Le leggende del Castello di Burgos

Tempo di lettura: 22 minuti

ma in questa sede non si parlerà dei fatti e degli avvenimenti che hanno trovato, grazie ai numerosi studi recenti, riscontri nella documentazione esistente, vi parlerò, infatti, dei racconti e delle leggende che aleggiano intorno alla vita di questo importante baluardo difensivo, posto tra il regno del Logudoro e quello di Arborea.
Il castello venne realizzato dal nuovo sovrano Gonnario II, tra il 1130 e il 1131, anche grazie all’aiuto del suocero, Ugo di Pagano Ebriaci, e dei cognati che l’avevano scortato al suo rientro nell’Isola (1). Gonnario II, infatti, aveva deciso di lasciare la sua residenza fortificata di Ardara, capoluogo del Regno, per trasferirsi nella solida fortezza che egli aveva progettato e fatto realizzare perché non si sentiva più al sicuro dai propri nemici, soprattutto dalla potente famiglia degli Athen che lo riteneva un usurpatore e che era già in forte contrasto con il sovrano defunto.
L’imponente struttura fortificata si erge sulla sommità di un colle roccioso particolarmente aspro situato alla base del versante sud-occidentale del monte Rasu (2).
L’importanza strategica di questo territorio era dovuta al fatto che, essendo la curadoria posta al centro dell’isola, diveniva, quasi naturalmente, un punto di passaggio inevitabile per coloro che dovevano recarsi nel Regno; un vero e proprio castello di frontiera a difesa del Regno di Torres dagli attacchi provenienti dai Regni di Arborèa, di Càlari e di Gallura..
Nell’Alta valle del Tirso, come in molti altri luoghi dell’isola, si era sviluppata una discreta attività agricola e pastorale, notevole doveva essere anche l’afflusso di mercanti che si recavano nel Regno; queste le motivazioni che porteranno da qui in avanti ad una serie di lunghi e duri scontri tra i vari potentati che si contendevano questo importante fortezza.
Importanti e spesso drammatiche furono le vicende che si susseguirono tra i diversi potentati presenti nell’isola per il possesso di questa importante fortezza, tra il 1131 ed il 1144, Gonnario si vide costretto a respingere con le armi l’assalto di Comita III d’Arborea; nel 1195 un’altra vicenda molto drammatica, che quasi rasenta la leggenda, fu l’attacco di un imprecisato numero di armati pisani che, sotto il comando del Marchese Guglielmo I di Massa, invasero il territorio, attaccarono e occuparono il castello di Goceano e rapirono Prunisinda, moglie del re Costantino II; la poverina inizialmente fu tenuta prigioniera nel castello, dove avrebbe subito violenza dallo stesso marchese, poi, fu condotta a S.Igia dove morì poco prima di essere liberata.
Per trovare altre vicende di una certa importanza, che videro protagonista l’importante baluardo difensivo dobbiamo arrivare al 1259, anno in cui, Adelasia de Lacon-Gunale, ultima regina reggente del Regno di Torres, ritiratasi nel castello in volontario esilio, dopo esser stata abbandonata dal secondo marito Enzo Hohenstaufen di Svevia, figlio legittimato dell’imperatore Federico II, sentendo avvicinarsi la morte, e non avendo eredi diretti, decise di donare il suo Regno alla Chiesa; la carica di “giudice” non fu ricoperta più da nessuno (3).
Nel 1339 Mariano IV venne nominato conte del Goceano, egli, inoltre ripopolò, le appendici del castello fondando la villa di Burgos con 25 famiglie provenienti da Villanova Monteleone (4).
Il piccolo villaggio si sviluppò in poco tempo e poté confrontarsi, sia dal punto di vista demografico, sia dal punto di vista economico, con le ville preesistenti nel territorio circostante.
Gli abitanti di Burgos, dopo breve tempo, si resero conto che le razzie e i soprusi in quel territorio, contrariamente a quanto avevano sperato, non cessarono con il suo inurbamento.
Gli scontri che si svilupparono tra l’arborea e i Catalano-Aragonesi non mancarono di coinvolgere oltre


