Le leggende di Rocca Chienale (Ghilarza)

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… L’ameno villaggio di Ghilarza, situato quasi al confine tra il Logudoro ed il Campidano, ha pure, come molti altri paesi di Sardegna, le sue splendide leggende.
Recandovi a Ghilarza udirete certamente parlare delle signore di Donnigazza, paese ora distrutto.

Queste signore dovevano al loro tempo esercitare grande autorità nei dintorni di Chenale e, a quel che si novella, il rettore parrocchiale di Ghilarza non dava mai principio alla solenne messa domenicale, se prima non erano arrivate alla chiesa quelle rispettabili signore.
Di una donna superba e vanitosa si suole dire ancora a Ghilarza:– mi paret sa sennora de Donnigazza!

Ma la vostra attenzione sarà maggiormente attratta dai ruderi imponenti di un castello medioevale che sorgeva a tramontana del villaggio, in posizione molto strategica, a cavaliere di una fertilissima vallata. Il castello fu, secondo la tradizione, eretto da un certo Altamura, pisano. Altamura aveva in animo di erigere una torre tanto alta da poter vedere, a suo bell’agio, un altro grande castello sito nella pianura di Tharros presso Oristano. Ma o perchè venuto a morte, o, secondo altri, perchè fu imprigionato, non potè terminare l’opera, e il castello di Tharros, quindi, non può vedersi da Ghilarza.

Presso la Rocca Chenale esiste un pozzo ben concervato e famoso per la sua limpida e fresca acqua. I Ghilarzesi chiamanlo Puttu de Preide (pozzo del prete), ma nessuno di essi, che pure son tanto coraggiosi, oserebbe di notte avvicinarvisi per attingere acqua. Guai al malaugurato che rischiasse di accostarsi all’orifizio del pozzo; udrebbe venir dal fondo dei lamenti tali da fargli rizzare i capelli in capo!
Una volta una donna si recò notte tempo ad attingere l’acqua a puttu de preide, ma vide tosto un prete vestito dei paramenti sacri e tenente in mano due candele accese, uscir dal pozzo ed avviarsi silenzioso verso la rocca, non senza però aver rivolto uno sguardo d’ira e di dispetto contro la disgraziata.
L’infelice donna ebbe appena le forze di recarsi a casa e mettersi aletto, e fu colta da una tal fortissima febbre, che mandola all’altro mondo in men di ventiquattr’ore.

Aprile 1894
G. Calvia-Secchi

In realtà la rocca dovrebbe essere la torre aragonese chiamata Donjon, una struttura fortificata della prima metà del XV secolo. Probabilmente fu costruita in opposizione alla vicina bastìa di Macomer. La torre è uno dei pochi esempi di architettura militare gotico-aragonese, che secondo un disegno originario doveva essere la torre maestra di un più vasto complesso di difesa. Avrebbe dovuto comprendere altre torri e, forse, una cinta muraria. La difesa poteva essere completata da un ponte levatoio infatti, sotto l’alto portale di ingresso al piano superiore si notano due mensole-cardine, che dovevano probabilmente azionare gli argani per un piccolo ponte o per una scala retrattile.

Facendo qualche ricerca abbiamo trovato un articolo de “Il Messaggero Sardo” intitolato

Prezioso metallo nel pozzo del prete

Presso il torrione di Ghilarza, nello spiazzo antistante la chiesetta di San Palmerio, esisteva (ora ci sono rare tracce) un pozzo chiamato “puzz’è predi”. Chiaramente il nome significa “pozzo del prete”.
Secondo la tradizione ancora viva, i monaci benedettini che avevano molti conventi nell’isola, avevano li una miniera: vi estraevano l’argento vivo, cioè il mercurio.
Nelle sue “Pergamente” il Martini scriveva infatti: “Aragonesi entrati in Oristano forse come spie, dicevano di essere inglesi entrati per visitare le miniere dentro il Regno d’Arborea, e cercar erbe, e specialmente per le miniere di mercurio, ossia argento vivo, che era dentro Oristano molto copioso”.

Quel pozzo di miniera era assai vasto e profondo ed ha rappresentato sempre un mistero per i ghilarzesi. La leggenda parla di una lunga galleria che congiungeva il torrione con il nuraghe Losa: un camminamento sotterraneo consentiva alle truppe di Arborea di spostarsi inosservate eludendo eventuali assedi da parte di nemici. Molto probabilmente invece i frati benedettini, che custodivano gelosamente le loro iniziative, alimentavano la leggenda perchè non si sapesse della loro lucrosa attività estrattiva.
Il “pozzo del prete” è rimasto sempre un punto dell’affascinante mistero: nè ai giorni nostri nessuno dei molti club speleologici, ha tentato un’esplorazione. Sarebbe interessante scoprire il mistero di questo pozzo che deve essere stato determinato, probabilmente, dal corso di un grande fiume sotterraneo ora notevolmente ridotto come portata, dalla creazione della diga del Tirso. Questo invaso, infatti, ha sconvolto un pò l’andamento idrico delle falde sotterranee e il “puzz’è predi” è ridotto ormai ad un insieme di caverne di poco conto. Un’indagine però potrebbe permettere di stabilire la presenza di giagimenti minerari: e perchè no? del mercurio.

Alberto della Marmora nel suo “Viaggio in Sardegna” ricorda che l’esistenza del mercurio in uno strato di argilla nel sottosuolo di Oristano e stata accertata nei registri del Comune del luogo. Questo mercurio fu trovato nel 1700 quando posero le fondamenta della chiesa del Convento del Carmine: era liquido e parecchie persone ne raccolsero. La chiesa ed il convento del Carmine di Oristano sono vicine alla caserma dei carabinieri: la leggenda infatti dice che da Ghilarza si raggiungeva Oristano con un cammino sotterraneo, cammino che poi toccava anche il Castello di Monreale. La galleria che collegava Oristano con Ghilarza partirebbe, appunto, da “puzz’è predi”.

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