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Il fantasma del prete senza testa di Arbus

Il fantasma del prete senza testa di Arbus

La fonte di Luziferu non è segnata su nessuna carta. Sta lì, nascosta tra le colline di Arbus e Guspini, un buco nero nel terreno da cui l’acqua esce fredda come il respiro di un morto.
Di giorno è solo una pozza circondata da rovi e silenzio.
Di notte diventa qualcos’altro.

Comincia sempre allo stesso modo: prima il vento smette di colpo, come se qualcuno avesse chiuso una porta invisibile.
Poi vedi il lumino. Un puntino rosso che galleggia basso, appena sopra l’erba, e si muove senza fretta, come se avesse tutto il tempo del mondo. Perché ce l’ha.

Il prete non aveva nome, almeno nessuno che qualcuno ricordi.
Lo chiamavano solo “su predi”, e già quello bastava.
Era arrivato in paese con la tonaca nera e l’alito che puzzava di incenso marcio.
Dicevano che ridesse dei gobbi, che sputasse addosso ai ciechi, che facesse battute sui bambini nati storti. Ma non era la crudeltà a renderlo diverso. Era la fame. Una fame che non si sazia mai.

Prendeva i soldi ai moribondi.
Prometteva preghiere speciali, messe cantate in latino antico, un posto vicino alla Madonna. E la gente pagava, perché quando hai la morte seduta sul petto pagheresti anche il diavolo in persona.
Lui lo sapeva. E sorrideva.

Il tesoro crebbe.
Monete, anelli, collanine d’oro tolte ai colli ancora caldi.
Una notte portò tutto alla fonte, scavò con le sue mani bianche da prete, e lo seppellì sotto la strada per Guspini.
Poi si pulì le unghie, si fece il segno della croce e tornò in canonica come se niente fosse.

Ma nel paese il suo comportamento non passò inosservato.
Un ragazzo, uno di quelli che sembrano sempre guardare un punto tre metri dietro di te, capì.
Si finse malato, si finse scemo, si lasciò spennare.
Poi una sera, quando il prete gli mise la mano sulla spalla per l’estrema unzione, il ragazzo gli afferrò il polso e strinse. Forte.

«Dove sta?» gli chiese piano.
Il prete rise. Rise troppo.
Allora arrivarono gli altri. Lo portarono alla fonte. Lo legarono a un leccio. Gli chiesero ancora. Lui sputò, bestemmiò, pianse lacrime di coccodrillo. Non parlò.
Gli tagliarono la testa con un falcetto da potatura. Un colpo solo, netto. La testa rotolò nell’acqua e affondò subito, come se la fonte la stesse aspettando. Il corpo lo lasciarono lì, con la tonaca nera che si inzuppava di sangue

Da allora non serve più andare a cercare il prete. È lui che viene a cercare te.
Lo senti prima di vederlo: un odore di cera bruciata e di terra rivoltata da poco. Poi il lumino.
Rosso. Sempre rosso.
Si muove tra i lentischi senza far rumore, perché non ha piedi che toccano terra. Non ha testa per guardare dove va.
Ma sa dove sei. Lo sa sempre.

Qualcuno dice che se ti avvicini troppo il lumino si spegne di colpo e senti una voce, non un suono, proprio una voce dentro la testa, che ti chiede: «Dove sta?»
E tu non sai cosa rispondere.
Perché il tesoro è ancora lì, sotto la strada, a pochi metri dalla fonte.
E lui lo sa. Lo sa meglio di chiunque altro.

Ma non può prenderlo.
Non può andarsene.
Non può morire una seconda volta.
Perciò vaga. Notte dopo notte. Con quel lumino che non consuma mai la sua candela.
Con quella domanda che non avrà mai risposta.
E se un giorno passi di lì, e il vento smette all’improvviso, e vedi il puntino rosso che viene verso di te… non fermarti.

Corri.

Perché su predi sconcau non vuole la tua anima.
Vuole solo qualcuno che gli dica dove ha seppellito il suo maledetto tesoro.
E se non lo sai… pazienza.
Te la taglierà comunque, la testa.
Solo per essere sicuro che non menti.

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