Storia del Castel Medusa e del bandito Perseu

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Esiste ai confini tra Asuni e Samugheo un Castello noto come “Castello di Medusa“. Situato nel più rimarcato confine naturale tra la Barbagia e le sue regioni limitrofe, dovuto alla presenza di alte pareti calcaree, esso è stato costruito sopra il pianoro di uno sperone di roccia a strapiombo di notevole altezza, lambito ai piedi dal Rio Araxisi, che nasce nel Gennargentu in agro di Desulo e si congiunge con il riu Mannu di Austis in Pranu Mogoro tra Samugheo e Meana Sardo per poi arrivare al Castello.

L’unica via di transito con le Barbagie, nella zona, passa appunto ai piedi del Castello, dove per mezzo di mulattiere o semplici sentieri che costeggiano il fiume Araxisi, si può risalire per vari chilometri, sino ad incontrare zone meno impervie che si addentrano nel Mandrolisai e nella Barbagia.
L’impressione più immediata per il visitatore, è il totale isolamento della zona dal resto del territorio, la protezione che offre il territorio è notevole, da decine di grotte ed anfratti alla abbondanza di acqua e legname, cacciagione e pesca. Il silenzio regna sovrano, per cui risulta facilissimo percepire i rumori.

La zona fino a pochi ani fa era difficilmente raggiungibile per mancanza di percorsi praticabili in auto; l’unica via partiva da Asuni per una strada sterrata non carrozzabile che passando da “Sa scocca manna” proseguiva a “Molinu de jossu“, poi lungo il fiume detto di Asuni, sino ai piedi del Castello, per cui l’intero tragitto si poteva effettuare con soli mezzi animali o a piedi.
Oggi esiste una strada di penetrazione agraria che da Asuni arriva a Meana Sardo, molto stretta, con curve e strapiombi,  ricoperta di manto asfaltato per il tratto che compete al Comune di Asuni e che comunque ci permette di arrivare a circa cinquecento metri dal Castello per poi proseguire a piedi o con vettura fuoristrada su sentieri che si perdono in mezzo al bosco e macchia mediterranea; una volta guadato l’Araxisi, portata d’acqua permettendo, si arriva ai piedi del Castello.

L’Araxisi scorre in una vallata suggestiva, tra picchi di roccia di un marmo candido e  boschi di leccio, roverella, ontani, salici, tamerici, sambucco, oleandri e macchia mediterranea, notevole è la sua portata d’acqua, cessa di scorrere in superficie nel mese di Agosto, semprechè non vi siano precipitazioni nella montagna.
Pur cessando di scorrere in superficie, le acque ricompaiono sotto il Castello e dopo il salto di una piccola cascatella, tra massi enormi si osservano le acque di un cristallo sorprendente, con qualche trotella che vi soggiorna; il luogo ispira piacevoli ed estasianti momenti.
La nostra è una zona molto impervia e carsica, regno dei rapaci, cinghiali, volpi, gatti selvatici, non di rado capita di osservare qualche coppia di donnole che giocherellano in riva al fiume.

Detto Castello è di costruzione antichissima, nei secoli scorsi vi sono state trovate monete Bizantine in notevole quantità; ultimamente sono stati trovati degli anelli, uno in particolare ebbi occasione di visitarlo alla mostra “Castella Arborensia” di Oristano; era d’oro con pietra incastonata su gabbia alta, di chiara origine Bizantina. Il Castello  ha sempre attirato studiosi per via del silenzio che ne copre le origini, sia per il nome, Medusa, che ricorda un mostro mitologico, una Gorgone che per volere di Minerva aveva dei serpenti al posto dei capelli ed il cui sguardo aveva il potere di pietrificare le persone.

Il La Marmora parla anche di tre lapidi marmoree rinvenute nel castello (che verso la prima metà del 1800 venivano custodite nei musei di Torino), dedicate a dei soldati Romani; lo stesso La Marmora ha ritrovato nel Castello una grossa lastra in marmo riportante il nome dell’Imperatore Giustiniano, indicando anche il suo quinto anno di impero.

Citiamo alcuni passi del Lamarmora dall’Itinerario dell’Isola di Sardegna edito nell’anno 1868:” Vi si vedono molte mura di cinta costruita con cemento molto tenace, che io considero una costruzione del Basso Impero. Vi si vede una cisterna….Vi sono anche residui di antiche abitazioni costruite col medesimo cemento.
Mi hanno fatto vedere molte monete trovate in queste rovine e tutte appartengono agli Imperatori d’Oriente, a partire da Giustiniano. Tutto ciò prova che questo Castello era una fortezza innalzata dai Generali degli Imperatori Greci per tenere in freno i popoli Barbaricini, ricordando il passo di Giustiniano….che ordinava di stabilire delle truppe nei punti dove questi predatori discendevano dai loro covili
“.

In occasione delle mie visite alle rovine del Castello, mi capitò di ritrovare una macina in basalto, uguale per fattura alle classiche macine che fino a pochi decenni fa erano presenti nelle nostre case, ma con dimensioni più contenute: il suo diametro non superava il mezzo metro, da cui dedussi che si trattava di una macina manuale, di quelle che si usavano in tempi antichissimi. In compagnia di un amico la nascosi in mezzo a degli arbusti, essendo un reperto appetibile per molti, per me invece oggetto di un rispetto sacrale. A distanza di anni sono ripassato in cerca della macina, ma ahimè, qualcuno la aveva portata via.

Pare che alcune pietre scritte siano state asportate dal castello alla fine del XVIII secolo, di queste pietre una è ancora visibile all’interno del paese di Asuni, i caratteri sono sconosciuti, ma comunque sono caratteri Grecheggianti o Gotici.

Le prime notizie pervenuteci risalgono all’anno 1075, anno in cui il papa Gregorio VII affermava la supremazia della chiesa su tutti gli altri poteri costituiti. Egli cedeva in feudo al Giudice di Arborea Orzocco de Zori il Castello, lo stesso de Zori lo trasmetterà in eredità ai suoi discendenti diretti maschi.

