Storia del carcere di Buoncammino

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Sul colle di S. Lorenzo, a Cagliari, inizia la storia del Carcere di Buoncammino ma, al contrario di quanto si possa pensare, non è il primo ad essere costruito sul colle: infatti in una seduta del 1854 la Giunta Municipale unanimemente deliberò di costruire un carcere succursale che facesse d’appoggio agli altri luoghi di detenzione della città, per tentare il miglioramento delle condizioni delle Regie Carceri.

Il progetto fu affidato all’Ing. G. Imeroni e il 2 luglio 1855 entrò in funzione il carcere succursale detto di Buoncammino, sorvegliato da un Corpo di Guardia Militare.

Una nota interessante della vita del Regio Carcere è che il primo Direttore, nonché Direttore dei Penitenziari riuniti, fu Domenico De Sica, nonno del famoso attore e regista cinematografico Vittorio De Sica.

Tutti gli sforzi per un progresso della vita carceraria furono vani; ben presto si sentì la necessità di tornare al passato, causa soprattutto il sovraffollamento del carcere, e di sfruttare ancora una volta le vecchie strutture, contribuendo alla stagnazione di quel processo di sviluppo che si voleva realizzare.

Così le carceri continuarono ad essere squallidi luoghi di detenzione e scuole di immoralità e corruzione per tutti.

Solo dopo le polemiche suscitate dal detenuto Dott. Daniele Angius Tendas riguardanti lo stato pietoso della struttura e delle barbare condizioni in cui vivevano i detenuti, sulle basi del rapporto di una commissione in visita all’istituto per accertarne le condizioni, il Ministero dell’Interno nel 1864 decise di costruire il nuovo carcere inglobandovi parte del vecchio.

L’opera fu compiuta tra il 1887 e il 1897 ad opera degli Ingegneri Bulgarini e Ceccarelli,

L’edificio sorse ai margini del Viale del Buoncammino, d’onde il nome, ed attualmente copre una superficie di 15.000 mq rappresentando la più grande struttura edilizia della città.

Vista la grave situazione in cui versava lo stato delle carceri a Cagliari, si decise ancor prima che fossero ultimati i lavori, all’ inizio del 1896, di trasferirvi i detenuti, circa 600 tra uomini e donne, provenienti principalmente dal complesso carcerario di S. Pancrazio ponendo fine dopo tre secoli e mezzo di vita al complesso carcerario, legato alla temuta Torre, ancora oggi visibile; anche la Direzione delle Carceri lasciò definitivamente l’edificio della Sitziata in Piazza Indipendenza per trasferissi nel nuovo penitenziario.

Con la sua entrata in funzione, rimasero liberi gli altri luoghi di detenzione della Città: la Torre Passerina e la vecchia Armeria del Bastione della Concezione; l’Edificio della Sitziata della Piazza Indipendenza; le prigioni di Porta Altamira; il carcere di S. Barbara del Bastione del Vicerè Dussay e il soprastante Ospedale di S. Pancrazio; il Carcere dei minorenni della Piazza Arsenale; le Prigioni addossate alla gran torre nel suo antico cortile d’armi; la Porta D’Apremont; la Casetta del Corpo di Guardia e il Bagno penale di S. Bartolomeo.

Per quanto il carcere si presenti oggi come una magnifica struttura, rimase per lungo tempo un luogo oscuro e tetro, dove le parole “rieducazione e reinserimento” non troveranno spazio se non all’inizio degli anni settanta.

L’ingresso del carcere si presenta con un grande portone ligneo d’inizio secolo, varcato il portone troviamo un camerone adibito a Corpo di Guardia ed un ingresso per i familiari a visita dei propri cari, detenuti.

Dopo aver passato un secondo cancello, ci troviamo davanti al piazzale con due scalinate contrapposte che portano su un terrapieno; da qui si accede ad una palazzina, sede della direzione e dell’amministrazione, e ad un secondo corpo di guardia che dà l’accesso ad un cortile, da dove si diramano i due reparti principali quello Destro e quello Sinistro, riservati ai detenuti maschi.

L’infermeria è raggiungibile attraverso il corridoio che porta al Reparto Sinistro, mentre al Reparto Femminile si arriva percorrendo il corridoio che porta al Reparto Destro.

Proprio di fronte al cortile un ulteriore cancello permette di accedere alla caserma della Polizia Penitenziaria, ex carcere dei minori, e alla sala mensa.

In passato il carcere non si presentava come appare oggi.

Nel corso di questo secolo ha subito un’infinità di trasformazioni: tra le tante ristrutturazioni, sono state eliminate le famose bocche di lupo che lasciavano scorgere dall’interno della cella solo una porzione di cielo, isolando così in tutto e per tutto il detenuto dal mondo esterno; si sono poi ampliati alcuni cameroni per dare spazio alle attività culturali e alla scuola.

Imponenti mura di cinta imprigionano il carcere, rendendolo un mondo a se stante.

Ai quattro angoli ci sono le garrite ottagonali, sostenute da un basamento in calcare dotate di piccole aperture laterali; sono coperte da una cupoletta a spicchi con una pigna sulla sommità, al loro interno quattro archi a tutto sesto, lungo le mura il camminamento dove, in passato le Guardie del Re, oggi la Polizia Penitenziaria, vigilavano giorno e notte per la sicurezza del carcere.

