L’Isola magica

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Una cospicua parte di questo sistema è riservata ai rimedi popolari: contro il mal di testa, le coliche, le verruche, ma soprattutto contro il malocchio, “s’ogu pigau”, la credenza -così radicata da essere sopravvissuta fino ad oggi- che un individuo possa nuocere al proprio prossimo servendosi  esclusivamente dello sguardo.
Alla base del malocchio c’è l’invidia per il possesso di una caratteristica, una qualità o un bene altrui, un cattivo influsso spesso totalmente inconsapevole a chi lo produce. I rimedi per sconfiggerlo, o addirittura per prevenirlo, sono tantissimi, e variano a seconda della località.
Tra gli accorgimenti preventivi, oltre al classico braccialetto verde al polso e all’infinita sequela di talismani, quello più comune consiste nel far toccare all’ipotetico jettatore il malcapitato di turno al fine di scongiurare il maleficio. Se il danno è già fatto si procede alla medicina vera e propria, in cui vengono immersi chicchi di grano nell’olio o nell’acqua, accompagnate da preghiere e invocazioni che possono essere ereditate solo all’approssimarsi della morte di chi compie il rituale. La quantità, le bollicine, la disposizione dei chicchi è indice della presenza e della gravità del maleficio. Uomini, piante, animali, oggetti di uso comune, sono tutti potenzialmente a rischio.

I bambini rappresentano i bersagli più vulnerabili non soltanto del malocchio ma anche di creature malvagie come le surbiles, donne che la notte si trasformano in mosche per succhiare il sangue dei neonati non ancora battezzati. Un rimedio utilissimo per allontanare queste streghe-vampire, ignare della propria metamorfosi notturna, consiste nel rovesciare il treppiede del focolare piuttosto che la scopa, oppure mettere una falce a protezione della camera dove il piccolo dorme. La surbile passerà il tempo a contare e ricontarne i denti, senza venirne mai a capo, fino a quando la luce del giorno romperà l’incantesimo.
Alla figura della surbile si aggiungono le leggende sulle cogas e le bruxas, temibili streghe capaci di azioni malevole contro persone, animali o cose, abili negli incantesimi e nell’arte delle erbe.
Altro discorso riguarda le janas, fate abitatrici di piccoli anfratti a uso funerario chiamate appunto “domus de janas”. Esse trascorrono il proprio tempo sedute al telaio a filare tessuti meravigliosi e ad intonare melodie celestiali. Come in tutte le leggende che si rispettino, esistono fate buone e fate malvagie, anche se le janas sembrano possedere una dimensione valoriale che va oltre la comune distinzione tra ciò che è bene e ciò che è male. Alcuni racconti le dipingono come donne di piccole proporzioni vestite di rosso, che dimorano lontano dal villaggio, spesso nei nuraghi di cui sorvegliano s’iscusorgiu , il tesoro, e scendono in paese solamente in occasione delle feste per ballare su ballu tundu insieme agli uomini.
Le panas sono invece descritte come anime di donne morte di parto costrette a lavare i panni del loro figlio per sette anni. Guai a rivolgere la parola a una panas: la pena verrebbe interrotta e inizierebbe daccapo.

ammutadoriLunghissima è la lista degli spauracchi usati per intimorire i bambini: Sa Mama ‘e su Sole, Sa Mama ‘e su Bentu, Sa Mama ‘e Funtana, sono gli esempi più famosi.
Oltre a rappresentare lo scenario d’azione di surbiles, janas e panas, la notte è il momento privilegiato da un altro misterioso essere chiamato ammutadori: una sorta di demone che visita l’ignara vittima nel sonno, si siede sul suo petto impedendogli di respirare e provocando terribili incubi. Non è facile difendersi da su ammutadori, anche se spesso i nostri antenati ricorrevano a vere e proprie formule magiche da pronunciare a fior di labbra.
Si pensava infatti che la parola avesse un enorme potere e riuscisse, da sola, ad esorcizzare il male o perlomeno la paura. A questo proposito basti pensare alla sfilza di preghiere o invocazioni, i brebusu, usate per gli scopi più diversi: per difendere il bestiame, per guarire le malattie, per scongiurare gli incidenti, per allontanare i fulmini durante i temporali più violenti, per rendere innocui gli animali.
Questi ultimi sono spesso i protagonisti indiscussi delle leggende sarde, perlopiù legate ai timori di una società contadina e pastorale. La bestia più temuta in assoluto è la volpe, su maxrani, il cui nome, come quello di tutte le cose che incutevano timore, doveva addirittura essere pronunciato indirettamente. Sfortunata la casa su cui la civetta, sa stria, vola a formare una croce: morte sicura nella famiglia.
Al canto prematuro del gallo era legata la credenza di una sciagura in agguato, come la morte del padrone dell’animale. La biscia era un animale intoccabile, la vera padrona dell’ovile, a cui i pastori offrivano ciotole di latte. L’animale più stimato era invece il cavallo, che godeva della più alta considerazione e di un trattamento speciale rispetto alle altre bestie. Un antico detto popolare affermava che era preferibile che ti morisse la moglie piuttosto che il cavallo.
Sconsigliatissime erano poi le uscite notturne, che si rendevano però necessarie soprattutto per gli spostamenti del gregge: i crocicchi e gli incroci erano dimora di spiriti e anime, inoltre non era infrequente incontrare su carru de nannai, il carro dei morti, di cattivo auspicio per chi lo vedeva passare.  
Altra attività altrettanto pericolosa era la ricerca di tesori, che ha avuto una portata enorme nel secolo passato e si è resa responsabile della rovina di numerosi monumenti: pur riuscendo ad individuare il tesoro, si sarebbe dovuto affrontare il demone o la creatura posta a sua protezione, compito tutt’altro che facile!
Nonostante l’incredibile numero di varianti delle leggende, delle tradizioni e dei rimedi sopra riportati, esiste uno spesso filo conduttore che accomuna il patrimonio mitico isolano, che continua a tramandarsi di bocca in bocca e ora –fortunatamente- di libro in libro, salvaguardando la sua medesima sopravvivenza.

Valentina Lisci
valentina.lisci@email.it

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