Il 7 febbraio 1189 Pietro I de Serra diventa Giudice e, per garantire il saldo dei debiti contratti dal padre Barisone I con il comune di Genova (Per l’incoronazione a Re di Sardegna da parte di Federico Barbarossa nell’anno 1164 in Pavia), cedette in pegno il Castello, assumendosi l’onere di mantenere a proprie spese il Castellano e sette inservienti (Insuper ad huius rei maiorem confirmationem et securitatem dabo castrum Asonis in pignore manu et in potestate legati vel legatorum comunis Janue qui ob hoc specialiter venirent in quo Castello Asonis existere debeant pro guardia ipsius castelli septem servientes Januenses et unus castellanus quos servientes et quem Castellanum paccabo et dabo eis vivandam sufficientem de anno in annum de mea medietate….).

Il 29 maggio dello stesso anno il Giudice Pietro promette ai Genovesi la corresponsione di 60 lire Genovesi fino alla estinzione totale del debito.
Successivamente, dopo oltre un secolo, si ha notizia del possesso del Castello da parte di Giacomina, moglie di Tedice della Gherardesca, che ne ottenne il titolo feudale nel 1329.
Nel 1389 la Giudicessa Eleonora d’Arborea, temendo un’avanzata Aragonese, ne ordinò il restauro, ed inviò sul posto una guarnigione di balestrieri reclutati ad Oristano, Asuni e Samugheo, al comando dei quali fu messo il brigadiere Pietro de Acene.
Al tramonto del Giudicato d’Arborea e successivamente del Marchesato, in condizioni di completo abbandono cadde in mano Aragonese e fu aggregato alla Reale contrada del Mandrolisay e ceduto all’amministratore Francesco Manunta di Sorgono.

Alcuni studiosi affermano che il nome di Medusa è sicuramente recente, non dovrebbe esistere (a sentir loro) prima del 1835, nome probabilmente impostogli dagli studiosi dell’epoca (Spanu, La Marmora, Angius), ma tale affermazione non risponde a verità,
Antoine Claude Pasquin, in arte Valery, nel suo viaggio in Sardegna effettuato nel 1834 parla del Castello di Medusa come un posto conosciuto da tanti e recita così:”Nel cuore delle selvagge foreste di barbagia, vicino al paese di Samugheo, ci sono le rovine dette il Castello di Medusa, la figlia del favoloso Forco, il capo della colonia Etrusca che dovette occupare la Sardegna circa diciassette secoli prima dell’era volgare; egli divenne poi un dio marino e fu messo alla testa delle foche e dei tritoni: “Tritonesque citi Phorcique exercitus omnis“.

La casa di Medusa, vecchia e curiosa costruzione del medioevo, scavata nella montagna, quasi inaccessibile, con una sola finestra, è d’una prodigiosa solidità. Le sue ampie sale sono ancora decorate con stucchi.
Nei paraggi si trovano diverse specie di pietre dure, agate, quarzo ialino, un bellissimo marmo bianco ed un altro marmo con venature nere la cui cava si apre ai piedi della stessa roccia su cui s’innalza il castello di Medusa.
Nel 1792 l’abate Matteo Madao mette in relazione la storia di Phorco figlio di Nettuno e Medusa sua figlia che avrebbero regnato oltre 4000 anni prima in Sardegna e Corsica, scriva che la loro memoria è ancora viva tra i Sardi, inoltre che la sua antica abitazione, tuttora visibile, è chiamata “Sa domo de Medusa” e si trova alla sommità di un alto, inaccessibile monte.

Si raccontano sul Castello tante leggende, alcune sono comuni ad altri centri dell’isola, una in particolare è unica in Sardegna:  la storia del Re dalle orecchie d’asino.

Il Castello di Medusa è noto al popolo come “Su Castedd’e su Rei origas de mollenti“,  la leggenda che su di esso si racconta ripercorre per filo e per segno la leggenda del “Re Mida” della mitologia Greca; il sovrano di allora ebbe, per volere divino, immense ricchezze. In cambio però gli divennero le orecchie d’asino, delle quali col tempo si vergognò al punto che, chiamando alla corte qualche barbiere, ogni volta che si accorgeva che essi scoprivano la sua malformazione venivano condannati a morte. Uno solamente di questi , avendo sentito delle voci sul comportamento del Re, fece finta di non notare le strane orecchie, ebbe in cambio, per la sua furbizia, ricchezze ed onori.

Il Lamarmora in uno dei suoi sopralluoghi al Castello rimase stupito nel sentire dalla bocca del popolo la leggenda, si chiedeva da dove avessero appreso quelle parole, essendo gli indigeni privi di istruzione, per di più vestiti ancora con le pelli (da Lui definiti: “rozzi pastori”);