La struttura così concepita offre un’altissima garanzia di sicurezza, oggi potenziata dall’avanzata tecnologia messa a disposizione della struttura: nessuno nel corso di questi anni è mai riuscito ad evadere da Buoncammino.

Proprio per questa sua durezza, a Cagliari circola ancora oggi la leggenda secondo cui uno dei progettisti, preso dal rimorso per tale opera, si sarebbe suicidato.

Per quanto la struttura di Buocamino sia innovativa, alla fine dell’ottocento la situazione dello stato dei detenuti è difficile: il carcere riesce ad ospitare circa 600 detenuti ma in alcuni periodi anche 1000, il vitto consta in un piatto di minestra e in seicento grammi di pane al giorno.

Non è raro vista la situazione del tempo che qualcuno preso dalla disperazione utilizzi il lenzuolo per togliersi la vita

L’istruzione è riservata solo ai minorenni e ad insegnare loro è un vecchio maestro detenuto nel carcere, poi i Cappellani ed infine i membri dell’Opera di Redenzione Sociale di Cagliari.

La situazione scolastica cambierà radicalmente solo 1953.

Uno dei momenti di aggregazione e serenità è la messa, che viene celebrata in reparto con l’ausilio di un altare mobile.

Tra le due guerre mondiali, considerando il problema del sovraffollamento, abbiamo uno spiraglio di luce.

La scuola diventa più regolare, aumenta il numero dei detenuti lavoranti e si migliorano le condizioni sanitarie, anche gli Agenti di Custodia acquistano maggiore professionalità.

Un’interruzione a questo momento di sviluppo è causato dalla seconda guerra mondiale: infatti, a causa delle fobie della guerra, si decise dopo il bombardamento del 17 febbraio del 1943 di sfollare i detenuti in luoghi di pena più sicuri.

L’attività del carcere riprenderà solo nel febbraio del 1944 tra mille difficoltà e problemi legati alla guerra e all’isolamento col resto del paese: a farne le spese fu l’allora Direttore Celeste Giulio Tului.

Finita la guerra, nel 1950, col Direttore Dante Melis prende vita un nuovo periodo.

Viene proiettato un film per la popolazione detenuta, la partecipazione avviene in massa e il fatto rappresenta un momento tanto importante che se ne dà notizia sui giornali.

Nel 1953 furono istituiti nuovi corsi scolastici affidati a validi insegnanti provenienti dalla scuola di S. Caterina: i carcerati minorenni finalmente potevano conseguire la licenza elementare.

Questo rinnovamento proseguì per un quindicennio con il Direttore Antonio Puliati, che attuò una vera trasformazione del penitenziario.

Furono eliminati i camerotti ( le celle dove soggiornavano i detenuti) per dare spazio a celle più grandi con bagno e servizi igienici adeguati, il reparto docce fu ampliato, pian piano le celle furono attrezzate di tv, scomparve l’antica cucina a legna, furono installati i termosifoni e l’impianto per l’acqua corrente.

L’opera di Puliatti fu portata avanti negli anni settanta dal Direttore Umberto Forte: nel 1975 le suore della Redenzione lasciarono il posto di guardiane delle detenute ad una nuova figura professionale, la vigilatrice (che nel 1990 diverrà Polizia Penitenziaria) e nel 1978 si assiste alla chiusura del carcere dei minori che lasciarono Buoncammino per il nuovo complesso di Quartucciu, esclusivamente adibito alle loro necessità.

Una svolta decisiva per lo stato dei detenuti fu l’emanazione della legge del 26 luglio1975, una normativa proiettata alla rieducazione e al reinserimento nella società del detenuto.

Purtroppo a Cagliari non ha potuto ancora oggi trovare completa applicazione in quanto il carcere ottocentesco non permette, per via della mancanza di spazi, l’attività sportiva, la ricreazione ed altre attività culturali per attuare tutte quelle riforme atte a garantire il recupero del condannato.

La soluzione ottimale sarebbe costruire un nuovo carcere, lasciando questo edificio ad altri scopi.

Assistiamo comunque a un periodo di tranquillità, la popolazione detenuta è più disciplinata, il personale di custodia più comprensivo ed a guidare questo nuovo corso sono i Direttori Ovidio Cherchi e Gaspare Sparacia.

Negli anni ottanta l’ammodernamento dell’Istituto fu ripreso dal nuovo Direttore Pasqualino Granata.

Scompaiono definitivamente le bocche di lupo e finalmente i detenuti possono godere di una maggiore illuminazione, le celle diventano più arieggiate e migliorano anche le condizioni igieniche.

E’ proprio il Dr. Granata che fa murare nel piazzale del carcere la lastra marmorea con suscritto l’Art. 27 della Costituzione “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato“.

Nel 1998 muore il Dr. Granata e il posto di Direttore rimane per più di un anno vacante.

La Dott.sa Di Marzio ne fa le veci in attesa delle decisioni del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, un periodo di transizione superato agevolmente, pur considerato i gravi problemi che affliggono il carcere, mancanza di personale, sovraffollamento ecc.

Nel 1999, ed è storia dei nostri giorni, viene nominato direttore titolare Dr. Gianfranco Pala, un direttore giovane ma con tanta esperienza, già direttore della Casa di Reclusione dell’Asinara, che in pochi mesi si è dimostrato un attento dirigente rivolto verso quelle riforme che dovrebbero caratterizzare questo nuovo millennio ormai alle porte.

NICOLA SUNDAS

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