Sistemi tradizonali di agricoltura, di raccolta e cattura a Siliqua

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Girovagando nel web talvolta ci si imbatte in documenti veramente interessanti. Questo è tratto da un sito abbandonato nel 2000, relativo al comune di Siliqua, su cui svetta il Castello di Acquafredda.

Tratto dalla Tesi di Laurea di ANNA ROSA PUSCEDDU – ANNO ACCADEMICO 1977/78.

LE CONDIZIONI NATURALI DEL PROCESSO LAVORATIVO

LA TERRA

Il territorio, la toponomastica – Siliqua si trova nella parte meridionale della Sardegna e precisamente al centro della vallata del Cixerri, che scorre da ovest verso est. Confina a nord con Villacidro, Vallermosa e Iglesias, a nord-est con Decimoputzu e Villaspeciosa, a est con Uta, a sud-est con Capoterra e Assemini, a sud con Nuxis, a sud-ovest con Villamassargia, a ovest con Domusnovas e Musei. L’estensione territoriale è di 19.922 ettari, dei quali 5.969 sono comunali. Si trova a 66 m. sul livello del mare. La sua punta più alta è Monte Arcosu, con m.948.Tra i fattori che hanno determinato la scarsa produttività di tutto il territorio rilevanti sono quelli naturali: la scarsa piovosità che ha determinato lunghi periodi di siccità e causato gravi incendi che hanno portato ingenti danni al patrimonio naturale. Anche l’azione dei venti, soprattutto il levante che spesso ha provocato gravi danni per le colture. Il vento assumeva diverse denominazioni, secondo la direzione di provenienza: Bentu estu, maestrale da nord-ovest; Bentu ‘e soi, levante da sud-est; Tramontana, tramontana da nord; Bentu ‘e Pula , scirocco, così detto in quanto spira dalla parte dei monti di Pula da sud- sud-est. Tra il 1900 e il 1950 mancava, poi ogni forma di irrigazione nelle campagne. Tutti questi fattori hanno grande importanza nel determinare la scarsa produttività di tutto il territorio. Gli abitanti, sin dai tempi antichi si sono dedicati alla coltura dei cereali, in particolar modo grano duro. L’allevamento era molto sviluppato.

Caratteristiche dei terreni – I terreni si suddividevano in terras abertas (o tankas) e kungiaus (cioè terreni non recintati e terreni recintati). Poi si avevano denominazioni in base alla posizione e alla qualità. Nel primo caso si chiamava Iska, terreno di origine alluvionale, molto fertile; Pianura o Prau, terreni di qualità diverse che si presta agevolmente alle colture; Kostera, pendio montuoso soggetto all’azione dilavante delle acque. Bakku vallata compresa tra Kosteras e Prau. In base alla posizione, invece, Benastu, terreno acquitrinoso, adatto solo per le colture intensive; Arenastu, terreno sabbioso, ideale per colture viticole; Gragori, terreno pietroso adatto per frutteti; Sabonastu, terreno argilloso, poco adatto a qualsiasi tipo di coltura, che si indurisce e si spacca d’estate e si raggruma con le piogge invernali; Arrokkiarzhu, terreno roccioso; Terra Kopofia, terra scura e umida, adatta per la coltura dei loris.

Forza animale – Oltre all’allevamento ovino era molto diffuso quello bovino, in misura più ridotta quello equino. Questi animali venivano allevati esclusivamente per essere sfruttati in seguito come forza lavoro, raramente per la macellazione. L’utilizzo del bue era necessario in tutte le fasi del lavoro agricolo, dall’aratura alla trebbiatura; lo si adibiva poi al trasporto di materiali vari, a traino del carro. Per aggiogare i buoi si usavano questi strumenti: su giuabi, il giogo, che serviva per l’attacco della coppia ed era lungo circa m.1,40; is lorus, strisce di cuoio lunghe circa m.4 e larghe 2-3 cm. che si legavano alle corna e quindi al giogo; is odriangus, funi che si legavano all’orecchio interno del bue aggiogato e servivano per la guida. Su strumbu, era invece una pertica utilizzata per abituare l’animale ad ubbidire ai comandi. Il cavallo si domava generalmente come cavallo da sella (quaddu po coscia); quando però era utilizzato come forza lavoro e quindi attaccato al carro si usavano altri finimenti, quali su murrabi, fune o striscia di cuoio posta attorno alla bocca. A su murrabi si attaccava su crabistu, formato da due pezzi di pelle con alcuni fori dove si inserivano le redini e s’imbukkadura (il morso), composta da due piccoli cilindri metallici, che venivano allentati quando l’animale doveva consumare il pasto. Uniti a su murrabi erano anche i paraocchi.

