
Lucia Pizolu di Oristano,nel 1578, confessò di avere fatto molti sortilegi “per cose d’amore” (para cosas de amores) ” e Caterina Escofela di Cuglieri,nel 1583,di avere compiuto “fatture d’amore (hechizerìas de amore)”.
Marchesa Pala di Cagliari fu accusata nel 1592 di » fare orazioni alle stelle e alla luna per cose d’amore » (para cosas de amores).
In quest’ultimo caso sono arcaiche credenze e pratiche legate a divinità astrali.
Le magie d’amore rivolte al sole,alla luna e alle stelle si ritrovano soprattutto nei processi di due donne abitanti di Alghero: Serrampiona Manna e l’amica Sebastiana Sanna.
La prima, penitenziata nell’autodafè del 14 dicembre 1578, fu accusata da molte persone di « parlare con la luna e con il sole ». Lei nel corso del processo disse che una donna le aveva insegnato le seguenti orazioni al sole:
Deu hos salvet donnu Sole,in terras daradu segis exidu,hoe in terra daras segis exidu,e carzadu e bestidu e bestidu e carzadu e bene aderetadu, gasi si l’aderet su coro e y sa mente e y sa mente e y su coro qui mi torret a domo.
(Dio vi protegga signore Sole, siete uscito dorato sulla terra, oggi siete uscito dorato sulla terra, e calzato e vestito e ben disposto, toccategli il cuore e la mente, la mente e il cuore perchè torni da me)
Chi aveva insegnato la preghiera era Sebastiana Sanna, penitenziata nello stesso autodafè ed accusata di aver istruito l’amica su: certe orazioni rivolte al sole e alla luna che erano utili (buenas), se recitate nel giorno di S.Giovanni Battista, per ottenere beni di fortuna e perchè le persone per le quali venivano dette volessero bene coloro che le recitavano.
Durante il processo confessò di avere appreso da una persona ormai defunta l’orazione insegnata a Serrampiona e riportata nella relazione della causa inviata alla Suprema. In verità tra le due versioni le differenze sono notevoli, come si vede dal confronto tra quella di Serrampiona e quella recitata dalla Sanna così com’è stata trascritta dal notaio inquisitoriale:
Deu bos salvet donnu Sole,in terra daradu segis exidu,hoe in terra daradu segis exidu,a tale innantis meu l’agis vidu,e carzadu e vestidu,e vestidu e carzadu,e bene aderetadu,in quest’aderetadu su juhu cun su aradu, s’aradu cun su juhu quando intrat assu gasi l’aderet su coro e y mente,sa mente e y su coro qui mi benner a domo ,bagion que donna marierva e intraden que l’ in perras que l’intrade ,no lu lasses reposare,nen dromire nen papare,e nen giogare,fini aqui sa bucca l’appo a basare e y su cossu miu hat abrazare.
Anche questa traduzione italiana non è certa in tutto, soprattutto perchè l’accento a una « donna marierva » è per noi incompressibile:
(Dio vi protegga signore Sole,siete uscito sulla terra dorato,oggi siete uscito dorato,avete visto il tale davanti a me,calzato e vestito e ben sistemato,come si adattano il giogo e l’aratro,l’aratro e il giogo quando aprono il solco,così disponetegli il cuore e la mente,la mente e il cuore perchè venga da me,fate come donna Marierva(?) ed entrategli nel cuore da parte a parte,non lasciatelo riposare,nè dormire,nè mangiare,nè ridere e giocare, finchè bacerà la mia bocca e abbracci il mio corpo)
Serrampiona riferisce pure un’orazione in catalano da lei rivolta alla luna per finalità amorose o, più largamente, protettive:
Deu te salvet lluna clara, tot hom te diu dich germana, vs acasa de la mare del sol que te demana que me vulla dar le sue gracies a cubrir.
(Dio ti custodisca luna chiara, ognuno ti chiama luna, io ti chiamo sorella, vai a casa della madre del sole che ti domanda di volermi dare le tue grazie per proteggermi)
A giudicare dal tono dell’orazione, il rapporto della donna con la luna era familiare ed affettivamente coinvolgente. La luna, infatti come antica e continua protettrice della magia femminile, era una sorella da invocare e a cui chiedere aiuto.
L’algherese descrisse i suoi incontri con la luna con tratti che ricordano per alcuni aspetti,quelli attribuiti dai fedeli alla Madonna.
Dal sinodo che racconta quello che disse la donna:
Vide una donna la quale le chiese: » Serrampiona cosa domandi? ». A lei prima sembrò che fosse la donna che le aveva insegnato la preghiera alla luna, ma dopo le sembrò un’altra… La donna le disse: « Sono la Luna » e subito scomparve con lampi di fuoco. Era bella, una bellissima festa per gli occhi (era hermosa como un oro bellissima muger), con i capelli sciolti, vestita di rosso. Le sembrava che al mondo non esistese donna più bella. Altre volte le apparì vestita di bianco e la sua faccia sembrava fatta apposta per illuminare il mondo (le aparecio vestida de blanco que le pareciò que su cara era para alumbrare el mundo).
Continuò a raccontare che quella donna era la luna « la quale poteva più di qualunque persona al mondo e che le grazie che scendevano sulla terra erano date da lei » che era « Nostra Signora » ed « il Regno dei Cieli ». Nella logica degli inquisitori e dietro le pressioni degli interrogatori questa bellissima visione fu inserita in un contesto demoniaco. Alla fine Serrampiona confessò che « quella donna era il demonio ».
Le invocatrici della luna, nelle loro orazioni ad azioni rituali, osservavano in genere determinate condizioni, già presenti più o meno identiche nel mondo antico: di notte, in fase di luna crescente, scalze, con i capelli sciolti e, spesso completamente nude, in contatto diretto con la Madre Terra e in uno stato di piena recezione dell’influsso dell’astro lunare…
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