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Arrisu cun crasciou ovvero il “sardanios ghelos”

ranunculus scleratus

Duro e pronto a creparsi nel repentino volgere di un attimo come s’anniada arrutta a terra e squartarada. Maschera che cela dolore, angoscia o disappunto; smorfia di irrequietezza sempre in bilico tra ilarità e inquietudine. Ma anche un riso amaro, che vaticina la morte designata, simile a quello de is crabittus o de is angionis de pasca. Tutto questo è s’arrisu cun crasciou.

Un’espressione proverbiale che pur ammantata della familiarità che deriva dall’uso quotidiano, non può non riportare alla mente ben più aulici contesti:“..Così detto scagliò una zampa di bue con la mano gagliarda, prendendola da un canestro; Odisseo l’evitò piegando il capo appena, e nel cuore riso Sardonico ridendo..”. Il brano del ventunesimo libro dell’Odissea riporta la più antica attestazione del sardonios ghelos, attribuendolo al pupillo di Atena, quell’Odisseo dal multiforme ingegno che, vittima della più grande delle umiliazioni (re trattato alla stregua di un cane nella sua stessa reggia), cova disegni di vendetta e morte nei confronti dei Proci. Da allora la formula fa capolino in diversi autori antichi, con una gamma di significati che ricalcano grosso modo quelli de s’arrisu cun crasciou.

Etimologia

Il nodo cruciale da sciogliere è però legato all’etimo dell’aggettivo: il disaccordo degli studiosi moderni è lo specchio delle perplessità degli antichi commentatori. All’oscillazione nell’uso di sardonios con la variante sardanios, fa eco, infatti, una diversa disamina del significato, a seconda che se ne voglia evidenziare l’origine geografica (legandolo indissolubilmente all’isola di Sardo, nome greco che indicava la Sardegna a partire da Erodoto) o piuttosto il suo aspetto (facendolo derivare, in questo secondo caso, dalla radice di alcuni verbi che indicavano il digrignare i denti o lo stirare la bocca).

L’infanticidio rituale

La dubbia origine semantica, non inficia comunque lo strettissimo rapporto che intercorre tra l’espressione e la Sardegna. Tutti i testimoni antichi riportano versioni di riti diversi connessi a questo ghigno malefico, ma quasi tutti ambientati nell’isola.

A partire dall’eroe Talo che tramutato in gigante di bronzo (nella versione del mito offerta dal poeta Simonide) e posto a guardia delle coste di Creta (o più spesso immaginato a far razzia “nell’isola in mezzo al grande mare”), uccideva tutti gli avventori (soprattutto sardi, secondo Fozio) bruciandoli e provocando una morte terribile che si palesava col seserenai, il digrignare e stringere i denti. Una significativa variante di questo mito può essere rintracciata nel celebre brano di Clitarco, in cui lo storico afferma che i Fenici, ma soprattutto i Cartaginesi, quando si trovavano in grandi difficoltà, immolavano fanciulli al dio Crono (Baal Hammon per i Fenici) .

La modalità del sacrificio è l’aspetto più rilevante: i bambini venivano collocati su un braciere ardente, retto dalle mani di un’enorme statua bronzea del dio e morivano bruciati vivi: le smorfie di dolore del volto e il conseguente irrigidimento facciale, venivano scambiate per un sorriso sogghignante, detto perciò sardanios in quanto derivato da sarein, spalancarela bocca.

Tre secoli dopo Zenobio ripropone la questione, ma citando Filosseno circoscrive alla sola Sardegna questa pratica rituale: “..si trova sulla’isola della Sardegna un idolo di Crono con le mani distese, sulle quali gli abitanti dispongono i lattanti; essi ridono, poi muoiono. E a causa di questo riso che si definisce in tal modo il ridere davanti alla morte”. L’attendibilità di questa notizia è messa in relazione da molti studiosi con i numerosi tophet presenti nell’isola, la cui esatta funzione (cimiteri per infanti o aree sacre per il sacrificio dei bambini), tuttavia, non è stata ancora accertata.