Lo Spanu nel Bullettino Archeologico Sardo, vol.7, anno 1861, descrive il Castello come segue: “Se vi è un monumento antico del quale si ignori la fondazione e la storia, atteso il silenzio che ne hanno fatto gli autori, è questo Castello di Medusa. Si ignora anche il motivo perchè gli sia stato imposto questo nome favoloso. Se stiamo alle tradizioni popolari, si raccontano di esso tante fole che lo renderebbero soggiorno di tregende e ricovero di spettri e demoni da porgere materia ad un articolo del dizionario infernale. Veramente il sito spaventevole e scosceso in cui è collocato non poteva far a meno di pingere alla fantasia dell’uomo le più strane immaginazioni…Partendo da Samugheo per andare ad Asuni…in mezzo alla gola di due montagne…sorge una gran rocca di marmo tagliata a picco dalla natura ai quattro lati, quasi della forma di un parallelogrammo. Dai tre lati questo colossale monolite è bagnato dal fiume che scende dalla parte, detto fiume di Accoro (in verità si tratta dell’Araxisi, il fiume di Accoro è lo stesso Riu Mannu di Austis), il quale viene ad unirsi in uno dei lati con l’altro fiume detto di Asuni, in modo che unendosi in un punto dell’angolo del Castello, questo diventa una penisola, e perciò di difficilissimo accesso a chiunque. Non vi abbiamo potuto osservare traccia alcuna di strada nell’unico punto della penisola in cui il Castello si congiunge alla “Serra Lussurgiu”, l’istmo per così dire, che serviva di passaggio per introdursi nel Castello…Da questa parte solamente si possono collocare alcuni pezzi di legna, coperti con frasche, come un ponte levatoio, onde poter afferrare il lembo del Castello. Vi esiste una camera di cui è caduta la volta ch’era formata a foggia di botte.
La grossezza del muro esterno che và a finire nella estremità della roccia, è di circa due metri, mentre le parti che mettono all’interno del Castello sono di un metro.
L’altro edificio più rimarchevole è quello che sporge dalla parte di Samugheo, che appellano “Sa turri” perché più elevato degli altri ruderi che vi sono rimasti, risparmiati dagli scavatori di tesori. Trovandosi tutta la superficie ingombra da macchie e da tronchi non si può vedere l’ingresso alle camere che sono scavate nel corpo della roccia, mentre sospettiamo che vi sia qualche boccaporto nel centro, che non potrà mai scoprirsi se non togliendo l’ingombro dei tronchi selvatici che vi esistono da secoli senza mai essere toccati dalla mano dell’uomo. Solamente abbiamo visto due buchi quasi rotondi, uno alla parte di levante e l’altro a mezzodì, dai quali si può penetrare dentro il Castello. Essi sono più opera della natura che dell’arte; il primo é accessibile per essere a livello della superficie, l’altro é al fianco, per cui conviene legare un uomo con una corda per potervi entrare. A noi non é bastato l’animo per potervi entrare, ma dalla relazione che ci hanno fatto alcuni amici che con rischio della vita vi entrarono, possiamo dire come sono disposte le caverne. Entrato per quella apertura rotonda e dopo percorsa una gola ripida e quasi fatta a chiocciola, quanto può passarvi un uomo curvato, si arriva ad una camera larga pochi metri, la quale prende luce da un buco dalla parte del fiume e dove possono stare da dieci a quindici uomini. Questa specie di spelonca era formata dalla natura come lo sono l’ingresso e la gola, ma si scorge d’esservi arrivata la mano dell’uomo per ingrandirla. Da questa camera si passa ad un’altra più sotto, parimenti passando per una gola quasi perpendicolare come un pozzo e tant’é vero che l’uomo che vi entrò fu obbligato di assicurarsi con una corda alla vita. Questa é l’ultima camera o caverna che voglia dirsi, dalla parte di Samugheo.”

Lo Spano aggiunge in chiosa che, questa camera, a sentire chi l’ha visitata, é intonacata ad arte con lo stesso cemento che intonaca le pareti dell’edificio superiore. Scrive anche che, penetrando da un’altra apertura dalla parte di Asuni si trovano altre tre camere o caverne disposte quasi nello stesso modo delle precedenti, di modo che tutto il tetro e spaventoso appartamento della Reggia…si riduce a cinque orribili antri.

Si racconta di una non meglio identificata donna a cui era stato ucciso l’innamorato la quale, in particolari notti, canta in cima al Castello eseguendo danze e canzoni tristi. Inoltre si dice che questa donna coltivi ancora i garofani selvatici di rara bellezza che esistono in cima alla rupe.

Altra leggenda è quella di un’altra donna, la quale in “Su strampu de Conconi” pare abbia eletto la sua dimora e che col suo telaio d’oro massiccio, tesse e canta nelle notti burrascose.

La zona attorno al Castello è ricchissima di acque, trecento metri di distanza e l’Araxixi si congiunge con il rio di Asuni, formando il Riu Mannu e, a trecento metri dalla confluenza in località “Sa Stiddiosa“, da un enorme masso posto all’interno del fiume ed addossato alle alte pareti rocciose, scende l’acqua in modo perenne, da cui il nome.

Ai piedi del Castello sgorga una sorgente, alle cui acque la gente attingeva in abbondanza, essa era ritrovo anche per indagini sulle persone per fatti di cronaca ed affari, sembra che giurare il falso, con il bagnarsi gli occhi nei suoi umori, comportasse l’immediata cecità.

L’abbondanza delle acque ed il modo con cui queste acque venivano usate fino a tempi recenti (mio Nonno una volta che si sentì male, chiese come cura che gli venisse portata dell’acqua dalla sorgente del Castello), fa pensare che il posto fosse dedicato al culto delle acque, anche se ormai è scomparso il significato originale; nella mia infanzia sentì raccontare da una persona anziana che nei tempi antichi, nelle acque della sorgente in questione, venivano curati molti bambini poiché l’acqua manteneva una temperatura costante e d’inverno risultava tiepida.

Per via delle asperità il territorio è stato antropizzato pochissimo, le grotte e le caverne sono state nel passato ricovero di banditi. Esiste ancor oggi nelle sue vicinanze in località “Sa serradedda” in agro di Asuni una grotta denominata “Sa conch’e su bandidu“.

Un fatto successo realmente nel XIX secolo (nel 1844) parla di un bandito, tale Francesco Perseu, nato in Asuni nel 1805 da Bardirio (anche Lui bandito, pare che per la famigerata “frisia”, che comportava la delazione per il favoreggiamento sulla cattura di un altro latitante, ed avendo necessità di assoluzione per i propri reati, catturò nelle foreste dell’Iglesiente con l’ausilio di soli cani, un certo bandito Manunza, assicurandosi la libertà) e Rita Anedda.

Rinchiuso nelle carceri di Genova, raccontò ad un suo compagno di cella (tale Giovanni Battista Lampo di Borgo d’Ale in provincia di Alessandria) della sua latitanza nelle campagne di Asuni, in provincia di Isili.  Disse che aveva scoperto un immenso tesoro, composto da mucchi d’oro e d’argento, statue, armi preziose, pietre preziose e marmi all’interno del Castello.

Dagli scritti risulta che il Perseu avesse dimora abituale in un posto impervio e privo di vie di comunicazione, le carte parlano di  “Su concali de argoneus” (il vero nome è “Su concali de Agroinus“), e che dopo scoperto il tesoro a cui accedeva tramite delle scalinate in marmo locale, per arrivare ad un certo punto all’ingresso delle sale, si trovava una porta in ferro abbastanza consumata dal tempo. Descrive anche delle fessure esistenti nella porta, e di come si riempì le tasche con delle monete d’oro per poi fuggire, essendovi nelle vicinanze dei gendarmi.

