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I nuragici scrittori? Nessuna prova

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tavolette di tziricotuPer gli archeologi Zucca, Stiglitz, Usai e Antona i segni non sono un mistero.

Oristano. «Sino a prova contraria i nuragici non scrivevano e non utilizzavano la scrittura per comunicare. Altro discorso è l'acquisizione di segni e alfabeti di provenienza esterna e pensare che qualcuno li conoscesse e li sapesse usare. Esempio lampante le ceramiche nuragiche dell'ottavo secolo trovate da Valentina Porcheddu in un antico "emporio" a Villanova Monteleone con incisi, prima della cottura, segni alfabetici fenici e greci». Raimondo Zucca, tra i più autorevoli archeologi della generazione che ha raccolto la pesante eredità di Giovanni Lilliu, osserva dall'esterno l'acceso dibattito sulla scrittura nuragica. A riattivare un confronto che si trascina da anni è stato il blog del giornalista Gianfranco Pintore, sempre attento a segnalare novità sui grandi temi del sardismo e dell'archeologia.

tavolette di tziricotuL'esistenza o meno di un alfabeto nuragico è uno di quelli che appassionano di più. Anche con toni, spesso, oltre le righe. Ma nel mondo dell'archeologia si muovono personaggi di ogni genere, dai compassati studiosi ai sanguigni aedi paladini di una civiltà mitica e autoctona. Ed ecco il dibattito sui ritrovamenti - veri o presunti, dipende da che parte li si vuol vedere - delle prime iscrizioni nuragiche: le tavolette bronzee di Tziricotu (Cabras), l’anello-sigillo di su Pallosu (San Vero Milis), i segni sulla pietra di una capanna a Pedru Pes (Paulilatino) e un'iscrizione su un blocco di un muretto nella campagna di Abbasanta (nuraghe Pitzinnu).
Il padre degli studi sulla civiltà nuragica, Giovanni Lilliu, ha sempre negato l'esistenza di un alfabeto originale perché non si è mai avuto un riscontro sul campo. Ma nessuno, a cominciare proprio dall'ultranovantenne Lilliu, esclude un ripensamento di fronte all'evidenza di una prova avvalorata dai crismi della scienza.

ZUCCA. «Tutto è possibile» sottolinea Momo Zucca: «Degli antichi abitanti della Sicilia, i Sicani e gli Elimi, si pensava che solo i primi conoscessero la scrittura: Poi 40 anni fa in un tempio di Segesta è stata trovata una grande quantità di vasi greci con iscrizioni elima che hanno fatto ricredere gli storici. Per quanto sappiamo oggi la cultura sarda è pro-fondamente orale: questo non e un mito perché nel mondo mediterraneo la scrittura viene elaborata dalle civiltà urbane, mentre la Sardegna esprime una civiltà contadina. Sino a oggi conosciamo villaggi nuragici, ma non città che nascono solo con l'arrivo dei fenici. Da quel momento (settimo-sesto secolo) convivono comunità distinte, ma ciò non esclude che gli autoctoni potessero aver acquisito o utilizzato alfabeti fenici».

STIGLITZ. Le scoperte da più parti annunciante sulle presunte iscrizioni nuragiche trovano puntuale smentita dagli esperti dell'Università e della Soprintendenza. Le misteriose tavolette di Tziricotu? L'archeologo Alfonso Stiglitz risponde con l'immagine di un reperto bizantino, un ornamento bronzeo di un fodero o di un altro oggetto: «La tavoletta è uguale. Le presunte iscrizioni nuragiche sono sono semplici decorazioni usate sino al medioevo. Di per se la tavoletta trovata a Cabras è molto importante perché è il primo esempio del genere rinvenuto in Sardegna. Ma poiché non è nuragico sembra disinteressare tutti. Il vero problema è questo: cerchiamo di valorizzare una civiltà che ci ha lasciato poco mentre trascuriamo altre di cui abbiamo abbondanti testimonianze». Stiglitz ribadisce un concetto ormai consolidato: «Un popolo che non ha la scrittura non viene più considerato barbarico, ma può essere comunque portatore di una grande civiltà. La scrittura nasce in contesti urbanizzati e con un potere centralizzato. Viene utilizzata per scopi amministrativi, burocratici e commerciali, serve per fare inventari. Ma in Sardegna mancano proprio quelle strutture sociali che in Oriente e in alcuni ambiti occidentali (etruschi, iberici, libici e italici) hanno dato via alle varie forme di alfabeti».

DECORAZIONI. Nella maggior parte dei casi, quando si parla di presunte iscrizioni nuragiche, gli archeologi "ufficiali" chiamati a dare una valutazione scientifica arrivano ad altre conclusioni: «Si tratta di incisioni successive scolpite sul reperto originale oppure di semplici decorazioni scambiate per segni di lontane lingue orientali». Quelle che avrebbero influenzato la cultura dei mitici popoli del mare, gli Shardana, considerati da alcuni «padri dei nuragici». «Ma dov'è questa gente d'Oriente?» si domanda Alfonso Stiglitz: «Possibile che non abbiamo trovato alcuna traccia? Né tombe, né ceramiche, né armi. Eppure erano uomini che mangiavano e lavoravano come tutti. Mi stupisce che abbiano lasciato solo misteriose iscrizioni e neppure un segno del loro passaggio».

