Luxia e Giorgìa Nella tradizione popolare

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L’etimologia di questo nome ha procurato non pochi problemi, ma la radice «org» starebbe ad indicare un luogo umido, boscoso e comunque fertile e fresco. Potrebbe avvicinarsi alla parola indigena preromana «orgosa» che ad Orgosolo designa un terreno umido ed acquitrinoso. Inoltre il nome Giorgìa viene spesso riconnesso a «Ghiorghis» termine greco bizantino da tradursi con “che feconda”, accostato al sardo logudorese «giòsi», «giòrdzi», dal significato di membro riproduttivo femminile”.(2)
Vari sono pure gli aggettivi che le si associano. I più comuni e conosciuti sono certo rabbiosa, raggosa, raiosa, radiosa, larosa, laiosa.(3)

Quella di Luxia è figura poliedrica, antica e remota, connessa con infinite realtà e radicata in un passato atavico mai del tutto dimenticato. La sua diffusione all’interno della narrativa orale sarda e della tradizione folklorica ci lasciano solo immaginare l’importanza di cui, un tempo, doveva godere questa figura mitica di donna.

A seconda delle leggende che vengono prese in considerazione la protagonista può apparire sotto diversi aspetti:

  • E’ donna avara e cattiva, presuntuosa e superba, e per questo punita da Dio.
  • E’ gigantessa che trasporta enormi pietre sulla testa mentre fila e regge in braccio il proprio figlio.
  • E’ donna mostruosa dalle lunghe mammelle con cui spazza il forno, mentre si serve della lingua come d’una pala per infornare il pane.
  • E’ indemoniata e dunque strega, alleata con i diavoli che aiuta nella costruzione di alcuni ponti.
  • E’ una misteriosa donnetta che abita sui monti e compare fra la gente tra il due di dicembre o il due di febbraio determinando con la sua apparizione i pronostici sul tempo e sulla stagione.
  • E’ strega, fata, regina, malvagia o benefica.

La Dea Madre

Ad interessarsi di Giorgìa è lo stesso Giovanni Lilliu, uno fra i massimi esponenti dell’archeologia sarda, che nel suo saggio volto alla riscoperta della religione della Sardegna nuragica (4)
, mette l’accento sul ruolo di questa figura tortuosa eppure tanto affascinante. Si tratterebbe a detta di Lilliu di una maga o di una gigantessa, infuriatasi prima e pietrificatasi poi a causa della perdita dei propri figli che vide uccidere a ragione di una feroce maledizione.
Il mito potrebbe riconnettersi con quello di Niobe, la quale sposò Anfione re di Tebe e da cui ebbe sette figli e sette figlie. Era così orgogliosa della propria prole che ardì burlarsi della Dea Latona, che aveva avuto solo due figli, i gemelli Apollo e Artemide. Latona allora incaricò i suoi figli di vendicare l’offesa. Entrambi capaci arcieri, Apollo mirò i fanciulli e Artemide le fanciulle. Dei figli di Niobe se ne salvarono solo due: Cloride e Amicla. Secondo l’Iliade i giovani uccisi rimasero insepolti per dieci giorni, finché gli dei stessi non si occuparono della tumulazione. Il mito racconta che Niobe in lacrime, si tramutò in blocco di marmo dal quale scaturì in seguito una fonte. In una roccia che si trova sul monte Sipilo in Lidia, presso Magnesia, si è voluta scorgere la Niobe divenuta pietra. Giorgìa e Niobe in comune possiedono l’elemento materno, la metamorfosi in pietra e lo stretto legame con l’acqua, cosa su cui Lilliu non desidera sorvolare, vedendo nella nostra protagonista una Dea Madre, che nella tradizione sarda divenne maga, ed infine gigantessa.

