Le anime dannate della tradizione sarda

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Le anime dannate della tradizione sarda

Se il demonio, con i suoi malefizi, non riesce a spaventar molto il pastore sardo, questi ha invece un grande terrore
dei morti che abbandonano il silenzio dei loro sepolcri e ricompaiono, di quando in quando, fra gli uomini.
Le credenze intorno alla vita oltremondana sono proprie di tutti i tempi e di tutti i popoli e ora, come nel passato, destano nell’animo dei viventi, sensi di pietà e di spavento insieme.

Davanti al mistero della morte, noi ci sentiamo ancora agitati e perplessi; il cristianesimo che pure ha tanto diminuito nell’uomo l’orrore della morte, non è riuscito a strapparlo totalmente dall’intimo della sua coscienza.
Si potrebbe chiedere perché noi sentiamo sgomento solo al pensiero che il parente o l’amico tanto amato in vita, possano uscir dal loro sepolcro e comparirci dinanzi; questa che sembra a tutta prima una contraddizione strana, si spiega solo considerando il terrore da cui è preso l’animo nostro davanti all’ignoto e la coscienza che noi abbiamo del profondo dissidio tra la vita e la morte.

Il cristianesimo ha descritto mirabilmente in modo sensibile e con tinte vivaci i regni d’oltretomba, ma riserbando ai buoni i gaudi del Paradiso e ai cattivi le pene tremende dell’Inferno, ci lascia ancora dubbiosi circa il destino che ci è riserbato nel futuro.

Le anime dannate che soffrono e soffriranno in eterno, non si possono concepire se non come avverse alla vita umana che goderono un tempo e che invidiano, sicché è naturale che il loro apparire nel mondo ci spaventi.
Infatti, nella fantasia del popolo, gli spiriti dei defunti che si aggirano sulla terra escono generalmente dall’Inferno
e adoperano tutto il loro potere per nuocere ai vivi; questo è il motivo che svolgono quasi sempre le nostre leggende.

Le anime dei morti che ritornano nel mondo, in Gallura si chiamano “folletti” (li vugliétti ) e molte volte appaiono
incarnate nel corpo di un animale che può essere il cinghiale o il cervo o una vipera, ma più spesso è il cane che, anche dagli antichi, fu creduto in rapporto diretto col regno dei trapassati; tanto è vero che al cane soltanto è concesso di scorgere la morte che passa silenziosa di notte e di predire, abbaiando, la fine di chi è prossimo a chiudere i suoi giorni.

In qualche caso, lo spirito d’oltretomba penetra in un vivo e lo agita e lo tormenta, finché non è scacciato da una preghiera o da uno scongiuro, ma in generale le anime dei morti che ritornano al mondo, o sono invisibili, o hanno l’apparenza di fantasmi e conservano i lineamenti caratteristici del loro corpo che fu sepolto. Secondo una credenza sassarese, le anime dei bambini che morirono senza battesimo (ánimi bulattigghi) si aggirano invisibili per la casa dove nacquero, spaventando con rumori strani i superstiti.

A Perfugas, credono che la morte di qualcuno sia preannunziata dagli spiriti bianchi i quali passano producendo come un sibilo e dileguandosi in tante nuvolette; invece le panas, alle quali si crede in tutta la Sardegna, ritornano nel mondo con la loro figura umana e spesso non hanno nemmeno l’apparenza di fantasmi.

Nelle notti silenziose, il pastore sardo che riposa vicino al suo gregge, ode sulle rive dei fiumi un misterioso sbatter di panni come se vi fossero delle lavandaie: sono le panas cioè le donne morte di parto e costrette dal loro destino a lavare ogni notte il corredo dei loro nati.
La penitenza deve durare sette anni, ma ricomincia ogni volta ch’esse vengono interrotte nel lavoro da qualche imprudente che, senza riflettere, le avvicini e rivolga loro la parola.