LA PRISGIONA. Ad Arzachena, nella rinomata terra del vino Capichera, il villaggio nuragico detto La Prisgiona ha restituito numerose capanne e una quantità di ceramiche. Un bel vaso sicuramente nuragico -datato tra il 12mo e il decimo secolo- mostra delle incisioni che hanno fatto pensare alla scrittura. «L'ennesimo falso allarme» spiega l'archeologa Angela Antona che ha diretto lo scavo: «L'hanno visto diversi esperti e tutti hanno parlato di semplici motivi decorativi. Nessun dubbio». Momo Zucca ricorda ancora un esempio: a Huelva, in Andalusia, è venuto alla luce un blocco di 31 frammenti di ceramica nuragica insieme a vasi attici del periodo medio-geometrico (800-750 a. C). Tra questi reperti anche un'anfora vinaria sicuramente prodotta in Sardegna con due segni di alfabeto. «Cosa significa?», si domanda l'archeologo oristanese: «È probabile che non sapessero scrivere, ma che utilizzassero segni di altri alfabeti per diversi scopi che non sono però quelli della scrittura così come la intendiamo noi». Una tesi che partendo da Lilliu e dai padri dell'archeologia nuragica (con qualche eccezione) si è consolidata nel tempo sulla scia di nuovi studi. E che i continui annunci di «clamorose scoperte» di un alfabeto tutto nuragico non scalfiscono di un pelo.

USAI. «Che gli antichi sardi parlassero una lingua comune, da nord a sud dell'isola, è ormai una certezza grazie agli studi filologici sui toponimi e sui "relitti" linguistici. Ma sull'esistenza di un alfabeto e sull'uso della scrittura non abbiamo alcun documento scientifico» ribadisce l'archeologo della Soprintendenza Alessandro Usai, responsabile per il territorio di Oristano da dove sono partite le più recenti segnalazioni (tavolette e iscrizioni). «Abbiamo riscontro di segni singoli sui lingotti di rame "oxhide" (cioè disegnati come pelli di bue), trovati in abbondanza nel bacino mediterraneo. Attribuiti da diversi studiosi alla civiltà nuragica risultano invece di provenienza cipriota alle luce delle analisi isotopiche. Altri singoli segni su ceramiche sono segnalati in uno scavo a Villanova Monteleone e a Monte Prama, nella zona dei famosi guerrieri di pietra. I segni però si notano non sulle statue, ma su modelli di nuraghi, fatti con elementi componibili: quindi si può ipotizzare che si tratti di indicazioni per far combacciare [sic!] i singoli pezzi. Non si può escludere, proprio perché non ne abbiamo mai trovato traccia, che esempi di scrittura si possano trovare su materiale deperibile, come argilla cruda, legno, pelli o tessuti. Ma oggi dobbiamo attenerci alle attuali conoscenze».

TZIRICOTU. Usai ha esaminato, per dovere d'ufficio, i casi di cui si discute vivacemente sul blog del giornalista Pintore, beccandosi anche ironici commenti. Ma una cosa è la discussione tra appassionati con incursioni di nomi di fama come il docente Giovanni Ugas che continua le sue ricerche sui popoli Shardana. Altro sono le pubblicazioni scientifiche che devono passare al vaglio degli esperti di università e Soprintendenze. Le tavolette di Tziricotu? «Non c'è dubbio, un reperto tardobizantino o medievale, forse persino della civiltà longobarda che in Sardegna ha lasciato molte tracce, non abbastanza pubblicizzate», risponde Usai. Spiega che molti siti nuragici sono coperti da stratificazioni di epoche successive: così reperti romani e medievali si possono mischiare a pezzi più antichi, confondendo -spesso in buona fede - i ricercatori meno avveduti. «Di molti reperti -conclude Usai- si parla, ma poi vengono tenuti nascosti per diversi motivi. In realtà chi cerca le prove dell'esistenza della scrittura nuragica guarda sempre in questa direzione e interpreta ogni segno a conforto della sua tesi. Ma i sardi nuragici erano un popolo contadino e non avevano bisogno di una scrittura per le necessità della loro vita».

da L’Unione Sarda 12 luglio 2008 (Carlo Figari)

Approfondimenti: Le tavolette nuragiche di Tziricotu

Lo sostiene una studiosa spagnola in un libro appena uscito. Passò la gioventù tra Castelsardo, Oristano e Tortolì. Non era catalano, portoghese o galiziano. E nemmeno genovese.



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Tags:     archeologia      civiltà nuragica