MEZZI  E STRUMENTI DI LAVORO

Attrezzi a trazione animale – Il carro a buoi (su karru), costruito sul posto da artigiani (su maistu ‘e carru) che  utilizzavano come tipo di legno il frassino, il faggio, l’olivastro e il leccio. Il carro da cavallo (su karretoi) costruito prevalentemente in leccio. La carrozza (sa karrossa), posseduta solo dai più importanti proprietari. Aratro in legno (arau sardu) utilizzato per tracciare i solchi nelle vigne, costruito in leccio od olivastro. Aratro in ferro (arau de ferru), utilizzato per eseguire l’aratura seguendo il perimetro del terreno col movimento de su fogliu. Il Bivomere (su bivomeru), formato da due aratri di formato ridotto, usato per ricoprire i solchi (po prei) dopo l’aratura. L’estirpatore (su stripadori) utilizzato per ricoprire le sementi e estirpare le erbacce. L’Erpice (s’erpice) utilizzato per smuovere il terreno in superficie rimuovere le zolle divenute troppo aride.

Strumenti da lavoro manuali – Attrezzi per la lavorazione del suolo erano:sa marra po marrai fa, sa marra po marrai  trigu, sa marra lada, sa marra po skrazzai, su pikku a puncia, su pikku a seguredda, su pikku a bidenti, su marroi, sa banga. Attrezzi da taglio erano: sa fracci, sa puddazza, sa fracci furistera. Attrezzi da presa erano: su tragafeu, su travuzzu, s’apporrimaiga, sa fruccidda a tres korrus, sa skova de azhroba, sa pabia de azhroba, sa pabia de ferru. Attrezzi da misurazione e contenitori: sa mesura, sa kuarra, su kubeddu, sa mesuredda, s’imbudu, su kaidu, sa spotta.

LA VEGETAZIONE

La vegetazione agraria costituita prevalentemente da quella estensiva aveva come oggetto su lori, cioè tutte quelle colture soggette a rotazione agraria. I loris si suddividono in graminacee e leguminose. Le prime costituite da grano, orzo e avena; le seconde erano in prevalenza fave, ceci, piselli. La vegetazione spontanea in gran parte costituita da macchia mediterranea cioè lentischio (modditsi), mirto (sa murta), il corbezzolo (s’obioi), e fichi d’India (fighu moriska), il cisto (mudeghu). Per uso alimentare si consumava il cardo selvatico (su gureu) ; per fare i cestini il giunco (su giunku); per la cattura dei pesci l’euforbia (lua). In questo gruppo dobbiamo annoverare anche erbe nocive per le colture che sottraggono cioè sostanze al terreno e debbono quindi essere eliminate, quali: l’ortica (su pittsianti), l’aglio selvatico (s’allu ‘e karroga), la gramigna (su kannaiòi), una specie di rafano (s’ambuatza).

