana non erano che la superficie grezza, la crosta più esterna e opaca di un condominio multidimensionale. La stragrande maggioranza degli uomini viveva e moriva al buio, convinta che non ci fosse nulla oltre ciò che si può toccare. Ma il velo in realtà era sottilissimo. E l’isola, la Sardegna, con le sue cicatrici di pietra millenarie, era un immenso groviglio di canali e varchi dove queste dimensioni si sfioravano.
Dio? Il Creatore? La creatura rise, un suono mentale che frantumò le certezze del prete come vetro calpestato. Un’invenzione dei tuoi simili per dare un senso al vuoto. Siete solo carne cieca che striscia sul piano più basso.
Quando l’aria tornò nei polmoni del prete e si ritrovò a tossire sul pavimento della cripta, l’uomo che era stato il « prete buono » non esisteva più.
Era diventato Su Predi Sculau. Il crollo della sua fede non aveva lasciato spazio alla disperazione, ma a una lucidità fredda e terrificante. Aveva capito la verità: gli umani erano sordi e ciechi, ma lui, adesso, era stato sintonizzato. Il suo cervello era come una radio modificata, capace di captare i segnali pesanti e disturbanti degli altri piani.
Gettò la tonaca in un angolo. Non gli serviva più la protezione della Chiesa, perché la Chiesa non sapeva nulla della vera struttura dell’universo. Prese il grimorio, l’unica mappa in suo possesso per decifrare quelle dimensioni. Prese l’acqua santa e la croce d’ulivo, ma non per fede: aveva capito che quei simboli, se incisi con le giuste geometrie esoteriche, agivano come veri e propri « disturbatori di frequenza », capaci di respingere o destabilizzare le creature biologiche degli altri piani che tentavano di infiltrarsi nel nostro.
Si rifugiò nel Supramonte, dove la densità della roccia rende la membrana tra i mondi più stabile. Ma la gente dei villaggi iniziò a cercarlo comunque. Perché quando le anomalie dimensionali si aprivano e le cose degli altri piani strisciavano nelle case sotto forma di incubi o parassiti invisibili, le preghiere non bastavano più. Serviva Su Predi Sculau. L’uomo che sapeva quanto fosse sottile il pavimento sotto i loro piedi.
Fine del primo episodio.
Secondo episodio: Il supramonte non dorme mai