Geronticidio

Per uno scoliasta di Omero, il sacrificio al sanguinario dio non avrebbe riguardato però solo i bambini: “Gli abitanti della Sardegna, che sono Cartaginesi d’origine, hanno un’usanza barbara..
Essi sacrificano a Crono, in giorni stabiliti, non solo i più belli dei loro prigionieri, ma anche i vecchi che hanno superato i settant’anni. Ai sacrificati piangere sembra cosa turpe e vile, mentre abbracciarsi e ridere nel momento supremo sembra coraggioso e nobile.

Per questo si definisce sardonios il riso simulato a causa della propria sventura.”. E’ abbastanza evidente il tentativo di conciliare due versioni differenti dell’origine del detto proverbiale, quella che ne lega l’etimologia al rito punico dei bambini, con la pratica del geronticidio riportato da Timeo: “Gli abitanti della Sardegna quando i loro genitori sono vecchi e si stima che abbiano vissuto abbastanza, li spingono verso il luogo in cui saranno sepolti. Qui scavano delle buche e posizionano gli anziani sul bordo; poi i figli colpiscono i propri padri a bastonate e li spingono sulle fosse. Gli anziani si rallegrano di andare incontro alla morte come se fossero felici e muoiono tra il riso e la gioia”.

Quanto vi sia di vero in queste antiche pratiche di eutanasia generalizzata della popolazione anziana, è ancora oggetto di grande discussione fra gli esperti, benché ne sembrino rintracciabili echi tanto in alcuni toponimi (Iskerbicardozu o Impercadorzu de sos Betzos, “ Dirupo dei vecchi”; Su Pigiu de su Becciu, “ Il Picco del Vecchio”), che in diverse formule dialettali (leare su ‘ecciu a tumba o a ispentuma, “portare il vecchio alla tomba o al dirupo”), o in figure ancora avvolte dal mistero come s’accabadora.

Herba sardonia

E’ probabilmente da un passo di Sileno (“Esiste fra i Sardi una pianta dolciastra simile al sedano selvatico; coloro che la mangiano distendono le mascelle e la carne”) che si devono tutte le successive notizie sul legame tra quest’erba e il riso sardonico, ivi compresa quella riferita da Lucillio di Tarra, secondo il quale “..quelli che ne mangiano hanno l’aria di ridere ma in realtà muoiono tra le convulsioni..”.

Quale fosse questo vegetale (a patto che si voglia dar credito a queste fonti), non era chiaro neppure per gli antichi commentatori; alcuni studiosi moderni hanno proposto il Ranunculus sceleratus, noto con le varianti in lingua locale di apiu burdu, erba de ranas, che però è raro nell’isola e non necessariamente letale; altri botanici propendono invece per l’Onenanthe crocata, ovvero su fanugu de acqua (ma anche lua, apiu areste etc..).

L’interrogativo chiave resta però legato al perché del nutrirsi volontariamente di una pianta velenosa. E’ assai plausibile che la ragione stia nella somiglianza con il sedano selvatico e che di conseguenza l’ingerimento avvenisse per errore: “La Sardegna è priva di veleni mortali, fatta eccezione per un’erba pericolosa somigliante al sedano, e si dice che quanti la mangino muoiano nell’atteggiamento di chi ride.. Quest’erba nasce soprattutto intorno alle sorgenti”. Un’herba scellerata (come la definisce un testo botanico latino del II secolo d. C), dunque, chiamata anche sardonia poiché “provoca effettivamente il riso. Ma un riso che è maligno e funesto”.

Erbe velenose e sconvolgenti riti di morte; idoli infernali e eutanasie niente affatto dolci: questo e molto altro dietro il sardanios ghelos, giunto sino noi nella versione più familiare e rassicurante de s’arrisu cun crasciou. E stigmatizzato nel ghigno beffardo delle maschere apotropaiche puniche, ossimoro artistico del senso del tragico e della morte.

Emanuela Kattia Pilloni