Le Accabadoras star del museo

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Luras. “C’era una pietra diversa dalle altre, perfettamente rettangolare, tenuta da un cuneo di granito. Ho levato tutto: lì, dentro una nicchia ricavata nel muretto a secco attorno a uno stazzo, c’era quello che cercavo da dodici anni. Era un martelletto, legno d’olivastro, liscio e quasi lucido. Ho pensato: Oddio, quante volte sarà stato usato. L’ho abbrancato e sono scappato via”.

Quante volte sia stato usato non si sà,certo è che oggi “lu mazzolu” è l’oggetto che più incuriosisce i visitatori del museo etnografico di Luras, una palazzina del Settecento che racconta, lungo l’itinerario delle stanze e delle cantine accuratamente arredate, usi e costumi della Gallura.
Il martello un tempo usato dalla “femina accabbadora” – la donna che con un colpo secco sul capo metteva fine all’agonia dei moribondi – è adagiato sul risolvo ricamato di un lenzuolo che impreziosisce l’antico letto della stanza padronale.

“l’ho trovato nel 1993 e sta qui dal ’96. Ma mai come oggi sono state le richieste per poterlo vedere”. Pier Giacomo Pala, 51 anni, appasionato di tradizioni popolari, è il proprietario e il curatore del museo diventato oramai meta imprescindibile per quanti vogliano sapere di più su una delle usanze più affascinanti e inquietanti sulla storia della Sardegna. “Da pochi mesi a questa parte sono già arrivati una ventina di laureandi che preparano la etsi di laurea proprio su questo argomento e tantissimi – racconta – sono i produttori cinematografici che vorrebbero farne un film e gli scrittori che pensano al
soggetto per un romanzo. arrivano e chiedono notizie: dove ha trovato il martello, chi era l’ultima accabbadora, in che anno è stato fatto l’ultimo rito…”.
Mai come oggi il rituale della bona morte , quello che si chiama eutanasia – e che un tempo veniva tollerato dalla chiesa e persino dalla giustizia -, è stato di così stretta attualità. Grazie a Welby, grazie a Nuvoli, la riflessione sul senso della vita e sulla dignità della sofferenza ha portato un argomento fino ad oggi tabù sulle prime pagine dei giornali, ha scomodato filosofi ed intelletuali, ha fatto adirare vescovi e custodi della dottrina della fede, ha smascherato bigotti e ha fatto ragionare chi non ama il pregiudizio. “Mai come oggi –  ripete il direttore del museo di Luras – tanta gente è arrivata per vedere il martello un tempo usato dall’accabbadora e per sapere un pò di più di questa antica usanza”.

Nient’altro in Sardegna è coperto da un’omertà più tignosa. Il rituale – che cominciava quando i familiari del moribondo avvisavano la femina accabbadora e finiva quando questa lasciava la casa del lutto – veniva fatto fino agli inizi del Novecento in Gallura e in Barbagia, ma ancora oggi è praticamente impossibile conoscere i nomi delle sacerdotesse della morte.
Non ci è riuscito neanche Franco Fresi, scrittore e studioso di tradizioni popolari, che alla fine degli anni Settanta intervistò il nipote dell’ultima femina aggabbadora della Gallura. “Era un’uomo che aveva quasi cent’anni e viveva in uno stazzo, su un’altura vicino al mare – racconta -. Mia nonna, mi disse il vecchio, era l’ultima di quelle donne che portavano consolazione ai malati che desideravano morire e conforto alle loro famiglie. La chiamavano perchè era decisa e forte: non andava volentieri, ma sapeva di dover fare un’opera buona. Non ti voglio dire come si chiamava, mi avvertì il vecchio, però ti posso dire che veniva chiamata “Cunsuleddha“, proprio perchè era una consolatrice. Il vecchio racconta che sua nonna, “nonostante la carità che fece per tutta la vita, alla fine soffrì molto per questa sua attività. Ne abbiamo sofferto tutti in famiglia. E proprio per questo una mia nipote si è fatta suora per espiare”.
Quell’uomo, spiega Franco Fresi, sentiva ancora tutto il peso di quella eredità. Quando gli chiesi se potevo vedere il martello lui non fece una piega. Nonostante l’età salì come uno scoiattolo su una scala a pioli, arrivato in cima scoperchiò alcune tegole e porto giù una pesante mazzuola di legno
coperta di fuliggine. Ci soffio sopra e, svanita la nuvoletta, mi colpì la lucentezza del martelletto, come quella di un oggetto levigato dall’uso. Purtroppo ebbi la cattiva idea di tentare di fotografarlo. Il vecchio si infuriò e lo lanciò lontano, in fondo alla vallata.
Sono tornato diverse volte , per tentare di recuperare la mazzuola. tutto inutile, forse il vecchio, che conosceva quei luoghi meglio di me, se l’era già ripresa”.

In Gallura l’ultimo rituale fu fatto a Luras, nel 1929, quando la femina aggabbadora accompagnò nell’ultimo viaggio un uomo di settant’anni. La donna, oramai anziana, finì davanti al procuratore del regno, mail caso venne presto archiviato. E’ questo il fascicolo che, oramai da anni, studenti universitari e studiosi di tradizioni popolari cercano disperatamente tra i faldoni polverosì dell’archivio del tribunale di Tempio Pausania. Tra quelle carte ci dovrebbe essere anche il verbale dei carabinieriche, dopo aver interrogato i familiari del morto e diversi paesani scrissero: è appurato che i parenti del malato hanno datto il loro consenso.
A Orgosolo, invece, l’episodio più recente in assoluto: si sa che avvenne nel 1952, il resto è coperto dal silenzio più ostinato. Nel Nuorese, comunque erano di Ottana le accabbadoras più ricercate. Venivano chiamate in tutti i paesi del circondario e loro – femmine alte, magre, il colorito giallo per la malaria – arrivavano e salutavano con un cenno del capo. Formule e gesti antichi, sempre uguali.

Deu ci siada, sussurrava l’accabbadora. Che Dio sia qui. Arrivava sempre di notte e, dopo essersi assicurata che tutti erano d’accordo, veniva subito accompagnata al capezzale del moribondo. Con un gesto mandava via i parenti, chiudeva la porta, si faceva il segno della croce e, afferrato il martello che nascondeva sotto lo scialle, con un solo colpo sulla nuca del malato finiva il suo compito. Riapriva la porta, annunciava che quella era la casa del lutto, e andava via.

Dall’Unione Sarda del 21/08/2007