FASI E MODI DEL LAVORO

L’annata agraria corrispondeva al ciclo vegetativo ed aveva quindi inizio a Settembre in particolare il 29, giorno di San Michele; questo mese era infatti conosciuto come kabudanni , cioè primo mese dell’anno in quanto si dava inizio ai lavori agricoli, che terminavano poi in piena estate. I lavori autunnali cominciavano col ripulire i terreni da eventuali cespugli  con l’aratura e con lo spargimento del letame e la semina. Quelli invernali erano dedicati al diserbamento e alla lavorazione delle zolle. In primavera si cominciava la mietitura di orzo e avena e si eliminavano le  erbe infestanti. Si procedeva poi all’aratura delle terre non coltivate e all’estirpamento delle leguminose. I lavori estivi erano dedicati a ultimare i lavori intrapresi durante l’annata agricola quali la mietitura, la trebbiatura ed immagazzinamento.

CONSERVAZIONE DI PRODOTTI COLTIVATI

Quest’attività costituiva un’operazione essenziale per il bilancio familiare. Si trattava per lo più  di mansioni compiute dalle donne. Queste consistevano nella conservazione dei cereali destinati sia alla semina ma, anche solo per uso alimentare come le fave, i piselli, i ceci, i fagioli, le lenticchie. L’orzo e i ceci ma, soprattutto l’orzo venivano a volte torrefatti ed utilizzati poi, in sostituzione del caffè, utilizzando su turradori, contenitore metallico di forma cilindrica.Venivano conservati anche i pomodori secchi (tamatiga sikkara). Da questo ortaggio si ricavava inoltre anche il concentrato da utilizzare per condire i pasti di tutta la famiglia. Interessante anche la conservazione della frutta, in particolar modo dei fichi secchi (figu sikkara), lasciati essicare al sole per circa 10 giorni. Venivano usati anche per preparare sciroppi contro la tosse.

Era assai diffusa anche la conservazione dell’uva; infatti, con procedure e mezzi diversi, si conservava al naturale, sciroppata e sotto spirito. Dall’uva si otteneva anche “sa sapa“, un prodotto utilizzato per la preparazione di dolci tradizionali, così come le arance, delle quali si usavano sia le bucce tostate (krozhu sikkau de arangiu) sia la marmellate. Tra i prodotti vegetali coltivati era assai diffusa  la conservazione delle olive.

CONSERVAZIONE DELLA CARNE E DEGLI INSACCATI

Praticamente tutte le famiglie contadine allevavano in casa ogni anno uno o due maiali, la cui carne non veniva venduta ma consumata nell’ambito della stessa famiglia. Il maiale veniva solitamente macellato in autunno, spesso per Ognissanti, e di esso si sfruttava praticamente ogni parte. Durante la macellazione si raccoglieva il sangue con il quale si preparava il sanguinaccio (su sanguacciu); le ossa, non completamente spolpate, si mettevano prima in salamoia e poi si lasciavano asciugare in modo che si conservassero a lungo perché d’inverno si facevano bollire e se ne mangiava la carne; la polpa veniva tagliata a pezzi e conservata nell’aceto per essere consumata arrosto oppure per produrre la salsiccia; un altro insaccato che si ricavava era il prosciutto. Dalle parti di carne molto grasse si ricavava “sa gerda” che veniva utilizzata per condire le pietanze e per fare un particolare tipo di pane (pai kun gerda), il grasso invece veniva utilizzato al posto dell’olio. Anche le setole (sa inzudda) venivano conservate per ottenerne poi pennelli o spazzole.

CONSERVAZIONE DEI LATTICINI

Alcuni latticini  si possono conservare per breve tempo, un giorno o poco più, ed esigono una preparazione abbastanza semplice; altri come il formaggio, si conservano per un arco di tempo molto lungo e richiedono una preparazione più elaborata. Tra i primi ricordiamo is “kasadas” e “su kasu axedu“. Per la preparazione del formaggio si doveva avere a disposizione il caglio (kallu), e, col tempo, si consumava fresco, stagionato e marcio (kasu martsu).

CONSERVAZIONE DELLE PELLI DI OVINI

Degli animali uccisi si usava conservare la pelle così da poterla conciare. In seguito esse venivano usate per confezionare “sa besti“, cioè la veste del pastore, che in effetti era una giubba, o come tappeto o coperta.

