Stregando. Le Bruxas di Aritzo e le Majarzas di Bidonì

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La prima tappa della rassegna è stata Aritzo e l’aria frizzantina dei suoi monti, con la visita al Museo Etnografico del territorio che in ampie sale raccoglie le testimonianze della cultura materiale del paese e della Barbagia Mandrolisai. I mestieri legati alla produzione e alla raccolta delle castagne, del torrone, della neve da cui deriva la famosa carapigna; i frequenti viaggi in tutta l’Isola per commerciare e scambiare beni di consumo; l’antica arte della filatura e della produzione di candele; le maschere del carnevale; le meravigliose cassapanche intagliate con i simboli della tradizione sarda; gli utensili di uso quotidiano; la quasi sconosciuta produzione di penne da calamaio: questi sono solo alcune delle esposizioni raccolte nel museo.

Dopo aver fornito un’accurata cornice di riferimento per meglio introdurre il discorso sulle tradizioni popolari e sulla storia dell’inquisizione, il Signor Armando Maxia, antropologo, guida del percorso museale, ha accompagnato il gruppo presso le carceri spagnole di massima sicurezza, “Sa Bovida”, dove è custodita la mostra dedicata alle “Bruxas”, le streghe sarde. Le xilografie inquietanti, alcune delle quali disegnate da Goya, illustranti scene di sabba e sacrifici cruenti, fanno da sfondo ai classici strumenti della strega: la pupattola di stoffa per lanciare fatture a distanza; i falcetti, gli scapolari, i fili di lana usati per curare “s’istriadura”; la riproduzione di una civetta, animale totemico della strega, da cui deriva il suo medesimo nome; il sanbenito (abito penitenziale che le condannate erano costrette a portare) originale; le pozioni, i veleni, i medicamenti, le erbe, i calderoni, i mortai e numerosi piccoli oggetti del baule “magico” completano l’interessantissima mostra.
Grande importanza è stata data agli strumenti di tortura che gli inquisitori usavano per estorcere la confessione agli imputati, secondo i suggerimenti del noto libro “Malleus Maleficarum”. La mostra ha messo in rilievo come la figura della “bruxa” sarda fosse un controverso miscuglio tra sacro e profano, tra bene e male: la strega poteva curare le malattie oppure lanciare il malocchio e causare sventure, ovvero aveva il potere di dirigere l’energia nel modo che più riteneva opportuno. Una figura molto radicata nella tradizione popolare, in un tempo in cui medici e farmacisti non erano all’ordine del giorno, in cui la scienza muoveva i suoi primi passi e la cura di molte malattie rimaneva un mistero in mano a pochi, anzi a poche. Dal lontano medioevo la strega giunge a un recente passato sotto forma di “spiritata”, “indemoniata”, inquietante personaggio del villaggio, custode di terribili visioni e immensi segreti.

La seconda tappa della rassegna ha condotto il gruppo fino a Bidonì, piccolo borgo di 150 anime della regione del Barigadu che ospita l’unico museo completamente dedicato alla stregoneria nell’Isola, “S’Omo e Sa Majarza”. Il sindaco, il Signor Manca, ha aperto le porte del museo, chiuso da circa sei anni, per svelarne i contenuti. Pannelli illustrativi sulla storia delle “Majarzas”, un prototipo de “Su Carru de Nannai”, carro di legno la cui visione era considerata presagio di morte prossima, l’arcana figura della Filonzana del carnevale di Ottana, varie testimonianze dell’archeologia del territorio, che vanta la presenza dell’unico Tempio di Giove in tutta l’area mediterranea. Questi i segreti celati dietro le mura del museo, in un’esposizione piuttosto scarna che si spera di arricchire a breve inserendola in un piano di sviluppo del territorio alquanto articolato, per rilanciare le opportunità di una regione come il Barigadu che ha molto da offrire ai suoi visitatori.

Valentina Lisci

valentina.lisci@email.it
Per info sull’Associazione e le prossime attività scrivete a isoladellejanas@gmail.com

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