Le danze di San Sebastiano

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Poco distante dal centro abitato di Ploaghe, in un territorio attraversato da un ponte e circondato da diverse abitazioni, sorge una vecchia chiesa campestre, da tempo abbandonata.
Nei tempi passati, sicuramente, rappresentava un importante e vivo centro di aggregazione, specie per giovani.

Una sera, due fidanzati, Pietro e Paola, finito l’allenamento in palestra, andarono ad ordinare una pizza da mangiare in macchina.
Era il 20 gennaio, faceva freddo.
Il gelo e la nebbia non invogliavano ad uscire, ma i ragazzi non vollero cambiare i loro piani.

Ritirato l’ordine, si diressero verso la fine del paese, svoltarono a destra di un’abitazione chiamata casa dei nanetti (per via di sette nani da giardino, schierati in fila su un balcone aperto della sua facciata) e, fatta un po’ di strada, svoltarono a sinistra, non molto distanti dalla vecchia chiesa.

Il calore della pizza appannò i vetri, e fuori la fittissima nebbia non permetteva una grande visibilità.
All’improvviso, lo stereo dell’auto si accese.
Senza dare molta importanza al fatto, Pietro staccò il frontino, ma la musica continuò ad andare avanti per diversi secondi.

Non disse nulla a Paola, per non allarmarla. Lei pensava, chiaramente, che fosse stato il suo ragazzo ad accendere la radio.
Mangiarono tranquillamente, scambiandosi tenere occhiate, ma l’idillio fu presto interrotto: sentirono forti rumori, come se qualcuno si trovasse proprio davanti alla macchina.
Era un trambusto di cavalli al trotto, di un frustino, di briglie. Qualche sparo.

I giovani spannarono il vetro dell’auto, ma non videro nulla.
Pensarono, senza dare molto peso all’accaduto, che quei rumori provenissero da qualche campagna vicina.
Ben presto, loro malgrado, dovettero ricredersi.
Tornati alle loro effusioni, furono nuovamente interrotti.

I rumori provenienti dall’esterno erano assai più chiari e riconoscibili.
Si udivano alcune voci festose, ancora cavalli, ancora briglie.
E in più, campane e musica da ballo.
Pareva proprio che ci fosse una festa.

Stavolta, spannato nuovamente il vetro, ciò che videro li lasciò senza parole: una processione in costume tradizionale nel pieno della notte, un carro, bambini in girotondo, uomini a cavallo che andavano verso la loro direzione.
Entrambi urlarono.
Presi dal panico scesero dalla macchina e si misero a correre.

Arrivarono in paese al buio, al freddo e terrorizzati.
Rientrati nella proprie abitazioni, decisero, prima ognuno per sé, poi di comune accordo, di non parlare mai con nessuno dell’accaduto.

La mattina seguente, qualcuno riconobbe la vettura, che ostruiva il passo.
Un automobilista che conosceva Pietro chiamò al cellulare il proprietario, il quale rispose al telefono ancora spaventato.
Pietro si vestì, e di corsa andò a ritirare l’auto, prima che venissero a saperlo i suoi genitori.
Salutò quindi il passante, e sedette in macchina.

Sembrò tutto tranquillo, quasi come il risveglio da un incubo.
D’un tratto, voltatosi verso i sedili posteriori, notò un fazzoletto in stoffa, ricamato e con inciso la scritta in sardo: A San Sebastiano, gli obrieri – Ploaghe 1846.
Chi ci ha raccontato la storia giura di possedere ancora custodito il fazzoletto.

Pasquale Demurtas

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