RACCOLTA, CATTURA, CONSERVAZIONE ED USO DI VEGETALI, ANIMALI, MINERALI

La raccolta dei prodotti vegetali – Tra quella destinata all’alimentazione, la raccolta dei funghi (kordobiu) a Siliqua ha sempre avuto particolare importanza. L’unico strumento usato è un comune coltello (gotteddu), con cui si tagliano i gambi dei funghi (kambus o tanazhis). Le persone esperte riconoscono subito, dal tipo di terreno o dalla vegetazione, i vari funghi che vi possono crescere. Il tipo più facile da trovare è sempre stato il boleto (bullèttu), che cresce praticamente su tutti i terreni non adibiti a colture, cioè i pascoli (kotturas).
Più prelibato e più difficile da trovare è il cardarello (kordobiu de petsa) che cresce solo in alcune zone caratterizzate da cespugli molto bassi (mobas). Altri tipi di funghi assai ricercati sono il fungo di cisto (cordobiu de mudegu) e il prataiolo (tuvara). A Siliqua ci sono anche altri tipi di funghi, che però non vengono colti, nonostante siano mangerecci; questo avviene o per diffidenza, in quanto sono ritenuti a torto dannosi, o perché non sono considerati abbastanza prelibati. Raramente i ricercatori colgono l’ovolo (ovulu), il porcino buono (kordobiu de padenti), la dìtola gialla (kordobiu de kabefrori) e la vescia di lupo (tabakku de mrazhai), il chiodino, l’agarico ostreato e il fungo d’estra (kordobiu de matta) il fungo di leccio (kordobiu de ibizhi) e il fungo di pioppo (kordobiu de linnarbu).Tra gli altri prodotti vegetali facenti parte dell’alimentazione umana ricordiamo: il cardo selvatico (su gureu), del quale si mangiano le foglie (kostallas), crude (ingaungiu) o bollite e i carducci (kugutsua) gli asparagi (sparau), la cicoria (cikoria), la cicerbita (kamingioi), il masturzio (mattutsu). La raccolta dei frutti  è caratterizzata in particolare dalla raccolta di fichi d’India (figu moriska) la raccolta dei quali viene fatta utilizzando una canna (kannuga); essi vengono consumati crudi, secchi o sottoforma di marmellata. Dal frutto del mirto (murta) invece si ottiene un liquore dolce (likkori de murta).Tra gli altri frutti ricordiamo le pere (pira buttidu, kamusia, matsaniedda) i fruti del cotogno (meba pirongia), gli agrumi, le prugne selvatiche (pruizhedda), i corbezzoli (obioi).

Fabbricazione di oggetti artigianali – Con la raccolta del giunco d’acqua (giunca o sinniga de acqua) si producono cesti per la ricotta (cestì po arriskottu). Per fare i crivelli (cibirus) si usano i culmi del saracchio (mammùga), altri cesti (skatteddus e kadius) vengono intrecciati con la canna (kanna), con i fusti dell’asfodelo (kardillòi) e con il lentischio (modditzia). Con i fusti della ferula (faurra) si costruiscono piccoli sgabelli; con il cipero (sessini) si impagliano le sedie (affundai kariras). Alcuni artigiani si dedicano anche a lavori di intaglio, col legno del pero vengono realizzati dei mestoli (turras).

Materiali per l’edilizia – Nella costruzione della maggior parte delle case, sino a qualche decennio fa, si faceva largo uso di legname. Il soffitto era coperto interamente da canne sorrette da grosse travi in legno (bigas) che poggiavano sulle pareti laterali delle camere. Di solito si andava in montagna per il taglio di lillatro (arridebi) e talvolta anche il ginepro (sinnibiri). I muri invece, venivano costruiti con mattoni crudi, composti di fango e paglia (lardiri)