Rientrato nella sua dimora-caverna sotterrò le monete, poco dopo venne catturato  e rinchiuso nel carcere di San Pancrazio in Cagliari, da dove venne trasferito ai bagni penali di Genova.

Il Lampo scrisse in data 08 Giugno 1844 al Ministro di Stato e di Guerra di Torino, raccontando quanto appreso dalla bocca del Perseu, con la dicitura finale di venir ricordato per sì importante rivelazione, sperando in cuor suo nella concessione della libertà ed in qualche ricompensa.

Tale notizia rimbalzò subito negli ambienti di Corte, destò scalpore al punto che ne parlarono anche i giornali esteri. Successivamente, in data 19 Giugno 1844 partiva dal carcere di Genova in direzione Torino il seguente dispaccio: (**)”Il condannato Francesco Perseu, matricola 625, nativo di Asuni provincia d’Isili in conferma di quanto ebbi l’onore di rassegnare in sua supplica umiliata al Real Trono, si fa un dovere di ripetere a E.V. Ill.ma, che mentre egli nell’anno 1838 trovavasi bandito, ed errante nelle montagne del Regno di Sardegna sua patria, nella provincia di Isili, tra i salti di Samugheo e di Asuni sendovi un monte sulla cui vetta esiste un antichissimo Castello denominato del re orecchie d’asino, la di cui porta e finestre eran smantellate, dalla parte di levante havvi nella muraglia a fior di terra un foro di figura rotonda e del diametro sufficiente per dar’accesso ad un uomo passandovi carpone, per il quale Lui referente penetrò, ed ivi per mezzo di un condotto della stessa circonferenza, e lunghezza di braccia due circa munito di fanale acceso si portò all’imboccatura d’un buco esistente nel volto d’un sottoposto corridoio, nel quale discese per mezzo d’una scala tutta in marmo di quel paese della lunghezza di 25 a 30 gradini circa, e quindi ad essa in fondo alla distanza di cinque braccia circa appresentavaglisi improntata nel muro di prospetto una porta chiusa con anta di ferro, nella di cui metà vi esisteva un vasto buco di figura rotonda, avente due lamine di ferro a guisa di sciabola poste in croce, dall’uno dei di cui 4 campi aperti Egli penetrò in una vasta camera oscura, oblunga e sinuosa, laddove dal descrivente si scoperse nelle pareti dei muri varie statue di marmo color cenericio in apposita nicchia poste, sul pavimento di essa camera, che si era tutta di marmo, due voluminosi mucchi di monete d’oro l’uno e d’argento l’altro, tutte di figura squadrata, della lunghezza ognuno di cinque braccia e dell’altezza di mezz’uomo, negli angoli estremi poi della stessa camera parecchie migliaia di fucili, pistole, e sciabole tutte luccicanti lo chè lasciava supporre che potessero essere di composizione simile all’argento, però l’inossatura di fucili e pistole era tarlata e quasi affatto corrosa, ed in una parte della medesima camera un’impronta a guisa di finestra, nella quale si vedeva sovrapposta una corona d’oro di grandezza ordinaria, ed in altre simili impronte, sulle quale esistevano un corpo di figura ovale, e della grossezza di uovo lucentissimo, da cui l’inseriva potesse essere un diamante, e molte e varie posate d’oro, e d’argento, con piatti e tazze simili.

Dopo ciò tutto osservato prima di dipartirsi prese tante di dette monete quante ne potevano capire fra le due mani, e se le pose in tasca ed uscì quindi dalla detta camera e Castello. Quindici giorni dopo venne arrestato, e perciò abbandonò dette monete nella grotta che gli serviva da ricovero sul monte del Delle vigne nei salti d’Asuni distante da detto Castello un’ora circa di cammino, denominata essa grotta Su concali de Argoneus, distante da un’ovile di porci che in quel tempo vi esisteva, di circa 25 passi; tale essendo la verità del fatto.”

Segue la dicitura che, essendo illetterato, si è segnato col segno della croce alla presenza di due testimoni, i quali hanno apposto le loro firme.

Dal Ministero di Stato e di Guerra di Torino partirono subito dei dispacci alla volta del Palazzo Viceregio di Cagliari, all’attenzione del viceré Gerolamo de Launay, con la preghiera di usare il massimo riserbo, ma intanto indagare se nelle campagne tra Asuni e Samugheo esistesse un castello detto di Medusa, riferendo anche di eventuali vie di comunicazione.

Il viceré De Launay trasmise l’interrogazione al sovrintendente della provincia di Isili avvocato F. Gessa, il quale, con una descrizione minuziosa rispose al viceré, parlando della zona alpestre in cui si trova il Castello, dicendo che non era un posto per esseri umani e parlando poi del tesoro. Inoltre avvertiva il viceré che gli Asunesi per loro indole vedevano tesori un pò dappertutto. Il manoscritto, datato  Mandas 31 Luglio 1844 riporta quanto segue: (**) “Eccellenza, per la circostanza di aver io frequentato il villaggio di Asuni fin dal tempo di mia gioventù per interessi di famiglia mi era ben noto il Castello esistente in quei contorni che visitai anche in persona a fronte del suo pericoloso non che difficilissimo accesso, e perciò ne abbozzai nell’unita pezza i principali dati.
Il luogo è orrido e par destinato dalla natura coll’arte ad albergo di espiazione, e di dolore, più che ad altro uso di sociali bisogni di civile economia. Il suo orizzonte è sempre mesto, e monotono di ogni intorno, senza divaranza di stagione, e piante, e sassi, scoscendimenti, e precipizi fan l’anima, e mai variata una veduta. La sua vicinanza ad Asuni è di circa tre quarti d’ora, trova difficoltà talvolta insuperabile nel suo passaggio delle acque lungo l’inverno. Dista da Samugheo più di due ore per lo più in passaggi difficilissimi, ed altrettanto da Laconi.