1 CASULA F.C., La storia di Sardegna, vol. 2, L’evo Medio, lemma 256, p. 238; BROOK L.L. – CASULA F.C. (a cura di), Casate indigene dei giudici di Torres, in «Le Genealogie», tav. 6, p. 198; in BOSCOLO A. – SANNA A. (a cura di), Libellus Iudicum Turritanorum, Cagliari 1957, p. 8 e pp. 14-15.
2 FOIS F., Il castello di Burgos roccaforte del Goceano. Contributo alla storia della architettura militare medioevale in Sardegna, in «Anuario de estudios medievales», vol. 7, Barcelona 1970, pp. 709-724.
3 TOLA P., Codex Diplomaticus Sardiniae, tomo I, Aggiornamento e note storico-diplomatiche, Boscolo A – Casula F.C. (a cura di), doc. LXXIX, p. 359, nel documento sono indicati i titoli nobiliari di re Enzo, cito: «Enrico (Enzo) re di Torres e di Gallura, figlio, e legato generale in Italia dell’Imperatore Federico II, riceve sotto la sua reale protezione, e quella dell’Impero, lo spetale dei poveri di S. Maria di Siena»; BOSCOLO A., La figura di Re Enzo, Sassari 1950; BOSCOLO A – SANNA A. (a cura di), Libellus Iudicum Turritanorum, Cagliari 1957; ARTIZZU F., La Sardegna pisana e genovese, in «Storia della Sardegna antica e moderna», n. 5, Sassari 1985; OLIVA A.M., Il Goceano punto nevralgico della storia sarda, in «Medioevo. Saggi e Rassegne», vol. 12, Pisa 1987, pp. 129-152; CIOPPI A. Enzo, re di Sardegna. Dal Giudicato di Torres alla prigione di Bologna, Sassari 1995; VACCA D., Il castello di Gocèano o di Burgos, in «Castelli in Sardegna», Sara Chirra (a cura di), Arxiu de tradicions, Oristano 2002, pp.39-48, tratto da VACCA D., Il castello di Burgos o del Goceano: avvenimenti storico-politici ed economici di un importante punto strategico tra il Logudoro e l’Arborèa, Tesi di Laurea, Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, a.a. 1999-2000, relatore prof. Barbara Fois, pp. 81-88. Per le ultime vicende sulla vita di Adelasia si veda anche VACCA D., Adelasia de Lacon-Gunale-Massa. Le alterne vicende di una tra le più importanti figure femminili della storia di Sardegna, in «Donne e potere nella Sardegna Medioevale», Arxiu de tradicions, Cagliari 2002, pp. 21-26.
4 FOIS F., Il castello di Burgos roccaforte del Goceano…. cit., pp. 709-724; Tilocca P.P., Bortiocoro, Burgos, Esporlatu: paesi di Sardegna, Sassari 1988, pp. 40-41; SORGIA G., Il Goceano tra medioevo ed età moderna, in «Quaderni Bolotanesi», vol. 11, Nuoro 1985, pp. 43-51.


che il piccolo villaggio, anche il suo castello, quando Bartolo Manno, fautore del legittimo Giudice Gulielmo III di Narbona-Bas, nel 1422 riuscì ad occupare la fortezza, che divenne covo di un gruppo di banditi da lui comandato, Manno che seminava il terrore nei territori del Goceano; da questa base egli, infatti, partiva con la sua masnada per compiere tutta una serie di atti di brutale ferocia contro gli abitanti del piccolo paese (5). Leonardo Cubello mise il castello sotto assedio e lo spietato comandante, dopo breve tempo, venne assassinato dai suoi stessi uomini (6). Si può affermare con certezza che il castello del Gocèano rimase attivo per lo meno fino al 1528 è rappresento senza alcun dubbio un importante punto di riferimento per le popolazioni delle ville circostanti e della vallata da esso protetta e l’interesse mostrato nei suoi confronti dalle più potenti e influenti famiglie presenti nell’isola, non possono che farci ritenere questa roccaforte tra le più importanti fra tutte quelle costruite nel Medioevo, non solo nel Regno di Torres, ma in tutta la Sardegna (7).