Raccolta del legname per il riscaldamento domestico e come combustibile per cucinare i cibi – Molti uomini son soliti, tuttora, andare in montagna per procurarsi la provvista si legna da ardere per la stagione fredda (andai a monti po fai linna), le zone più adatte sono quelle di Camboni e di Gutturu ‘e Sanai.
Si deve richiedere, in precedenza, un regolare permesso al Comune, che, poi, trasmette la richiesta al servizio forestale. Le guardie forestali stabiliscono quanti metri cubi di legname si possono ricavare e da quali alberi (il ginepro non si può tagliare). Gli strumenti di lavoro sono: la scure (seguri), la roncola (arrencillu), e la sega (serra), il segone (serra manna), zeppe in ferro (kottas) e una mazza di legno (mallu). Una parte del legname viene carbonizzato con due sistemi chiamati “a sa furistera“, cioè d’importazione e quello detto a “sa sarda“.Il processo di formazione del carbone, detto kottura, dura circa 10 giorni. Subito dopo il carbone viene ripulito dalla terra con un rastrello (su rastrellu), questo processo viene detto mundadura.

Raccolta di erbe medicinali – Quest’attività era assai diffusa fino all’ultimo dopoguerra, in quanto solo pochissime persone potevano acquistare farmaci e, di conseguenza, erano assai diffuse le cure a base di erbe (mezhias sardas); si trattava molto spesso di decotti e cataplasmi. Di solito ci si rivolge, in caso di malattia, a persone anziane del posto, restie a rivelare il sistema di preparazione, che curano gli ammalati sempre gratuitamente, anche se è tradizione che questi ultimi ricambino il favore con doni in natura. Le cure sono sempre accompagnate da preghiere, segni di croce o formule propiziatorie (brebus). Contro il mal di testa si rivela efficace l’applicazione sulle tempie e sulla fonte di fave secche (fa sikkara) bagnate con la saliva del malato, oppure applicando foglie fresche di edera (kappeddu de muru)  o foglie di vite (folla de azhia) o con impacchi (approdai) di farina e aceto.
Per curare le infezioni agli occhi (ogus maus) si usa masticare del finocchio, senza però ingoiarlo. Contro le infezioni della bocca (bukka maba) si devono masticare, senza ingoiarle, tre foglie di rovo, tagliate prima dell’alba; è importante, durante la cura, la recitazione delle preghiere. Contro il mal di denti (dobori ‘e denti) si usa sciacquare la bocca con aceto in cui si è fatto bollire dell’aglio. Per combattere la forfora (skatta de konka) si usa risciacquare i capelli con un decotto di radici d’ortica (pitsianti).
Per le contusioni si usa anche la sostanza polverosa che si forma all’interno del fungo vescia di lupo (tabakku de mrazhai). Contro i dolori del ventre si usa bere una tazza di caffè caldo in cui precedentemente si sono bagnati, per tre volte consecutive, tre rametti di assenzio (senzu), il giusquìmano (folla de opus) il prezzemolo, il limone. Per alleviare i dolori causati dall’ernia è efficace il cataplasma ottenuto con foglie di menta selvatica (menta de arriu). contro le eruzioni cutanee (guròis) si fanno bollire foglie di malva per poi fare degli impacchi, e così anche con l’oleandro (leunàzhi) . Decotti per la tosse sono ottenuti dalle foglie di eucalipto (okkallittu), con fichi secchi con i frutti del ginepro (sinnibiri) e dalle foglie d’alloro (lau). Le terapie a base di erbe sono usate anche per curare gli animali. Come vermifugo (mezhia po is bremis) i contadini usano piegare dei piccoli rami di tamerice (tramatsu) o di erica (uvara) recitando delle preghiere. L’operazione dovrebbe guarire l’animale senza che esso prenda direttamente alcun medicamento.

