Una storia di sangue, vendetta e solidarietà

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Era un giovedì grasso, e sulla piazza di un piccolo villaggio, un gruppo di contadini ballava su duru-duru, il ballo tradizionale sardo, accompagnati dal canto dei tenores.

Il sole era tramontato e la campana del villaggio suonava l’avemaria della sera, quando i ballerini si fermarono e le loro mani si disgiunsero, gli uomini si tolsero il berretto, le donne si fecero il segno della croce e tutti recitarono una preghiera.

Solo una ragazza dagli occhi scintillanti, le labbra vermiglie e il seno prosperoso che sembrava volesse stracciare il candido lino che lo imprigionava, non pregò come gli altri, ma avvicinandosi all’uomo che aveva accanto, gli sussurrò con un filo di voce: Questa notte! Il giovane sentì le parole sussurrate dalla ragazza ma non rispose anche se avrebbe voluto, ricordandosi che il suo amore, era e sarebbe dovuto rimanere un segreto.
Era notte fonda, le strade del paese erano deserte, pioveva, e il maltempo rendeva l’oscurità ancora più fitta. Ma non tutti dormivano; dietro al muretto a secco di un orto, un uomo col cappuccio del cappotto inzuppato d’acqua e il fucile sotto l’ascella, aspettava, e mormorava parole feroci d’odio e di vendetta:

Ti piacciono gli occhi di mia sorella?… Bene!… non li vedrai più!… Non sai che l’amore non distrugge l’odio?… Ti sei dimenticato che quasi cento anni fa, uno dei miei moriva per mano di uno della tua famiglia, così come tu morrai questa notte!… Lo avevi dimenticato?… Io No!… Ti avevo avvertito che se ti avessi visto nei pressi della mia casa ti avrei ammazzato come un cane… Ma tu sordo hai ballato con lei, e fin qui eri nel tuo diritto, perché in piazza si balla con tutti… Ma non ti sei accontentato… hai voluto di più… mia sorella ti ha parlato… non l’ho sentita, ma l’ho vista… e per me gli occhi valgono più degli orecchi…

Dopo quattro ore di attesa, un uomo con fare guardingo comparì all’estremità della strada, appiattendosi sui muri delle case, e giunto a una cinquantina di metri dal muro barbaro, dove era in agguato l’uomo col fucile, si fermò, guardò in alto, riconobbe la casa e con la voce imitò il nitrito di un cavallo. Dopo qualche istante, sentì cigolare l’uscio sopra i cardini e si mosse per entrare; ma nello stesso istante una detonazione e un grido di morte squarciò il silenzio della notte.

L’ucciso era il giovane a cui la bella fanciulla nella piazza del paese aveva sussurrato: questa notte! l’assassino era Gavino, fratello della ragazza, che dopo quel delitto diventò un bandito.

Per dieci anni, Gavino, aveva vissuto come un cinghiale, rifugiandosi nella foresta, errando dal monte al piano senza mai allontanarsi troppo dal suo paese natio, dove aveva lasciato la sua sposa e un bambino, che rivedeva ogni tanto in uno dei suoi nascondigli nella foresta. Nonostante amasse molto la sua famiglia non si pentì mai di quel che aveva fatto, convinto com’era di aver fatto soltanto il suo dovere. Più volte s’era visto inseguito e braccato dai gendarmi come una fiera, ma era sempre riuscito a fuggire. Quelli erano per Gavino i giorni più tristi, perché nei luoghi dove andava non poteva avere notizie dei suoi cari.

Un giorno mentre vagava per la campagna, incontrò un amico a cui chiese notizie di sua moglie e di suo figlio. L’amico mestamente gli disse che la moglie si era ammalata gravemente e che la sera prima gli era stata data l’estrema unzione. Senza dire una parola e incurante degli avvertimenti dell’amico sui gendarmi che lo aspettavano, Gavino si diresse verso il paese a passi veloci e dopo un’ora di cammino arrivò in vista del villaggio.

Ansimante Gavino continuò a camminare veloce per coprire nel più breve tempo il tratto allo scoperto che lo separava dalla sua casa e dalla sua adorata moglie, quando da una siepe vicina sbucò un gendarme, e poi un altro, che lo riconobbero e gli intimarono di fermarsi. Gavino pregò le guardie che lo lasciassero andare al capezzale di sua moglie, e che dopo si sarebbe consegnato a loro senza opporre resistenza, ma i gendarmi non lo degnarono di una risposta. Senza insistere oltre, Gavino impugnò il fucile, sparò, atterrò un gendarme e fuggì inseguito dall’altro che gli sparava dietro inutilmente.

Quando Gavino stava per entrare in paese e già vedeva la via dove era la sua casa, altri gendarmi allarmati dagli spari e dalle grida del loro collega superstite, si appostarono allo sbocco del paese decisi ad impedire il passo al bandito. Gavino, deciso ad aprirsi un varco, puntò di nuovo il fucile e atterrò un’altra delle guardie, e mentre le pallottole gli fischiavano intorno, ruotava lo sguardo alla ricerca di un posto dove potersi riparare e difendersi meglio dall’attacco. A pochi passi dalla via, sulla sua destra, vide una casetta, la raggiunse velocemente ne varcò la soglia chiedendo agli occupanti di difenderlo contro i gendarmi che volevano impedirgli di rivedere la sua sposa in agonia. E così quella casa divenne per Gavino una fortezza, da dove quattro uomini, nell’arco di tre ore, uccisero, ferirono, e misero in fuga gli ultimi gendarmi che l’assediavano.

Quando anche l’ultimo gendarme scomparve, dopo aver sparato l’ultima cartuccia, il padrone di casa, un vecchio venerando, attorniato dai suoi figli, disse a Gavino, che non osava alzare lo sguardo sopra i suoi liberatori:

Ora vattene! Per quanto le tue mani grondino sangue di uno dei mie figli, tu sei mio ospite, e mi divenisti sacro nel momento del pericolo, ed io ed i miei figli difendemmo la tua vita come la nostra. Ora vai! Abbraccia tua moglie, e ricordati, che le armi che oggi ti hanno difeso, d’ora in poi saranno puntate al tuo petto: procura dunque di passare molto lontano dalla loro bocca; e quando fra le frasche del bosco le vedrai scintillare al sole, di le tue preghiere, poichè l’ultima tua ora è arrivata. Fate largo all’ospite, figli miei.

Ed il vecchio accompagnò fino alla soglia della casa l’uccisore di suo figlio.

Fonte: Leggende e cronache dei tempi antichi in Sardegna, di Giuseppe Bargilli

Paolo da Ozieri: http://www.webalice.it/ilquintomoro