Queste fin qui descritte sono solo alcune delle più importanti vicende storiche che videro come protagonista questo importante castello, ma come ogni castello che si rispetti, sono numerose anche i racconti e le leggende che ruotano attorno ad esso.

Vi citerò ora alcuni brani di famosi romanzi:

[…]Raccontate dunque, zia Varvara. Quando il taglialegna vide la dama cosa fece?»
Zia Varvara raccontava. Confondeva le leggende del castello di Burgos con le leggende del castello di Galtellì, mischiava ricordi storici, diventati ormai tradizioni popolari, con avvenimenti accaduti durante la sua lontana infanzia[…]
(8).

oppure:

[…]Ufh! – rispondeva Maura. – io non ci credo! Son tutte bugie come i racconti che raccontate. Bugie! Bugie!… – E benchè Francesco mettesse la mano sul fuoco giurando e spergiurando, essa non ci credeva, – credeva invece alle geniali e forti leggende che narrava Daniele, il servo del Goceano, sul castello di Burgos, e i suoi occhi scintillavano di nuovo, ma il sorriso non sfiorava più il suo viso[…] (9).

Il castello di Burgos, come ogni fortezza che si rispetti, da sempre è stato al centro di numerose e affascinanti leggende, abbiamo avuto la conferma della loro esistenza, persino dai brani tratti da alcuni romanzi della stessa Grazia Deledda: Cenere e Fior di Sardegna.
In verità, però, l’autrice non ci narra alcuna delle leggende a cui fa riferimento nei due romanzi.
Un classico delle leggende che riguardano i castelli in Sardegna è indubbiamente quella de: “Sas muscas magheddas”, che ritroviamo anche in questo caso. In questa leggenda si narra che nei più riposti sotterranei del castello si trovava una stanza e all’interno della stessa due botti, una piena d’oro e di gemme, l’altra, colma di uno tipo di mosche particolarmente velenose.

In molti si recavano in quel luogo con la speranza di impossessarsi del tesoro, ma tutti ne uscivano sempre nella medesima condizione, cioè poveri, in quanto non sapevano quale botte aprire; non era possibile rischiare, in quanto se si fosse aperta la botte sbagliata si sarebbe andati incontro a morte certa e istantanea, ma non solo, le mosche velenose, uscendo dal castello e invadendo le campagne, avrebbero distrutto tutte le coltivazioni circostanti.
Questa favola è una delle tante che circolarono nelle varie epoche sul castello del Goceano e in generale, in tutti i castelli presenti nella nostra isola, da ciò si evince facilmente che la fortezza durante il trascorrere del tempo è stata oggetto delle attenzioni, non proprio amorevoli, di spregiudicati personaggi che, alla ricerca di questi fantasiosi tesori, hanno giorno dopo giorno spogliato e distrutto molti oggetti e particolari costruttivi presenti, tra i quali la stessa torre10.
Un’altra leggenda, questa, tra le più curiose in cui si possa avere la fortuna di imbattersi, abbiamo avuto la fortuna di scovarla in una pubblicazione del giornalista e studioso Tonino Oppes:
Questa antica leggenda, quasi a voler testimoniare che l’allevamento costituisce l’attività economica più praticata dagli abitanti del Goceano, narra che, durante un assedio alla fortezza di Burgos, i castellani ormai prossimi alla resa, avendo pressoché esaurito ogni scorta di munizioni, dietro consiglio dell’anziano custode della cantina, presero una decisione quanto mai bizzarra, cioè quella di difendersi attaccando con il formaggio.