La pezza:
L’unico Castello che esiste tra i limiti dei territori d’Asuni e Samugheo viene comunemente conosciuto col nome di Castello di Medusa, su cui moltissime sono le insulse dicerie del volgo, ed in particolare che fosse un tempo abituro di un Re avente orecchie d’asino, od’una sua figlia, e che vi esistano immensi tesori, la cui ricerca ha influito in ogni tempo alla sua rovina colli sforzi meccanici, da che gli esorcismi non vi sortirono l’effetto desiderato. Dista da Asuni tre quarti d’ora a passo ordinario d’uomo a piedi, ed è sito nel punto estremo dei territori di Samugheo, dove le acque di Laconi e sue adiacenze s’incontrano con quelle che scorrono da Ortueri, dopo unite alle altre di Desulo e Belvì, che radono alla destra le falde delle alte creste dei territori di Samugheo sino ad imbattersi nel Castello, e nelle altre acque suaccennate di Laconi.

Consiste in una penisola bislunga che presenta da ogni banda a quelle acque un’alta rocca a pico, meno nella parte dell’istmo in cui le rocce hanno un declivio più sensibile da ambi i lati, in cui sembra fosse l’antico ingresso, tuttorchè ben difficoltato in ogni senso, ma ora tempestato di piante, ruderi, e cementi degli avanzi dell’antico fabbricato ben solido in pietra e calce, che cingieva l’intiera superficie della rocca ora coperta di macchie e di grosse piante d’olivastro e d’elce, per cui par coetaneo agli altri antichi Castelli che trovansi sparsi in varie parti dell’Isola. Guardato dalle sottoposte acque presenta un’altezza maggiore a qualunque punto il più elevato del Castello di Cagliari, ma é dominato per ogni verso da colli alti per lo meno tre quarti di più, per cui non può vedersi questo sito senza superare le vette che lo dominano, di cui la più facile trovasi dalla parte di Asuni, potendosi andare comodamente a cavallo sino al prospetto della rocca alla distanza di un quarto d’ora circa per giungere alle acque che lo radono, quali fuorché di state non permettono l’accesso alla rocca.Tutti i dintorni sono intieramente coperti di boscaglie in terreni nella medesima parte non suscettibili di coltivo, tranne la parte che mira al sud, e si eleva verso nord-ovest, in cui quei di Samugheo vi seminano a piccolissimi tratti con fatiche indicibili, essendo poi costretti ritirar le messi sulle spalle sino alle sovrastanti sommità per la impossibilità di potervi far uso di alcuna bestia da soma. Non s’avrebbe motivo sufficiente a giudicare intemperioso il clima, sebbene in sito assai basso rispetto alle più alte gole che lo dominano. Le sottoposte acque non ristagnano, non sono fangose, scorrono tra sassi e dirupi, e se in qualche tratto cessa il loro corso superficiale, non perdono punto alcuna delle buone qualità. Le valli profonde che vi toccano sono lunghe, dall’alto in basso coperte di folte boscaglie, e vi devono sempre mantenere una continua ventilazione, portandovi per riflessione anche quei venti che non vi avrebbero un accesso libero direttamente. Il suo orizzonte e circoscritto e mesto per ogni verso a quanto presentano le valli, ed i monti che lo attorniano: le rocche sparsevi da ogni parte sono calcaree, o di marmo bardilio. Le fiere solamente frequentano quei contorni, e di raro tutt’altro bestiame, meno i porci in tempo di ghiande, ed un monotono mormorìo delle onde, colle strida d’augelli rapaci ne rendono più molesto il soggiorno; in cui oltre le muraglie più o meno abbattute vedonsi divisioni di stanze del vetusto Castello, qualche avanzo di torri, e di qualche serbatoio d’acque, supponendosi ancora la rocca scavata sia dalla natura, o dall’arte, ma nessuno vi penetrò finora per quanto si sappia.

La sua maggiore ampiezza nella superficie è di circa metri 45, ed al doppio la sua lunghezza; la sua maggior fortificazione sembra alla parte dell’ingresso, in cui anche una lingua di rocca separata, che forma col Castello una vera cifra 7 è sormontata da un’alta muraglia solida, che si mantiene tuttora a preferenza dell’altro fabbricato, forse per la difficoltà che presenta a potersi diroccare; e le capre a preferenza d’ogni altro bestiame trovano ordinario pasto in quei contorni.”

Quando Torino ebbe conferma dell’esistenza del manufatto, mise in moto la  macchina organizzativa, fece rientrare il Perseu a Cagliari, da dove scortato da un certo Sottotenente Parodi (il quale ebbe tutta una serie di istruzioni scritte su come comportarsi nel caso di ritrovamento del tesoro) e da tre gendarmi partì alla volta di Asuni, pernottarono a Senorbì per poi ripartire al mattino per Isili, dove rafforzarono la truppa con tre gendarmi provenienti dallo squadrone di Laconi, e via di nuovo verso Asuni. Dai rapporti scritti dal Sottotenente Parodi sappiamo che in sua compagnia ed ai suoi ordini, erano 10 i gendarmi. La lettera con le istruzioni consegnata dal vicerè al Parodi, unitamente ad un sigillo Vicereale è la seguente: (**) “11 Settembre 1844 – Il servo di pena Francesco Perseu assicura costantemente il Governo di aver egli sotterrato nella grotta denominata Su concali de Argoneus nei salti di Asuni alcune monete antiche da Lui prese per entro ad una camera oscura del Castello detto del Re orecchia d’asino o di Medusa esistente in sulla vetta d’un monte posto infra i territori di Samugheo e di Asuni, dentro il quale Castello assicura lo stesso denunciante di aver veduto moltissimi oggetti di antichità. come arme, monete, etc.
Per verificare se realmente sussista l’asserto del forzato Perseu, è mia intenzione che Ella parta domani con un brigadiere e due uomini a cavallo per accompagnare a Isili passando per Mandas il detto Perseu.
In Isili richiederà tre cavalleggeri dello squadrone di Laconi per unirsi sotto i di Lei ordini di cui le vieto far parola. Essendo in Mandas Ella inviterà in mio nome il S. Intendente provinciale per recarsi con Lei ad assisterla nell’incombenza che deve eseguire, oppure ad incaricare egli stesso un di Lui subalterno in sua vece, di tutta sua confidenza: ed acciò egli non incontri difficoltà Le consegnerà l’unito plico al suo indirizzo. Riuniti che saranno ad Isili Ella. l’Intendente Provinciale o chi per esso, e li sei cavalleggeri messi sotto i di Lei ordini, partiranno assieme col Perseu al luogo che questi indicherà, presso la grotta Su concali de Argoneus, ove dice di aver sotterrato le sovradette monete. Queste o si rinverranno effettivamenta o non: nel primo caso, distesone l’opportuno processo verbale, ella mi rimetterà per ordinanza espressa le monete e l’atto verbale; ed intanto tutta la comitiva passerà al Castello suddetto. Ora senza praticare alcuna ricerca, nè penetrare nelle vie o camere interne, si starà in aspettativa di ricevere i precisi miei ordini, rimanendo al di fuori del menzionato Castello. Nel caso contrario, cioè quando non siasi trovato nulla presso alla surriferita grotta Su concali de Argoneus, allora si partirà egualmente per il Castello e quivi giunto farà entrare nella bocca della interna camera del Castello medesimo prima un cavalleggero, poi il forzato Perseu, indi vi passerà Ella medesima, e fatta un’ispezione locale, se vi saranno gli oggetti supposti, o simili, Ella disporrà perché tosto ne venga informato: ma senza rimuovere alcuna cosa dal suo posto, e senza che ne riparta l’intiera comitiva, questa, soffermandovisi come sopra si disse, attenderà al di fuori i miei ordini per mezzo di una espressa ordinanza.

