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La magia del vento

La magia del vento

C’era un tempo in cui la magia non era un’arte onnipotente, ma una pratica specializzata, quasi un mestiere. I praticu, figure enigmatiche e solitarie, operavano raramente e senza clamore, ciascuno padrone di un unico, minuscolo ramo della conoscenza magica. Chi curava il malocchio non si occupava di ernie, e chi faceva sollevare il vento non si ostinava a fare altro. La loro era una sapienza precisa, incisa nella terra e nel cielo, non nei tomi polverosi.

E il vento, ah, il vento era un bene prezioso. Non solo per far cadere le ghiande in inverno, cibo per il bestiame affamato, ma soprattutto per l’estate, per la ventilazione del frumento appena trebbiato. Dopo le fatiche della mietitura, la “calma equatoriale” che spesso seguiva portava con sé un’ansia silenziosa. Giornate intere trascorse a fissare l’enorme mucchio di grano dorato, il frutto di un anno intero di fatica e la promessa di un futuro sereno, in attesa che una brezza, per quanto leggera, separasse la paglia dai chicchi.

La soluzione a questa attesa angosciante era un rituale antico, che richiedeva due elementi apparentemente insignificanti: uno scarabeo stercorario e il capello più lungo della chioma di una donna. Trovare il primo era semplice, bastava frugare nello sterco delle bestie usate per la trebbia. Il secondo, invece, era la vera sfida. Non era facile convincere una donna a cedere una parte di sé, e ancor più difficile era individuare, tra le sue lunghe trecce, il singolo, prezioso capello più lungo.

Una volta ottenuti entrambi gli elementi, il problema era risolto. Il praticu si allontanava in un luogo solitario, lontano dalle aie e dai campi. Lì, con gesti precisi e sussurrando gli appositi brebus, legava un’estremità del capello a una zampa dello scarabeo e l’altra a uno stelo di gramigna.

Lo scarabeo, lottando disperatamente per liberarsi, tirava e tirava, scuotendo lo stelo. E, come per incanto, il vento si levava. Sostenuto, regolare, accarezzava il frumento che, come una pioggia d’oro, pioveva dal cielo per posarsi in cumuli scintillanti. I contadini, incantati, palpavano e guardavano quei granelli d’oro, il simbolo tangibile delle loro speranze realizzate.

Ma la magia, si sa, può essere imprevedibile. A volte, lo scarabeo recalcitrava con una forza selvaggia, e il vento si trasformava in una furia cieca. Paglia, grano e covoni volavano, si mescolavano e ricadevano in un caos irriconoscibile. Le proprietà si confondevano, i mucchi si univano in un’unica, caotica massa. Da questo disastro nascevano liti feroci, risse e colpi di tridente, una violenza inaspettata scatenata da un rituale di pacifica attesa.

Per approfondimenti:

Brebus e Maias

 

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