5 CASULA F.C., Dizionario Storico Sardo – DI.STO.SA., Sassari 2001, p. 914, cosi si legge nel lemma dedicato a questo personaggio: “Manno, Bartolo o Barzolo – è dato come valente condottiero di bande armate nel XV secolo, in periodo catalano-aragonese del Regno di Sardegna, trucidato nel 1442 nel castello del Gocèano”.
6 CARTA RASPI R., Castelli medioevali di Sardegna, Cagliari 1933. p. 81; TILOCCA P.P. Bortiocoro, Burgos… cit., p. 45; Floris F., Feudi e Feudatari in Sardegna, Cagliari 1996, p. 229; ed infine ANGIUS. V., in G. Casalis, Dizionario, geografico, storico, statistico e commerciale degli Stati di S.M. il re di Sardegna, Torino, 1833-1856, vol. II, p 107.
7 VACCA D., Il castello di Burgos o del Goceano…cit., pp. 140-146.
8 Tratto da GRAZIA DELEDDA, Cenere, Cap. V, parte seconda.
9 Tratto da Grazia Deledda, Fior di Sardegna, cap. 7.
10 si veda T. BAZZI, In Barbagia, Treviglio, “Tipografia Messaggi”, 1889, p. 103. «Il castello del Goceano o di Burgos come è chiamato volgarmente il villaggio feodale che gli sta alle spalle, impende al paese di Bottida dall’alto di un monte che ha la forma di un enorme pan di zucchero. A vederlo come librato fra cielo e terra, solitario e fiero in tanto fastigio, non può a meno di sorgere nella mente, quel tipo misterioso di rocche edi castelli inaccessibili, inespugnabili, famosi pel nome di un signore selvaggio e prepotente, e per istorie tragiche di assedii, di leghe occulte per consigli atroci, di vessazioni, di rapine, di eccidii, di torture e di trabocchetti».


A quanto pare non fu una cosa semplice convincere il resto degli occupanti il castello, ma la mancanza di alternative valide fece in modo che la proposta venisse accettata. Quando gli assalitori sferrarono l’ennesimo attacco, convinti di essere ormai vicini alla vittoria finale, si videro piovere addosso, lanciati come veri e propri macigni, un numero impressionante di forme di pecorino.
Il gesto fu talmente eclatante che causò lo scompiglio e il disorientamento tra le forze avversarie e alla fine dello scontro il castello poté dirsi salvo (11).
Da tutto ciò si può facilmente dedurre che la vicenda, sia essa vera o inventata, evidenzia, come detto, l’esistenza nell’ampia vallata del Goceano, di un gran numero di greggi, che, secondo quanto narrato, avrebbero consentito l’accumulo di un impressionante quantità di forme di pecorino, da sempre il principale prodotto dell’economia di questa estesa regione: questa produzione di formaggi poteva all’occorrenza, secondo quanto narrato, diventare utile come una vera e propria arma di difesa.
Il trascorrere del tempo e della storia, se in qualche modo può aver ridimensionato la realtà stessa del racconto, non ha determinato alcuna modificazione nelle principali attività economiche della zona, infatti ancora oggi, il comparto zootecnico ricopre il ruolo principale dell’economia del Goceano.
Ma la storia più affascinante sul castello del Goceano è certamente quella narrata ben 125 anni or sono, da Salvatore Cocco Solinas, che forse i più anziani e gli amatori e gli studiosi conosceranno; io vi narrerò, come si dice, per sommi capi, il suo contenuto, nel tentativo di raggiungere le vette di mistero e di fascino che si provano leggendo la storia integralmente, perciò vi riporterò la storia di Don Blas d’Aragona e il mistero del Castello de Goceano (12):
«…Io conduco senz’altro i lettori cortesi a Bonorva, uno dei villaggi della nostra Sardegna carezzati del fischio della vaporiera, e dico loro: siamo di sabato, un sabato di maggio splendidissimo, e le campane secolari di Trèquiddo conservate nella torre parrocchiale suonano a vespero melanconicamente…» (13).
I due giovani parroci attendevano con ansia il rientro degli uomini dalle campagne, mentre le donne del paese, tutte agghindate, si recavano in chiesa, da dove echeggiavano, nel silenzio della sera, i primi canti.
Non si erano diretti stranamente a «…prender parte in choro alla compieta…», ma ad aspettare con ansia il rientro di Antonio (14).
Sulle colline rocciose di Muzzòlu transitavano ogni giorno i contadini di Bonorva, per andare nei campi, la mattina; e di rientro, al sopraggiungere della sera.
Una strada larga, irta e tortuosa, di pietra vulcanica, malagevole per chi è stanco dal lavoro di tutta una giornata; alla fine della salita si trovava una croce, dove spesso giungevano le donne e i bimbi ad attendere i loro cari.
Lì si trovavano quel giorno i due curati:
«…dal volto dei quali non è per anco dileguata la freschezza dell’età, e che alle movenze aitanti della persona mostrano di avere non più di trentacinque anni. Sulle loro guancie non ancora sbattute dalla austerità del sacerdozio, aleggiano le baldanze dei giovanili ardimenti, e le loro pupille acutissime or si volgono ansiose alle lontane vette del Gocèano, or si abbassano giù pei declivi del colle, dove i contadini vengono su lentamente tra le sinuosità della salita…» (15).
Erano entrambi sia Virgilio, il più maturo, sia Deriu, così era il cognome del secondo, come chi abbia nel cuore e nell’animo, la consapevolezza di compiere ad ogni costo una pericolosa e difficile impresa.
Dopo essersi scambiati alcuni dubbi e alcune perplessità circa la loro impresa, che erano effettivamente decisi a compiere, il maggiore dei due, Virgilio appunto, commentò:
«…E se si trattasse di una storiella qualunque, basata su qualche vecchia leggenda della montagna, tratta fuor per adombrar l’enigma e coonestar la necessaria menzogna?…» (16).
L’altro gli rispose che, era proprio per fugare ogni dubbio su questa eventualità, quantunque possibile, che essi avrebbero dovuto costringere Antonio a raccontare come andarono veramente i fatti e poi recarsi di persona a constatare con i propri occhi.
[…]È certo, a mio credere, ch’egli ebbe a trovarsi in presenza di qualche ripostiglio di monete molto antico. In un castello di molta importanza nel passato, ciò non è impossibile. Si tratta del castello di Burgos, si tratta. Con tutte le vicende che quella rocca ha subito, con tutte le infamie che su quella regione si addensarono, può stupire una simile presunzione?[…] (17).
Alle perplessità mosse da Virgilio quando gli chiese:
[…]chi era cotesto tuo Don Blas d’Aragona?[…] (18).
Deriu, non sapendo cosa dire a tal proposito, apparve un po’ titubante, dubbioso, poi alla fine, iniziò a raccontare al suo amico ciò che sapeva su quel misterioso personaggio: […]Sfogliai le vecchie storie, esaminai le famose Pergamene, scrutai ne le vicende delle famiglie che tennero in feudo la contea del Gocèano ed il castello, ma nulla appresi intorno a questo Don Blas.