CATTURA ED USO DI ANIMALI

La cattura degli animali è sempre stata riservata agli uomini e rispetto alla raccolta dei vegetali, richiede spesso l’uso di strumenti di lavoro più complessi, nonché una maggiore forza muscolare.
Cattura di animali per uso alimentare – Il sistema più semplice è la ricerca delle lumache (cikkai sittsigorrus). Il tipo più comune è denominato “tappàra“, un altro “sittsigorreddu de sant’uanni” e un altro ancora “sittsigorru bovèri“. La pesca (piska) viene effettuata nei corsi d’acqua in piena (kandu is arrius kurrint) utilizzando mezzi di produzione propria come la fiocina (frùsha), la canna da pesca (kanna po piskai), la rete a bilancia (sa bilancia). Altri sistemi di pesca, più complessi, sono “su nazrazhu” costituito da uno sbarramento con pietre e pertiche dove si fissa una particolare rete (su fibàu) di forma quasi conica, “s’obiga” o “pardavellu” cioè il bertuello, le “nassas” cioè le nasse e “su pettiabi“. Questi strumenti vengono utilizzati per lo più alla pesca delle anguille. L’altro pesce è costituito da trote, carpe e tinche. E’ diffusa anche la cattura per mezzo di particolari radici di erbe che stordiscono o fanno perdere il senso d’orientamento ai pesci, come per esempio il cocco cnidio (truisku), il lentischio (moddittsia) o, quest’ultima però tossica anche per l’uomo, l’euforbia (lua). La cattura degli animali selvatici avviene prevalentemente per mezzo di trappole (krobus). Per gli uccelli sono realizzati cappi scorsoi di crine di cavallo (piu de kuaddu) e delle reti (retza). Per i conigli, le lepri e le volpi vengono utilizzate spesso delle trappole simili alle tagliole (latzu). Anche per i cinghiali ci sono trappole apposite dette “krobu po sriboi“. Talvolta vengono catturati anche dei cervi che costituiscono però una specie protetta.

Cattura di animali per scopi medicinali – A questo gruppo appartengono le sanguisughe (sa sangunera) che catturate nei ruscelli,venivano poste sul corpo del sofferente di ipertensione bisognoso di salassi (tirai su sangui mau).

RACCOLTA ED USO DI MINERALI

I processi di lavoro connessi a questo tipo di raccolta non sono ora diffusi a Siliqua. Non ci sono risorse minerarie che permettano attività estrattive dal sottosuolo. Fino all’ultimo dopoguerra si aveva, comunque, una raccolta di pietre, sabbione e terra. Le pietre erano raccolte da donne e ragazzi e spesso utilizzate per lastricare le strade (fai s’imperdau).

Per fare questo lavoro si utilizzava uno strumento molto simile ad un martello (pikketta) per fare delle piccole buche dove inserire le pietre che, sistemate molto vicine le une alle altre, formavano una superficie compatta e resistente all’azione dilavante dell’acqua. Per assestare in modo definitivo tutte le pietre si batteva a lungo il suolo con un altro strumento, detto “su mallu“. Il sabbione (su sabbiòi) era destinato alla preparazione dell’intonaco (po arrembussaì) e per impastarlo col cemento (po impastai kun su zhumentu).
La terra era la materia prima per preparare i mattoni crudi (lardiri): alla terra, procurata scavando a lungo con “pikkus” e “pabias“, si aggiungeva gradatamente dell’acqua e una certa quantità di paglia grossa (palla de kannaiòi) che veniva calpestata (appattigara kun is peis) finché l’impasto avesse una giusta consistenza. Quindi esso si poneva in apposite forme di legno rettangolari e senza fondo (su sestu) e lasciato asciugare al sole.

APICOLTURA

Questa attività è oggi effettuata con le arnie razionali, anticamente invece le persone che lavoravano in campagna erano solite raccogliere il miele selvatico. L’arnia viene comunemente denominata “kasiddu“. Altro strumento è la sceratrice (sa sheradrizhi), che serve per estrarre la cera vergine che fonde nelle cellette durante la smelatura, che avviene con l’utilizzo dello smielatore (su smeladori). La maschera (maskera), i guanti (guantus) e l’affumicatore (affumadori) sono strumenti usati per la sicurezza personale dell’uomo. Strumenti minori sono: la leva staccafavi (su ferru), la spazzola detta “spattsola” o “spattsolinu” che si usa per pulire i favi, le gabbiette (is gabbieddas) che servono per introdurre o allontanare le regine.