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Il mistero del nuraghe Ono – Ep. 5: Il cammino verso l'ovile

📜 Il mistero del nuraghe Ono – Indice dei Capitoli

Avanzava a passi pesanti sotto una pioggia battente che gli sferzava il viso e inzuppava gli indumenti di lana grezza. Il sentiero, reso insidioso dalle pozze d’acqua e dalla pendenza di pietra scivolosa, gli strappò qualche imprecazione a mezza voce, soffocata dal rombo del vento.

Si fermò sulla sommità del colle, riparandosi gli occhi con la mano nodosa e cercando, tra gli alberi più in basso, un segno della presenza dell’antica costruzione.

«Eccolo lì,» pensò, stringendo le palpebre.

Quasi invisibile tra le roverelle vestite con i colori dell’inverno, s’intravedevano i blocchi di pietra basaltica, ricoperti da chiazze di licheni arancioni come ruggine secolare. Mauro Bussolo gli aveva dato le indicazioni giuste: il nuraghe era certamente quello. Doveva scendere prima che la luce calasse del tutto e la notte riempisse la valle di ombre sbagliate.

La pioggia cessò quasi di colpo, sfilacciandosi nel buio imminente. Il cielo si liberò lentamente dalle nubi, trascinate verso nord da una brezza leggera. Più in basso, il sentiero si perdeva nei rovi, e ormai mancava poco per giungere all’ovile.

Il Nuraghe Ono distava circa due chilometri e mezzo in linea d’aria dal paese di Dualchi. Per generazioni aveva vegliato sui terreni della famiglia Bussolo, ma nessuno, prima d’ora, aveva dato davvero retta ai racconti che gli anziani mormoravano seduti davanti al focolare nelle notti d’inverno.

Stando attento a non scivolare, Su Predi attraversò un ruscello impetuoso, ingrossato dalle piogge degli ultimi giorni, e s’inoltrò nel boschetto di querce dove si facevano largo le ultime lame di luce rossastra — il preludio d’un tramonto di fuoco. Le felci cariche d’acqua gli infradiciarono i piedi, mentre nell’aria immobile cominciava a salire il suono metallico delle campanelle delle capre di rientro dal pascolo, accompagnato dall’abbaiare rauco dei cani.

La radura dell’ovile si aprì all’improvviso. Un minaccioso molosso dal pelo bianco gli si fece incontro a muso basso, ringhiando per segnalare l’intrusione.

«Sei arrivato, finalmente. Pensavo che la pioggia ti avesse fermato.»

Mauro Bussolo uscì dal recinto delle capre, richiamando il cane che gli si avvicinò scodinzolando. Il pastore lo accarezzò sulla testa e fece cenno a Su Predi di seguirlo dentro sa pinnetta, dove un ragazzo di circa quattordici anni stava ravvivando il focolare al centro della stanza.

L’ambiente era ampio, scaldato e rischiarato dalle fiamme danzanti. Su Predi posò la bisaccia di cuoio — con il peso sordo del grimorio al suo interno — e si avvicinò subito al fuoco per asciugarsi gli abiti e scacciare l’umidità dalle ossa. Mauro prese da una mensola un piccolo otre e versò del vino nero, denso e corposo, in due bicchieri di legno.

Il prete lo sorseggiò lentamente, sentendo il calore scendere nel petto, mentre il pastore faceva lo stesso.

«Accomodati, ti prego,» disse Mauro, indicando uno sgabello al figlio, che prontamente lo avvicinò al camino. «Lui è Samuele, il mio primogenito.»

Il ragazzo fece un cenno con il capo: un gesto timido, serbato con la severità tipica dei giovani della campagna sarda. Su Predi posizionò lo sgabello, allungò la mano nodosa e gliela strinse con forza.

«Bella stretta, Samuele. Bravo. Anche lui ha visto il guardiano?» chiese il prete, voltandosi verso il padre.

«No, solo il piccolo, Giacomo,» rispose Mauro.

Il pastore frugò nella sua sacca posata su un tavolo ingombro di attrezzi per la cagliata, tirandone fuori un pezzo di pane duro. Da una mensola staccò una forma di pecorino stagionato e, armato di coltello, si sedette accanto al focolare.

«Raccontami com’è andata,» chiese Su Predi, accettando la fetta di formaggio che Mauro gli porgeva.