11 Si veda l’opera di T. OPPES, Il Goceano, Cagliari 1990, p. 116.
12 COCCO SOLINAS S., Don Blas d’Aragona, Sassari, Tipografia Emporio Commerciale Sardo, 1887, prefazione di Salvatore Cocco Solinas, Sassari, 15 ottobre 1885, dedicata all’amico Pietro Stangoni.
13 COCCO SOLINAS S., Don Blas d’Aragona…cit. , p. 13.
14 Ibid., p. 13.
15 COCCO SOLINAS S., Don Blas d’Aragona…cit. , p. 16.
16 Ibid., p. 17.
17 Ibid., pp. 17-18.
18 Ibid., p. 18.


Il castello di Burgos fu teatro di fatti gravi e clamorosi fin dalla sua fondazione avvenuta nel 1191. Andato in fatti a nozze Costantino II di Torres con una dama di Catalogna per nome Punclosia, questa vi si stabiliva con la sua corte. Or, mentre si combatteva aspra una battaglia sulle non lontane sponde del Tirso contro i pisani, Guglielmo di Massa che li capitanava, assalito il castello, ne rapiva la bella Punclosia. In seguito, essendo il giudicato di Logudoro venuto in potere di Enzo di Lamagna, e la corte di Ardara salita in fama per clamorose avventure, la infelice Adelasia vi fu rinchiusa e lasciata morire. Caduto poi il Logudoro in mano delli Aragonesi, il castello fu posseduto alternativamente e dai Giudici d’Arborèa e dai primi; e fu in esso che , dopo la sconfitta di Aidu-de-turdu, fu ricoverata la salma di Guglielmo di Cervellon. Il castello quindi passò in potere dei marchesi di Oristano, alla caduta dei quali fu incorporato alla corona di Spagna e lasciato in abbandono[…] (19).
Queste erano le notizie principali che egli aveva, altre, che la storia riportava, le tralasciò, perché di minore importanza., ma niente sapeva su questo fantomatico don Blas d’Aragona.
E Virgilio allora gli chiese cosa ne pensasse la gente, il popolo, il più giovane dei due, che evidentemente era il più informato sulla vicenda, proseguì:
«…La leggenda ne parla come d’un essere straordinario, come d’un uomo invasato che di tempo in tempo attraversi qual fantasma le montagne del Gocèano su d’un cavallo bianco coi finimenti d’argento, vestito alla spagnuola ed armato fino ai denti, col dorso serrato da una maglia rilucente come i terribili cavalieri medievali, li speroni d’oro ai tacchi, un viso truce, uno stocco in pugno, dileguandosi via correndo per la selva…» (20).
E l’altro gli chiese come mai nessuno l’avesse mai seguito e non avesse mai tentato di sorprenderlo, l’amico rispose che i pastori della montagna ne pronunciavano a malapena il nome quando si trovavano a passare alle pendici del castello.
Alla richiesta di quale ne fosse il motivo, questi continuò dicendo:
«…Perché si dice che Don Blas se ne stia ora colà inchiodato ad un aureo seggiolone, alla custodia dei suoi immensi tesori…» (21).
Alla fine, per tali motivi, entrambi convennero sul fatto che sarebbero stati davvero pochi coloro che avrebbero avuto il coraggio e l’ardire di salire lungo il sentiero che conduceva all’antico castello.
Alla fine chiusero il discorso perché quei contadini apparsi lontanissimi, in precedenza, ora si dirigevano a gruppetti verso Bonorva e persino Antonio, che i sacerdoti attendevano con impazienza, aveva ormai quasi concluso la salita:
«…Antonio era un uomo sui trent’anni, alto e ben tarchiato, con un volto simpatico, folto d’una barba nera inanellata. Il naso avea aquilino e lo sguardo soave e fiero di sotto a due sopracciglie unite. Indossava il costume bonorvese antico: un dorsetto di panno nero a fiorami di velluto color di mare, con bottoni di argento sui polsi e sul torace, dalla parte del cuore; calzoni neri sormontati alla cintola da una specie di bracche a pieghe minutissime, un capottino abbandonato su d’una spalla, ed un berretto di panno nero, il berretto tradizionale…» (22).
Quando s’avvicinò i due sacerdoti, che nel frattempo si erano seduti, si misero in piedi; quando Antonio si avvicinò, chiese loro cosa ci facessero in quel luogo, e i due all’unisono rispesero che attendevano lui.
Si diressero tutti e tre nell’abitazione di Deriu, che si trovava dalla parte opposta del paese; sebbene la distanza, dopo un po’ si trovarono riuniti nello studio e la domestica stava già servendo loro del vino, che, prima di congedarsi, appoggiò, sulla scrivania dell’ufficio insieme ad una lampada di metallo, ovviamente dopo aver adagiato sulla stessa alcuni bicchieri.
Il padrone di casa, dopo aver invitato gli ospiti a mettersi comodi ed aver offerto loro un bicchiere di vino, si rivolse ad Antonio dicendogli che entrambi si aspettavano da lui una spiegazione, ed inoltre, lo ammonì dicendogli che con loro non sarebbe servito fare scena muta, e con quell’aria severa, aprì un cassetto della scrivania e da un piccolo portagioie, trasse una moneta d’oro e gliela diede, dicendogli di riprendersela che era sua, per questo gliela ridava.
Il contadino fu colto da un brivido e chiese immediatamente da chi l’avesse avuta:
«…Ciò non dovrebbe calerti più che tanto, rispose Deriu; ti basti solo che essa è una di quelle che tu hai avuto la fortuna di portar via dal castello di Burgos…» (23).
Visto che Antonio faceva spallucce, chiedendo chi avesse nominato il castello di Burgos, il prelato gli disse che sapeva benissimo di ciò che gli stava parlando e che sapeva benissimo che aveva portato via dal castello una bella somma e come mai non volesse tornare lì con loro per cercare i resti di quel tesoro.


19 Come abbiamo già detto nella parte introduttiva sulla storia del castello e nelle note relative, la fondazione del castello avvenne intorno al 1131. La moglie del re di Torres Constantino II, era chiamata Prunisinda, colei che fu mandata prigioniera a Cagliari, dopo esser stata violentata, dal focoso e irrascibile re di Càlari, il filo-pisano Guglielmo di Massa. Inoltre, Enzo, altri non è che quell’Enzo di Hohenstaufen, secondo marito di Adelasia di Torres, che si ritirò, pare , per sua decisione, in esilio nel castello del Gocèano; Ovviamente per Lamagna s’intende di Alemagna o di Germania, in quanto figlio legittimato di Federico II di Svevia, che è, per l’ appunto, una regione tedesca.
20 COCCO SOLINAS S., Don Blas d’Aragona…cit. , p. 20.
21 Ibid., p. 20.
22 COCCO SOLINAS S., Don Blas d’Aragona…cit. , p. 21.
23 Ibid., p. 23.