Che se neppure al Castello si rinvenisse alcun deposito di oggetti o di monete antiche nel sito interno supposto dal Perseu, la missione si intenderà finita, ciascuno rientrerà al suo posto, ed Ella si restituirà a Cagliari facendovi accompagnare il Perseu coi cavalleggeri, con che deve partirne. Onde meglio agevolare e Lei la conoscenza della località e delle cose asserite dal Perseu, io Le comunico le unite carte in tutto 4, e desidero che il Signore, etc.”

La lettera con le istruzioni consegnata dal vicerè al Parodi, perchè venisse consegnata all’Intendente della provincia avvocato F. Gessa è la seguente: (**) “11 Settembre 1844 Prevengo la S.V. di essere mia intenzione che Ella stessa, come io amerei, oppure quell’impiegato che avrà di tutta confidenza, facciasi tosto ad accompagnare il S. Sottotenente dei Cavalleggeri Parodi per assisterlo nella speciale missione da me datagli onde riconoscere se sussistano o non alcuni depositi di antiche monete nei luoghi che sarà per indicare il servo di pena Perseu in presso ad una grotta chiamata Su concali de Argoneus, oppure in una camera dell’antico Castello di Medusa o del Re orecchie d’asino, attenendosi Ella o l’impiegato che delegherà in sua vece, alle instruzioni che io comunicai per iscritto al S. Parodi.

Ecco la risposta dell’avvocato Gessa al Vicerè datata da Mandas 15 Settembre 1844:

(**)              ” A Sua Eccellenza il Vicerè del Regno-Cagliari

Eccellenza, noN avendomi ieri trovato in casa nel suo passaggio il Sig. Sottotenente Parodi per essermi trovato al disimpegno di qualche altra incombenza, io non potei secolui abboccarmi, e poiché non mi fu possibile seguirlo per la inutilità di mia persona in tal viaggio, dacchè impossibilitato a fare a piedi alcun tratto di strada, il che occorre inevitabile nell’accesso difficilissimo ai luoghi in questione, cui persone svelte ed agili solamente e ben giovani a gran stento potranno rampiccarsi, come io provai prima d’avere anni 25, destinai all’oggetto in mia vece il S. Causidcio Corongiu Comisario Economico, e di mia confidenza e soddisfazione, che ieri notte dovea raggiungere in Isili il prefato S. Parodi con mia lettera di accompagnamento.

Desidero vivamente che si trovi la terra promessa col bramato successo, sebbene i gravi dubbi che mi nascono dall’intera conoscenza delle località, e della persone del condottiere, che dovetti conoscere a mie spese quindici anni prima, e della indole del vicino paese di Asuni, che in ogni punto degli antichi noraci figura immensi tesori, non mi lasciano godere neppure d’una lusinghiera speranza momentanea.

Intanto avendo il Perseu manifestato con soldati l’oggetto della sua processione, vola la fama della spedizione, e non mancherà lo stuolo dei curiosi per tenerle d’appresso.

Ho intanto l’onore di riprotestarmi con rispettoso ossequio e pari divozione.

Dell’Eccellenza Vostra.”

Arrivati al paese, vennero trovati per l’indomani dei lavoranti locali, armati di picconi e badili. Ai piedi del Castello il Perseu cominciò a non ricordare esattamente dove si trovava l’ingresso per le sale del tesoro, adducendo che una parte della roccia era crollata, ed aveva occluso l’ingresso; comunque sembra che si effettuarono degli scavi ma senza risultato.

Il Perseu confidò ai compaesani la sua intenzione di scappare, fidando sulla conoscenza del territorio e sulla sorpresa, ma il Parodi, molto vigile, fece sfumare i sogni del carcerato. Ecco la missiva datata da Asuni 17 Settembre 1844 da parte del Sottotenente Parodi: (**)
CAVALLEGGERI DI SARDEGNA

Servizio straordinario d’arma

A Sua eccellenza il Signor Vicerè-Cagliari

Dietro ai veneratissimi ordini dell’E.V. rilasciatimi con istruzioni delli 12 corrente, essendomi portato con N° 10 individui dell’arma, e col servo di pena Francesco Perseu nel Castello denominato orecchia d’asino esistente tra i salti di Samugheo, ed Asuni onde verificare se in detto Castello vi esistesse una camera nella quale vi si soponesse essere moltissime monete d’oro, ed argento, arme etc. etc., ho l’alto onore di far noto all’E.V. che dietro alle più accurate ricerche da me fatte, dagli individui del corpo, e da vari paisani a tal uopo fatti venire con gli utensili necessari, non avendo risparmiato ne i travagli ne i pericoli che si affrontarono a cagione della scabrosità del luogo massime dell’inaccessibile vetta, mi risultò che le deposizioni del servo di pena Perseu, erano una mera invenzione, e solo un ricercato onde potersi evadere dalla forza, e tentare qualche vendicamento, come potei rilevare dalle diverse asserzioni fattemi, e dalla voce pubblica di questo d’Asuni. Ecco quanto per ora mi giova significarla con riserva di farne un più dettagliato rapporto al mio arrivo in codesta capitale.”