«È successo tutto nell’arco di una settimana,» cominciò il pastore, tagliando un altro pezzo. «Giacomo è un bambino curioso, sta sempre appresso a me per imparare il mestiere. Qualche giorno fa, finita la mungitura, ha preso il vecchio flauto di canna del nonno ed è andato a gironzolare coi cani. Samuele ha aperto il recinto per far uscire il gregge e si è avviato lungo il solco. Saranno passati venti minuti quando ho sentito chiamare a gran voce. Avevo appena versato il latte nel recipiente: son uscito e li ho visti arrivare di corsa.»

Mauro fece una pausa per riempire di nuovo i bicchieri, buttando la buccia del formaggio tra le braci, che crepitarono.

«Ho capito subito ch’era successo qualcosa di male,» riprese Mauro. «Non avevo mai visto Giacomo ridotto in quel modo. Teneva la mano del fratello così stretta che Samuele ha fatto fatica a fargli mollare la presa.»

Su Predi posò lo sguardo sul ragazzo, intento ad addentare il pane. «Samuele, ti va di raccontarmi cosa hai visto?»

Il giovane cercò con gli occhi il padre, che gli diede un leggero cenno d’incoraggiamento. Sentendo la responsabilità di quel momento, Samuele vinse la timidezza e tornò con la mente ai fatti di pochi giorni prima.

«Non ho visto nulla di quello che ci ha raccontato Giacomo dopo che siamo riusciti a calmarlo,» disse con voce sommessa. «Più che altro ho sentito qualcosa. Qualcosa di sbagliato. Dopo aver avviato le capre, le ho seguite lungo il sentiero che passa affianco al nuraghe. Una volta vicino alla torre, ho sentito una voce… una voce strana, mai sentita prima. Mi son fermato. Sulle prime ho pensato fosse il movimento delle bestie o il suono dei campanacci, ma all’improvviso dai cespugli è sbucato Giacomo. Correva a perdifiato, mi è finito addosso e si è attaccato alla mia giacca senza più staccarsi.»

«Ti ha detto qualcosa?» s’informò Su Predi.

«Lì per lì no. Era terrorizzato, a stento riusciva a tirare fiato. L’ho praticamente trascinato di peso verso la pinnetta e ho chiamato il babbo.»

«Ci abbiamo messo un bel po’ a farlo parlare,» s’interpose Mauro. «Ha detto di essersi avviato verso il nuraghe per anticipare il fratello. All’improvviso ha sentito un suono di flauto provenire dall’interno della struttura, come se rispondesse alle note che stava suonando lui col fisho di canna. Ha sempre avuto timore del nuraghe e non ci è mai entrato da solo, ma quel giorno, attirato dalla musica, ha lasciato la traccia. Davanti all’ingresso, seduto sui massi crollati, c’era un uomo.»

Mauro si alzò per accendere un paio di lampade a olio, armeggiando con lo stoppino mentre proseguiva.

«Giacomo ha detto di non avergli visto subito la faccia, perché l’uomo dava le spalle al sentiero e guardava dentro la bocca del nuraghe. Ha continuato a suonare per qualche secondo, poi si è voltato. È stato allora che il bambino si è sentito diventare di pietra… incapace di muoversi o di urlare, come se fosse stretto da s’Ammutadori.»

La capanna si riempì di una luce calda e incerta mentre il padrone di casa sistemava le lampade e Samuele aggiungeva legna al fuoco.

«Giacomo ha raccontato che quell’essere gli ha detto semplicemente di scavare dentro il nuraghe,» continuò il ragazzo con un brivido. «Poi si è alzato. È stato allora che Giacomo ha visto la cosa più spaventosa: quell’uomo non aveva le gambe intere. Dalle ginocchia in giù la sua figura si faceva sfocata, evanescente, fino a sparire del tutto prima di toccare terra. Poi si è girato ed è svanito nel buio della torre.»

Un silenzio pesante calò nella pinnetta, interrotto solo dallo scoppiettare del focolare.

«A quanto pare abbiamo a che fare proprio con un Guardiano,» disse Su Predi, alzandosi di scatto e riallacciandosi la bisaccia di cuoio alla spalla. «Bisogna capire cosa vuole e se ciò che si nasconde dentro quelle pietre è destinato a Giacomo. Andiamo a fargli una visita di cortesia, poi decideremo come procedere.»