Al che Antonio, seppur balbettando disse loro che aveva promesso a Sant’Antonio. I due sacerdoti si guardarono perplessi e si chiesero cosa c’entrasse Sant’Antonio, questi replicò dicendo loro che Sant’Antonio c’entrava eccome, ma che lui non poteva dir loro alcunché.
I due sacerdoti allora lo minacciarono dicendogli che l’avrebbero saputo comunque e che se lui si fosse ancora rifiutato di dargli quelle informazioni, loro avrebbero avvisato le forze dell’ordine, visto che il governo aveva diritto ad una parte dei tesori rinvenuti.
Antonio trasecolò, al solo pensiero di avere a che fare con la giustizia, si costrinse, seppur malvolentieri, a cedere alle pressioni dei due sacerdoti e cominciò a narrare un’avventura straordinaria, che ebbe origine, secondo lui, per opera di Sant’Antonio per volere del quale si era venuto a trovare di fronte al terribile Don Blas d’Aragona, incubo delle montagne del Gocèano, il quale gli avrebbe messo a disposizione tutti i tesori che da tanto tempo custodiva, ma obbligandolo ad andare a prenderli da solo.
La storia apparve a Deriu talmente inverosimile, che appena il contadino ebbe finito il suo racconto gli disse che era stato tratto in inganno da qualcuno, solo per obbligarlo a mantenere il segreto. Ma ciò non aveva più alcuna importanza, la cosa importante era che lui li accompagnasse al castello.
Antonio disse loro che non li avrebbe accompagnati, in quanto aveva timore che Sant’Antonio avrebbe potuto punirlo; il parroco non gli fece neppure terminare la frase, ma, convinto che occorresse scuoterlo, instillando il dubbio sulle convinzioni del sempliciotto, gli prospetto l’eventualità che sarebbe potuto esser stato il diavolo sotto mentite spoglie e fargli fare quella promessa.
Antonio allora fece un salto, mettendosi in piedi, credulone quale era, oltre ad ammettere l’esistenza del Signore, ammetteva anche la l’esistenza delle forze infernali; il parroco compiaciuto di aver ottenuto il suo scopo, alla risposta affermativa di Antonio, rispose che lo scioglieva da qualunque dubbio o rimorso gli venisse dal suo giuramento, al che:
«…alzossi, prese due candele di cera e le accese, tolse il libro degli evangeli e lo collocò aperto tra di esse sulla scrivania… (24).
Dopo di che, in tono solenne, disse ad Antonio:
«…Giura che, per quanto era in te, tu ne hai raccontato ciò che veramente t’è sembrato d’esserti accaduto, senza menzogna alcuna ne reticenza…» (25).
Antonio, poggiando la mano destra sul volume che aveva davanti, giurò. Il parroco fece inginocchiare l’ingenuo contadino e, dopo una breve orazione, prese un aspersorio e, dopo aver pronunciato qualche frase in latino, lo benedisse.
Il furbo Parroco Deriu gli disse che spegnendo le due candele non avrebbe dovuto aver paura per la sua anima e lo rassicurò dicendogli:
«…Noi provvederemo a tutto, e quando sarà l’ora tu ci accompagnerai al castello di Burgos…» (26).
Antonio era atteso da un po’ nella sua casa, dalla moglie e i tre figlioletti, a cui uscendo aveva fatto promessa che sarebbe rincasato per la cena; non sarebbe andato a guardare il gregge, per cui in casa aleggiava un malumore generale.
Antonio intanto, lasciati i due sacerdoti, faceva rientro alla sua dimora, ma non era sereno, aveva tanti pensieri che lo preoccupavano; gli ritornava alla mente, in particolare, la strana vicenda che l’aveva portato al castello, ma anche alle parole del Deriu, nel tentativo di capire chi avesse potuto dargli quella moneta. Arrivò alla conclusione che doveva essere stata la moglie stessa.
Con questi pensieri giunse a casa, non saluto i bimbi e la moglie com’era solito fare, tanto che lei traendolo da una parte gli chiese cos’avesse. Antonio le spiegò subito ciò che l’angustiava e si lagnò del fatto che lei avesse svelato quel segreto allo zio; si perché il prete Deriu era proprio lo zio della moglie di Antonio. Lei allora si scusò dell’accaduto, ma avendo sentito che lo zio intendeva recarsi al castello, lei gli aveva fatto quella confidenza in perfetta buona fede.
La discussione tra i due coniugi si spostò sulle convinzioni e sulle credenze religiose del marito e sull’eventualità che avesse davvero stretto un patto con il diavolo. La moglie a quel punto, lo rassicurò dicendogli che se si fosse trattato realmente del diavolo, chi meglio dello zio avrebbe potuto esorcizzarlo costringerlo a lasciare tutti i tesori.
Antonio rimase interdetto, capì l’importanza del progetto dello zio acquisito e sacerdote Deriu; i suoi timori vennero immediatamente fugati, le sue paure si dissolsero e così poté cenare con appetito, se ne andò a dormire convinto che sarebbe entrato in possesso dei tesori di Don Blas, i quali gli parvero più luccicanti che mai.
L’autore proseguì il suo affascinante racconto:
«…Colà, manco a dirlo, mi seguono cortesi lettori, ed io me li vedo, ecco, d’attorno, stanchi per l’asprezza del calle nel salire, seduti al rezzo d’un castagno secolare presso la sponda d’un ruscelletto dalle acque freschissime precipitanti nella sottoposta vallata e tributarie del Tirso,, il corso tortuoso del quale si distende lontano come una lamina di platino lucente, dai fertili piani di Anela alle estreme pianure di Ottana e di Sedilo dove dileguasi.


24 COCCO SOLINAS S., Don Blas d’Aragona…cit. , p. 27.
25 Ibid. pp. 27-28.
26 COCCO SOLINAS S., Don Blas d’Aragona…cit. , p. 28.