Poi venne il rientro a Cagliari, con tutte le relazioni da parte del Tenente Parodi e la presa in giro fu evidente. Ecco lo scritto inviato dal Sottoitenente Parodi al vicerè di Sardegna, da Cagliari, con data 20 Settembre 1844:

(**)”Eccellenza, giusta la riserva contenuta nella riverente mia lettera datata da Asuni il 17 del corrente, ed in obbedienza ai venerati ordini di V.E., ho l’onore di qui appresso farle conoscere circostanziatamente l’esito della missione che Le piacque affidarmi, per la verificazione delle asserzioni fatte dal forzato Perseu Francesco, di trovarsi il tesoro nel Castello così detto di Medusa. Partimmo da questa capitale il 12 di questo stesso mese, con un brigadiere e due cavalleggeri di scorta al forzato predetto, pernottai con essi a Senorbì, indi ci recammo ad Isili, da dove passammo ad Asuni. La mattina del 16 si cominciarono le ricerche delle monete che il forzato asseriva di aver lasciato nella grotta detta Su concali de Argunis, all’epoca del suo arresto, ma l’infame non fù capace di far trovare tale grotta, nè tampoco di indicare il luogo dove essa possa aver esistito: dicendo che invece di essere distante un’ora dal Castello summentovato, come trovasi espresso nel suo memoriale, nè era anzi tanto vicino chè il diroccamento di esso Castello ne ha tolto ogni vestigio, come altresì del buco per cui egli si introdusse nel medesimo. Si tentò di penetrare nei sotterranei, ma fù impossibile. Le popolazioni circomvicine credono che veramente possano esistere oggetti d’antichità nel fondo del ripetuto Castello scavato nella rocca; ma nissuno non potrà mai eccertarsene se non si farà saltare la rocca medesima a forza di mine. Dalle ulteriori informazioni che mi sono procurato, supponesi che il ripetuto Castello sia stato il ricovero di un Re dalle orecchie d’Asino, avente seco la sua moglie Medusa; e si vuole che di questa Regina esista il testamento negli archivi del convento di Barumini, oppure in quello di S. Martino nella città di Oristano. Si crede che l’abitazione del Re fosse scavata nella rocca: alla quale credenza sembra dar peso le vestigia di alcune finestre esistenti circa a metà della smisurata altezza di essa rocca, là dove appunto trovasi tagliata a picco. Vi si vedono pure le vestigia di un ponte levatoio. Ed esiste nella parte superiore un muro ancora quasi intatto, che si crede sia stato fatto per riparo alla guardia del Castello.

Vista l’inutilità di ogni tentativo, sono ritornato a Cagliari facendovi ricondurre il forzato suddetto, il quale venne consegnato di nuovo nelle carceri di San Pancrazio, deluso nella sua speranza di evadersi.

Nè io, nè alcuno dei miei subordinati, abbiamo finora sofferto del viaggio che abbimo a fare in questa stagione pericolosa d’intemperie.

Ho l’onore di reiterare all’E.V. i sensi del più profondo mio rispetto.”

Il Perseu venne di nuovo rinchiuso nella carceri di San Pancrazio per poi esser rimandato a Genova. Un dispaccio datato 5 novembre 1844 indirizzato al Ministero di Sardegna ed al Ministero di Marina riporta che il noto servo di pena Francesco Perseu veniva imbarcato sul piroscafo “La Gulnara” per essere ricondotto ai bagni penali di Genova.

Il fatto fece discutere a lungo ed aprì un’ulteriore era di cercatori di tesori.

Ecco una curiosa richiesta per l’esplorazione del Castello di Medusa con data di spedizione 31 Dicembre 1844 e data di ricevimento 07 Gennaio 1845 ed indirizzata al Viceré:

(**) “Eccellenza, il  Sacerdote Ignazio LOI Rettore di Nurallao, ha l’onore di rappresentare all’E.V. che in società con alcuni altri avrebbe ideato di esplorare il Castello di Medusa, di cui tante cose si dicono benché senza fondamento. Se si trovasse almeno qualche monumento d’antichità, con tale esplorazione si avrebbe il doppio vantaggio di arricchire la topografia, ed archeologia nazionale.

Dandosi poi il caso difficilissimo, e si raro di trovarsi qualche antico tesoro, l’esponente per poter operare colle prudenti precauzioni possibili ha giudicato necessario ricorrere all’E.V. in primo luogo per implorare il Suo beneplacito, in secondo luogo acciò non possa essere impedito, o disturbato nelle sue operazioni nè da persona alcuna particolare, né dal comune di Samugheo, in di cui salti esso Castello è situato; in terzo luogo perché l’E.V. si degni nel caso garantirli quel premio che accorda la legge, considerate le enormi spese che dovranno necessariamente occorrere col pericolo il più probabile di esser tutte gettate; finalmente perché occorrendo il bisogno, l’esponente abbia pronta ad ogni richiesta una sufficiente forza militare da qualunque stazione pel buon ordine.

Supplica quindi si compiaccia l’E.V. dare quelle provvidenze che stimerà più convenienti.”