Le panas si aggirano soltanto sulle rive dei fiumi; ma i morti, in generale, si danno convegno nei vetusti nuraghi, presso i vecchi e i diroccati castelli medioevali, nei crocicchi, nelle vicinanze e, più spesso, nell’interno delle chiese.
In esse il popolo sardo si guarderebbe bene dall’entrare di notte, specialmente dopo la mezzanotte, perché si crede che in quell’ora, ci siano le anime dei defunti i quali danzano una ridda infernale e offendono i vivi che capitano in mezzo a loro.

Udii spesso raccontare di persone che, rimaste per caso in una chiesa, di notte, poterono sfuggire a stento dalla schiera terribile dei morti; questa in Gallura si chiama la réula, ma la credenza si trova anche nel Logudoro e in generale in tutta la Sardegna.
Però, mi diceva il mio informatore gallurese, per evitare l’incontro dei morti, non basta tenersi lontani dai luoghi che di solito frequentano, perché essi, nelle ore più tarde della notte, vanno un po’ dappertutto, anzi delle volte accadde
che qualcuno fu tratto con inganno dalle anime stesse in mezzo alle loro danze macabre ed ebbe la predizione della fine di persone a lui care.

Nella maggior parte dei casi, il preavviso di morte vien dato da un misterioso carro pieno di spiriti d’oltretomba il quale si ferma vicino alla porta di chi ha ancora pochi istanti di vita; si chiama su garr’ e sos mortos o su garr’ e sa morti, esce a mezzanotte e, senza esser tirato da nessuno, procede pesantemente, con gran fracasso che però è avvertito soltanto dai parenti e amici dell’agonizzante; in ultimo, si trasforma in un gran fuoco, attorno al quale riddano i folletti.

A Siniscola si dice che, nella schiera dei morti, vi sia anche San Giacomo che ferisce con un pungiglione chi deve morire entro l’anno; a Quartu Sant’Elena, il carro è detto su garru gócciu, a Bosa si chiama su traigórzu un animale mostruoso, misto di bue e di cavallo, che lo tira, mentre in Gallura lu traicóggiu è uno spirito che trascina una pelle, un cuoio, insieme a delle catene e dietro al quale va salmodiando una funebre compagnia.
In queste immagini di morte, s’indugia, in Sardegna come altrove, la mente del popolo il quale spesso identifica la morte e Satana e, in ogni fantasma che la sua immaginativa accesa gli fa balenare davanti agli occhi, vede un’anima dannata che muove dagli abissi infernali.

La morte concepita, secondo la dottrina cristiana, come una benefica liberazione dalle lotte e dai mali della terra, non si ritrova mai tra le numerose leggende che ho raccolte; i sardi amano il vivere di questo mondo che appare loro ricco di godimenti e di felicità, sotto il bel sole radioso che riscalda e feconda le sconfinate pianure del Campidano e le lussureggianti montagne della Barbagia e della Gallura.

Chi parla ancora dell’infelicità, della miseria, della disperazione del popolo sardo, cade spesso nell’errore di considerare e giudicare la vita sarda alla stregua dei suoi gusti di uomo raffinato, abituato a tutti i comodi e a tutte le mollezze.

Andate a domandare a un pastore sardo s’egli è infelice, vi guarderà stupito e si riderà di voi; andate in Gallura e visitate uno stazzo, dove il padrone si sente così ricco e così fiero, in mezzo ai suoi greggi e alla sua famiglia prosperosa; forse vi occorrerà di persuadervi che il vivere dei sardi non è così meschino ed infelice come da qualcuno si descrive.

Ogni uomo è attaccato a questa vita, i sardi lo sono più che mai. A Cristo, alla Vergine, ai Santi ch’essi invocano con tanto fervore, si rivolgono per ottenere più che i gaudi del Paradiso, la pace e la felicità di questa terra ch’essi trovano bella, com’è bella la natura che li circonda, come sono belli gli occhi grandi e neri delle loro donne che amano di un amore forte e impetuoso.

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