Che panoramma! Dal sud ergonsi maestose le vette del Gennargentu ancora bianche di neve baciata dal sole e davanti ci si spiega ad oriente una catena di monti ampia e bella, dalla quale emergono a coccuzzoli, a coni, a picchi le cime di Orani e di Oliena; mentre al di qua declina immenso un versante che degrada fino alle sinuosità ubertose della vallata, nel perimetro della quale, sui dorsi delle montagne, fanno capolino i villaggi. Osserviamo. Di qua lo sguardo precipita giù per la china dei monti che si piegano a semicerchio e rinchiudono, come entro una conca vastissima, un colle alto e frastagliato da roccie di granito al quale fanno corona li spalti d’un castello, tra due valli profonde, congiunto alla montagna per un dorso ad arco sul quale si adaggiano le case di Burgos il villaggio più vicino. Qua e là, dai dorsi e dai fianchi alpestri della montagna coronati di precipizi, si scavano piccole valli fino al piano e racchiudono numerosi ruscelli lungo i quali si inseguono in fila interminabili i pioppi fino al Tirso; mentre presso di noi, a mancina, sovrastano le vette del Rasu ed una vergine foresta ne circonda: : attraverso la quale, se volgiamo lo sguardo a settentrione, ci si presentano, come nello sfondo di un immenso paesaggio, le alture dell’Anglona ed i monti di Limbara, i piani del Coguinas ed i villaggi del Logudoro, l’estremo lido di Castelsardo e le lontane spiaggie della Corsica. Ma precipita l’ora. I tramonti qui non dileguano in ampii crepuscoli fosforescenti, ma si compiono in un baleno: il sole si tuffa nel mare lontano dietro le rive della Planargia, un color di porpora si propaga e si diffonde per ogni parte dell’orizzonte illimitato, succede un breve tenebrore cupo, le stelle compariscono istantanee come sulle scene d’un teatro, e la notte ne incombe allo improvviso. È d’uopo ch’io mi diparta adunque dai lettori per tornare in carreggiata, tanto più che non li trassi qui con la fantasia che per renderli edotti come, pochi giorni dopo i fatti da noi raccontati, , il guardiano di Monte Rasu, un vecchio bianco per antico pelo, siasi recato sul passo di Padronu incontro ai personaggi da noi lasciati a Bonorva. Infatti Deriu, Virgilio, Antonio e altri loro conterrazzani arrivarono in quella sera al convento e vi furono accolti cordialmente…» (27).
Il sacrestano di Burgos , continua l’autore nella sua nostalgica, ma suadente narrazione, era solito assistere a molte albe primaverili quando, come era solito fare, saliva sulla piccola torre campanaria della sua parrocchia a suonar l’ave mensile, periodo in cui si svolse il racconto. E di certo si potrà immaginare sul campanile, la mattina in cui il piccolo paese veniva sconvolto da quell’avvenimento che ancora all’epoca in cui l’autore pubblicò il suo scritto, veniva narrato ai bimbi come uno straordinario racconto:
«…Con in mano i battagli delle due campane egli, il sagrestano, aspetta che l’allegro cinguettìo delli augelli nascosti tra le fronde del bosco vicino rompa il silenzio soave della natura assopita in grembo alla notte, e che le tinte delicate dell’aurora indorino l’oriente, per suonar l’annunzio del giorno. E mentre ch’ei guarda la cerchia dei monti circostanti, il bruno castello che gli sta di fronte quasi sospeso sulla vallata del Tirso occupata dalla nebbia, ed un leggerissimo albore delinea verso levante il lembo ampio rotondato dell’orizzonte lontano, e dall’ovest la calante luna versa pallidissimi li ultimi suoi raggi sulle colline… tremendo ed improvviso s’ode uno scoppio. Le case del paesello traballano al contraccolpo, dal dorso del castello precipita una rovina di macerie rotolanti come se fosse crollata una muraglia delle più alte, e dalle medesime si levano parecchie persone dandosi alla fuga verso l’abitato ed emettendo grida disperate. Il sagrestano freme di terrore, ma i battagli com’ha delle campane nelle mani: giù rintocchi da indemoniato. Sorpresi sui giacigli i paesani e udendo dopo lo scoppio che li aveva svegliati di soprassalto, suonare a storno anziché ad ave, saltano in piedi e si armano in fretta credendo ad una aggressione, di malfattori; e mentre le donne da mano alli spiedi e si domandano «che cos’è? Che cos’è?» i primi sono sulla piazza del sagrato attorno al sindaco e al parroco, ai quali il sagristano racconta ciò che ha visto e sentito. In quel punto compariscono nelle strade i mal capitati fuggenti; il popolo dà subito loro addosso ed è lì lì per farne strazio, allorché il parroco ne riconosce alcuni e, gettandosi tra i popolani e gridando: «Fermi! fermi!», trae i nostri eroi a salvamento…» (28).
Che cosa era accaduto realmente?
Il parroco Deriu, insieme ai suoi compagni, dopo aver pernottato nel convento del Monte Rasu, accolti dal suo guardiano, erano scesi dalla montagna qualche ora prima dell’alba, diretti verso Burgos. Attraversarono molto silenziosamente l’abitato, attrezzati di tutto punto, pale, picconi, sacchi, scale di corda ed altre cose utili per inerpicarsi lungo il crinale che conduceva al castello.
Raggiunta con grande fatica la sua vetta entrarono in un sotterraneo umido e sinuoso. Appena entrati al suo interno, i più coraggiosi accesero due lanterne e fecero da battistrada.
Giunti vicino ad una sorta di vestibolo si trovarono a dover scegliere tra due direzioni, a sinistra vi era una scala in pietra che risaliva verso gli spalti del castello; nella parte destra si trovava una grande porta aperta che conduceva verso una zona molto buia; davanti il sotterraneo continuava appena illuminato dalle due lanterne.


27 Ibid., pp. 33-36; per la descrizione del paesaggio si vedano le opere di MURINEDDU A. Goceèano, Cagliari 1961; OPPES T, Il Goceano, Cagliari 1990; TILOCCA P.P., Bortiocoro, Burgos, Esporlatu… cit., Sassari 1988; sempre TILOCCA P.P., Burgos ieri e oggi, Sassari 1999; ed infine VACCA D., Il castello di Burgos o del Goceano: avvenimenti storico-politici ed economici di un importante punto strategico tra il Logudoro e l’Arborèa, Tesi di Laurea, Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, a.a. 1999-2000, relatore prof. Barbara Fois, pp. 1-154.
28 COCCO SOLINAS S., Don Blas d’Aragona…cit. , pp. 37-38.