Questo è uno dei pochi documenti attestanti richieste di scavo nel Castello, sicuramente non per fini sociali, visto che si era mossa addirittura la chiesa. Il manoscritto con grafìa tremolante, sembrerebbe dell’Avv. Gessa visti gli altri manoscritti. Non capiamo la richiesta dei gendarmi, forse per la presenza in loco di banditi, o per paura di sollevamento popolare;

Ecco la prima risposta alla richiesta del Rettore Loi, dalla divisione seconda, sezione contabilità N°641, all’Avvocato Fiscale del Regno, datata da Cagliari 18 Febbraio 1845:

(**) “Ricorse al Superior Governo il molto Reverendo Ignazio Loi Rettore a Nurallao onde conseguire il permesso di praticare delle esplorazioni nel cosiddetto Castello di Medusa posto in territorio di Samugheo alle condizioni che leggonsi nella qui annessa supplica. Onde essere chi scrive in grado di rassegnare sull’oggetto le convenienti proposizioni desiderando conoscere il savio avviso dell’Ill.mo Sig. Avv.to Fiscale Gen.le P.le di S.M. sulle misure di precauzione che nell’interesse della Regia Azienda potrebbonsi adottare e sugli obblighi che sarebbe il capo d’imporre al Postulante qualora entrasse nella vista del superior Governo sovraccennato di consentire all’inoltrata domanda lo stesso infrascritto prega il prelodato Sig. Avv.to Fiscale Gen.le di S.M. di compiacersi favorirgli gli analoghi riscontri nel mentre che ha il pregio di rinnovargli i sensi del suo distinto ossequio.

L’Intendente Generale Sappa(?)”

Ecco la seconda risposta alla richiesta del Rettore Loi, dalla divisione seconda, sezione affari diversi N°740, indirizzata alla Regia Segreteria di Stato e di Guerra, datata da Cagliari 22 Febbraio 1845:

(**) “La domanda del Sacerdote Ignazio Loi Rettore di Nurallao, che in società con altre persone avrebbe progettato alcune esplorazioni nel così detto Castello di Medusa dove pretendonsi sepolti monumenti, ed altri oggetti di antichità, pare meritevole di riguardo, tanto più che il ricorrente a nome della società assume a suo carico la relativa spesa, ed implora dal Governo la sola protezione e braccio forte, nè esiterebbe lo scrivente ad opinare favorevolmente se trattandosi di cosa che può interessare il Regio Governo non credesse doversi in proposito consultare le superiori di Lui intenzioni, mentre potrebbe essere pensiero suo di fare per proprio conto siffatte ricerche. Lo scrivente a cui è stata comminata la supplica del prelodato Sig. Rettore reputa però di suo dovere d’accennare sin d’ora alcune condizioni che nel caso venisse comessa l’implorata facoltà potrebbonsi convenientemente prescrivere.

1°-Che non sia lecito alla società rappresentata dal Sacerdote Loi prementovato di atterrare muraglie, o fabbricati, di qualunque natura, ad eccezione di aperture praticate una volta e poi murate, di distruggere monumenti, da distaccare ed estrarre dal sito, in cui  trovinsi fissati basirilievi, fregi, decorazioni, e simili, di rimuovere colonne, piedestalli, zoccoli o capitelli, fissati o fabbricati; di guastare o comunque intaccare pitture, mosaici, o stocchiature, e finalmente di atterrare in qualsiasi modo la forma interna, od esterna di edifizi preesistenti nel detto Castello, e suoi sotterranei.

2°-Che le esplorazioni o scavi se occorressero, si facciano colla massima diligenza per non mutilare, e guastare gli oggetti che vi potessero essere sotterrati, e che i lavori si facciano continuativamente, e senza interruzione eccettuati li giorni festivi a pena decadenza della concessione.

3°-Che dette esplorazioni e scavi si facciano alla presenza, e sotto la direzione di quell’impiegato che verrà destinato per rappresentare la Reale Azienda, il quale regolerà pure, e determinerà pure il numero dei lavoranti che devono eseguire i lavori.

4°-Che qualunque sia l’esito delle esplorazioni, e scavi non possano li soci concessionari ripetere indennità alcuna per spese da loro eseguite, sia per paga lavoranti, per acquisto materiali, ed utensili, e trasporto dei medesimi, sia anche per provvedere d’alloggio la truppa, e Delegato sul luogo.

5°-Che tutti gli oggetti mobili di antichità che possano rinvenirsi nelle comesse esplorazioni e scavi debbano ben condizionati trasportarsi a questa città, e rimettersi  al Governo a spese della Società.

6°-Finalmente che le aperture che saranno per introdursi nel Castello suddetto, o sotterranei, debbano tosto finite le esplorazioni e scavi murarsi e chiudersi nuovamente a spese della Società. Per parte del Governo poi crede il sottoscritto che si possa somministrare la forza di 4 o 5 cavalleggeri per proteggere le operazioni di esplorazione e di scavo non meno che i trasporti degli oggetti ritrovati ove fossero di valore. E per premio crede nel pari, che si possa accordare ai concessionari il terzo del valore degli oggetti rinvenuti.

Nei casi previsti dalla legge sarebbe dovuta agli inventori di depositi la metà intiera della cosa trovata, se il fondo in cui la rinvennero appartenesse ad altro proprietario, ma nel caso concreto in cui il Governo, oltre alla facoltà che accorda di praticare gli scavi, ed esplorazioni in fondo proprio, ricorre anche con la somministranza della Forza Pubblica per proteggere le operazioni della Società, e deve pure distaccare un Delegato Speciale per assicurare gli interessi delle Regie Finanze, ha stimato chi scrive appoggiato ad equità il premio del terzo sul valore degli oggetti che si ritroveranno, in favore della Società, alla quale potrà eziandio rifarsi dal Governo uno speciale riguardo, sempreché gli oggetti rinvenuti avessero un valore di considerazione, od i monumenti scoperti si riconoscessero interessanti per la Storia, e per lo studio dell’archeologia.

Pregiasi intanto chi scrive di rinnovare all’Ill.mo Reggente la Regia Segreteria di Stato e di Guerra i sensi del suo distinto ossequio.

L’Intendente Generale Sappa(?)”

Esiste nell’archivio di Stato di Cagliari un fascicolo con tutti gli incartamenti relativi al caso.

(**)  Archivio di Stato di Cagliari, Fondo SS Serie 2°, volume 152.

 

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