Nella storia sarda ci sono anche vittorie

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Se a fine di giugno osservi i fanti ed i cavalieri rievocare Sa Battalla di Sanluri, non ti basta stare in prima fila. Non desideri solo uno spettacolo da vedere, vuoi capire, pretendi che i fatti contengano dei significati.

Perché ricordare le migliaia di sardi massacrati a S’Occidroxiu nel 1409? E perché oggi migliaia di persone dovrebbero subire il sole cocente de Su Bruncu ed altrettante stiparsi intorno al castello? Per imparare a non perdere, ad esempio. O per studiare le precedenti vittorie dell’Arborea. Ma, soprattutto,per darsi ragione del prima e del dopo, degli atti che portarono a quel luogo e di quelli che rimandano ad altri luoghi. Insomma, abbiamo bisogno di conoscere la storia. La storia è la memoria condivisa di ogni comunità.
Pare sia frequente sulle labbra e nella penna degli studiosi catalani che la lunga guerra (1355–1410) per riprendersi la Sardegna sia stata per la Catalogna e l’Aragona un vero e proprio Vietnam! Molto peggio che una battaglia perduta, lasciarono in terra sarda, con la morte del giovane re Martino a Cagliari, la loro dinastia regnante.
Non c’è famiglia aristocratica di quel regno che non abbia perso un figlio, un padre, un fratello. Allora in tutta l’Isola vincevano le truppe di Mariano IV d’Arborea. La storia è la più politica delle scienze. Soprattutto, tramite il lavoro, la legislazione, l’arte e le opere della cultura forma il sentimento di sé dei popoli. Costruisce l’immagine collettiva degli aggregati umani, dice di come siamo nati e da dove veniamo, fonda il percorso culturale di ciò che siamo. La storia delle vittorie crea sicurezza e dignità.

Dopo Sanluri in Sardegna prevalse il feudalesimo, fuori tempo e fuori misura. Si affermava qui, mentre nel continente italiano si estingueva. Allungava le miserie successive alla sconfitta.
La classe dirigente comandava dall’esterno o viveva chiusa in castelli lungo la costa (Casteddu: di Cagliari, di Bosa, Aragonese, di Alghero). Solo Oristano, Sassari ed Iglesias offrivano qualche segno di città ad un’Isola tornata villaggio e campagna.
Un’immagine di noi stessi che non ci piaceva conduceva all’oblio della memoria, alla sua distorsione. Ci hanno portato a vergognarci e a dimenticarci della nostra storia. Tutti hanno i loro luoghi della strage (S’Occidroxiu) ed i luoghi maledetti (Campu Castigau, Macomer). Dove, di tanti soldati, non è rimasto neanche un nome.
La cultura è la memoria non ereditaria della comunità. Riandare al passato per riflettere sul presente rappresenta il dono che ogni generazione lascia a chi le succede. Ma non sempre tutto è facile o scontato nel racconto del tempo passato.
Non tutte le terre, non tutti i popoli trovano riconoscimento. Distruggere una memoria significa distruggere un popolo.
Perciò intorno alla memoria si scatenano le lotte più dure. Difenderla è la condizione per esistere. Ogni manifestazione ben pensata tende a farsi tradizione. Come quella della battalla di Sanluri.
Anche se si sa come finisce, la si vuol continuare a raccontare. Non a caso resta vivo il rimpianto per la rievocazione di sa die de sa Sardignaa Cagliari. Anche perché, se nella prima vinse il feudalesimo, nel secondo iniziammo a liberarcene. Uno dei giorni in cui vincemmo noi!

Salvatore Cubeddu da l’Unione Sarda

 

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