Ad un tratto si videro in fondo al sotterraneo alcuni bagliori, in fondo all’oscurità della grande porta che si trovava sulla parte destra, i componenti la spedizione si lanciarono in quella direzione, e alcuni di loro armarono le loro carabine. All’improvviso si ritrovarono in un’ampia sala, una parte di essa riceveva una flebile luce dall’alto, da due feritoie aperte tra le fenditure delle rocce; mentre l’altra parte era completamente al buio. Fermatisi di nuovo sentirono un acre odor di resina, che si diffuse pian piano tutt’intorno ma le lanterne non riuscivano a rischiarare tutta la sala. Ad un certo punto si accesero alcune torce, dalla parte in cui si trovava un leggio e a tutti apparve, sebbene in penombra, la figura di Don Blas d’Aragona, i presenti videro anche i mucchi di monete che luccicavano sul pavimento di marmo.
I presenti, tutti i presenti, nessuno escluso, ebbero un brivido di terrore, ma nel contempo provarono anche un senso di stupore, di meraviglia ed Antonio, non poté trattenere l’emozione, tanto che, malfermo sulle gambe, dovette trovare l’equilibrio reggendosi alle vesti del parroco Deriu, il quale abbigliato con il rocchetto e la stola, di un colore violaceo, cominciò a blandire l’aspersorio, tratto poco prima da una bisaccia proferendo le formule di rito:
«…adjuro ergo te omnis immundissime spiritus……» (29).
A quel punto i compagni si fecero il segno della croce e Don Blas si agitò convulsamente sul suo trono d’oro, sollevò la testa e lanciò un terribile sguardo ai presenti; questi rabbrividirono di paura, solo il parroco non si fece intimorire e mantenendo la calma, propria del suo ufficio e continuo con l’aspersorio a disegnare in aria il segno della croce e le sue formule:
«…Cede ergo Deo qui te malitiam tuam in Pharaonem et in exercitu ejus per moysen servum suum in abyssum demersit. Cede Deo qui te…» (30).
Don Blas si fece parecchio minaccioso e inveì contro il parroco, esortandolo di smetterla, dicendogli che già conosceva quei passi.
Ma il sacerdote, questa volta rivolto verso i luccicanti tesori, continuò imperterrito con le aspersioni col suo cerimoniale:
«…Cede Deo qui te in Juda Iscariota dannavit…» (31).
Don Blas si agitò e si infuriò, si alzò dalla seggiola infuriato, e lanciò un feroce urlo, prese una delle torcie e la blandì contro il parroco, mentre il leggio si rovesciò e le torce si spensero, una volta cadute per terra.
Con il viso contratto dall’ira tanto da renderlo orribile e terribile agli occhi dei presenti, con gli occhi infuocati e orbite, con il corpo proteso in avanti e la torcia sulla mano destra, la mano sinistra tra i capelli, ed un barile di polvere da sparo ai suoi piedi, egli appariva ai presenti davvero terribili. Questi tremarono tutti e si appoggiarono alla parete per non cadere dalla paura. Deriu a questo punto si fermò, impaurito, ma sprezzante del pericolo cui affrontava, fece tre passi avanti, quasi animato da un spinta soprannaturale, verso Don Blas brandendo ulteriormente in alto l’aspersorio e continuò con una voce, quasi debole:
«…Exi ergo impie… exi scelerate… exi…» (32).
Fu allora che s’udì uno scoppio tremendo, il fondo della sala crollò, Don Blas sparì e con esso i suoi tesori, e il gruppo di eroi che era penetrato nel castello venne scaraventato lontano, ad oltre 100 metri di distanza, tra le macerie, fuori dal castello, contusi e e pieni di lividi. Ma la paura mise loro tanta forza in corpo, che si rialzarono rapidamente e si misero a correre a perdifiato verso il paese, proprio mentre il sacrestano era lì per suonare la messa del mattino.
Le ultime parole sono quelle dell’autore come è giusto che sia:
«…Così andò a finir questa gita in traccia di tesori favolosi, e tale la si racconta nelle borgate del Gocèano. Io più volte visitai il castello, ma nulla di straordinario mi fu dato di osservarvi. Alte le sue mura coperte di edera stanno in faccia ai monti maestosi e la sua gran torre sfida i secoli. Sul fianco settentrionale della medesima veggonsi li avanzi d’una gradinata esterna, e giù, per l’ossatura del colle, i rottami delle cinte crollate; mentre nel perimetro dell’antico fossato, presso i ruderi delle abitazioni addossate un dì al castello, sorge ora il nuovo cimitero di Burgos, nel quale biancheggiano al sole in un angolo le ossa estratte dal distrutto camposanto…» (33).
Così si conclude l’affascinante vicenda del misterioso e terribile Don Blas d’Aragona, incubo delle montagne del Gocèano.


29 Ibid., p. 41.
30 Ibid.
31 Ibid., p. 42.
32 COCCO SOLINAS S., Don Blas d’Aragona…cit. , p. 43.
33 Ibid., pp. 43-44.

 

Daniele Vacca
Lavoro in parte presentato al “VII INCONTRO SUI CASTELLI: I castelli sardi e l’immaginario collettivo” Villasor, presso la Casaforte, il 26 aprile 2004.

Ti è piaciuto questo articolo? Consiglialo ai tuoi amici utilizzando uno dei pulsanti che trovi qui sotto e lasciaci un commento per sapere cosa ne pensi.