La gigantessa di pietra

Uno dei primi informatori di cose sarde, che trattò l’argomento relativo all’enigmatica donna fu Gino Bottiglioni. Nella sua raccolta di leggende ricorda di come a Nuragus si vociferi che la donna appartenesse alla razza dei Gentili, costruttori di Nuraghi e che possedesse delle dimensioni gigantesche e grandi mammelle, un poco come i figurini prenuragici raffiguranti la Dea Madre. Sposata con Antòi Craccassòi, questo viene descritto dalla tradizione isolana come gigante, con occhi tanto smisurati in dimensioni, che per aprirli necessitava delle tenaglie.
Luxia, in questo caso gigantessa, era tanto ricca quanto avara, ed il giorno che rifiutò di far elemosina ad un frate Dio mutò in pietra non solo i suoi averi, ma ella stessa. Ancora oggi è possibile osservare su tutto il territorio sardo ciò che le appartenne, ora pietrificato. Nei pressi di Esterzili si trova ad esempio la casa della donna, sa domus de òrgia rajòsa, a Noragugume si potrà osservare addirittura la gigantessa pietrificata e spesso nelle basse collinette sparse qua e là, la fantasia isolana intravede i cumuli di grano che furono di Luxia (5).

Demetra

Sono diversi gli autori che pongono attenzione all’assonanza fra il mito di Giorgìa o Luxia e quello di Demetra. Disperata per la perdita della figlia, Persefone, rapita da Ade, Dio dell’oltretomba, secondo il mito si rifugiò in una grotta buia e pietrificata dal dolore si rifiutò di risalire sull’Olimpo. A causa della sua assenza la terra non produsse più frutti, le messi non maturarono, gli alberi inaridirono. La Dea divenne una delle Erinni, spiriti della vendetta, finché purificata nel fiume Ladone assunse il nome di Lusìa. Zeus, commosso dal suo dolore, ordinò di restituirle la figlia; ma Ade prima di liberare Persefone, le fece mangiare i chicchi di melagrana che la costrinsero a far ritorno negli inferi e dal suo sposo per quattro mesi ogni anno, corrispondenti grosso modo al nostro inverno. Il mito vuole che durante il periodo in cui la figlia stava con lei, Demetra felice facesse fiorire e fruttare la terra, mentre durante i mesi d’inverno la terra sterile rispecchiasse il dolore della Dea e madre.

Demetra e Luxia in comune possiedono gli elementi dell’acqua entro la quale Demetra si purifica mutando il proprio nome, la pietrificazione indotta per dolore, l’elemento della maternità e quindi della pena per la figlia perduta, ed ancora l’elemento dell’avarizia che ben si può analizzare durante i mesi invernali, nei quali la Dea non concede alla terra ne frutti ne fiori. Questa ambivalenza di Demetra potrebbe giustificare la figura di Luxia ora magnanima e buona, ora crudele ed avara (6).

La moglie di Loth

Altra associazione interessante potrebbe essere quella fra Luxia e la moglie di Loth, pietrificata a causa della violazione di un tabù. Avvertito da Dio della imminente distruzione di Sodoma e Gomorra, fu invitato a fuggire con la propria famiglia con il vincolo di non voltarsi mai ad osservare la sorte spettata alle città corrotte. La curiosità donna obbligò la moglie a voltarsi, rompendo il tabù imposto. Venne immancabilmente tramutata in statua di sale…(7)

I motivi

  • La carità mancata. Analizzando le oltre sessanta narrazioni relative alla pietrificazione, raccolte dalla Losengo (8) e dai suoi studenti, il motivo principale di pietrificazione è la mancata carità. In una società agropastorale si tratta infatti di un obbligo fondamentale per la sopravvivenza della stessa comunità. La rottura del meccanismo del dono e la mancata solidarietà andranno dunque punite severamente e la tradizione mitica propone la violenta pietrificazione, la peggiore e più diffusa pena presente in Sardegna. Le vicende che costituiscono queste storie si svolgono normalmente in un’aia, mentre fervono i lavori agricoli. Lo svolgersi della storia è sempre il medesimo; dinanzi al padrone che dirige i lavori si presenta un mendicante, sotto le cui false spoglie si nasconde Dio, Cristo o Santi. Alla richiesta di un poco di grano o cibo di vario genere, il proprietario del raccolto sbotta con la solita frase: «Non vedi che non è grano, ma sassi?» e la risposta del mendicante è sempre la medesima: «A sassi si facciano». Così il raccolto e il proprietario dello stesso vengono mutati rapidamente in pietra.
  • L’invidia e l’avarizia. Gli avari ed invidiosi spesso vengono puniti con la pietrificazione. Chi non apprezza il proprio raccolto definendolo cosa ben misera ed osservando con invidia quello degli altri, non apprezza implicitamente il grano che Dio gli ha voluto donare. Spesso avari ed invidiosi si lasciano prendere da una tale sete di potere da dover costringere i propri servi a lavorare anche nei giorni di festa da dedicare a Dio, o comandare di non fermarsi nemmeno al passaggio del sacramento. Si violano in questi casi una serie di obblighi di ogni buon cristiano: rendere grazia al Signore per ciò che ha concesso, amare il prossimo, onorare Dio nei giorni festivi, non bestemmiare. Importante osservare che in questo genere di storie di norma il colpevole non viene pietrificato nel luogo dove si trovava, ma affidato prima al vento, in Sardegna esemplificazione de s’aremigu (il demonio), il quale lo trascinerà lontano e poi lo affiderà nelle mani del Signore che lo pietrificherà (9).
  • Bestemmie. Esiste una buona mole di racconti nei quali i colpevoli vengono pietrificati a causa del loro bestemmiare. La punizione sarà immediata ed irreversibile.
  • Violazione dei voti. Causa della pietrificazione in alcuni casi la violazione è quella dei voti. Le narrazioni spesso raccontano di frati o suore fuggiti dal convento perché innamorati. I peccatori sono comunemente descritti giovani e obbligati dalle famiglie a prendere i voti per essere tenuti lontani. Raramente si dice che abbiano offeso Dio peccando insieme, più spesso si dice che fuggirono dal convento e vennero pietrificati. In alcune circostanze interviene il vento a portare lontano i due.
  • Furto. Rarissimi i racconti in cui la pietrificazione è punizione per un furto. Di norma non sono i colpevoli a venir pietrificati, ma ciò che è stato rubato. La rarità di questo genere di narrazioni è da porsi in relazione forse all’estrema diffusione dell’abigeato in Sardegna.

Conclusioni

Nella maggior parte dei casi la pietrificazione interviene per due colpe estremamente gravi, avarizia e sacrilegio. Si tratta di una punizione immediata, violenta e irreversibile. Il peccatore mutato in pietra si imporrà come monito per quelli che verranno a ricordo delle norme che non vanno violate.

Ciò che più colpisce in merito al mito della pietrificazione ed alla sua principale protagonista, sono i fortissimi legami di questa, con una serie di creature fantastiche che popolano l’immaginario sardo, le gigantesse, le streghe e le janas. Una tale varietà di facce e di storie che ci fa intuire quanto antico sia stato il mito di Luxia e Giorgia e di quanto il tempo lo abbia potuto smussare e ricreare a piacimento proprio influenzato soprattutto dalla profonda presenza cristiana.

Claudia Zedda

1 Delitala Enrica, Materiali per lo studio degli esseri fantastici del mondo tradizionale sardo, estratto da “Studi sardi”, vol. 23, 1974.Sassari, Gallizzi, 1975.
2 Wagner Leopold, La lingua sarda: storia spirito e forma. Berna, A. Francke, 1951.
3 Losengo Rosa, Quadro delle notizie su Luxia arrabiosa (o Giorgia rajosa) in “Bollettino del repertorio e dell’atlante demologico sardo”. a. 1966, n. 1.
4 Lilliu Giovanni, Religione della Sardegna nuragica in “Atti del convegno di studi religiosi sardi”, Cagliari, 24-26 maggio 1962”. Padova, CEDAM, 1963.
5 Bottiglioni Gino, Leggende e tradizioni di Sardegna. Ginevra, Olschki, 1922. Vita sarda. Milano, Trevisini, 1925.
6 Turchi Dolores, Maschere, miti e feste della Sardegna. Roma, Newton Compton, Cagliari, Edizioni della Torre, 1990.
7 Cossu Pietro Maria, Note ed appunti di folklore sardo. Bagnacavallo, Società Tipografica Editrice, 1925.
8 Losengo Rosa, La pietrificazione punitiva nella tradizione orale sarda in “Bollettino del repertorio e dell’atlante demologico sardo”. a. 1967, n. 2.
9 Losengo Rosa, Quadro delle notizie su Luxia arrabiosa (o Giorgia rajosa) in “Bollettino del repertorio e dell’atlante demologico sardo”. a. 1966, n. 1.

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