La ricerca dei tesori sul colle di San Michele - Contus Antigus

La ricerca dei tesori sul colle di San Michele

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La ricerca dei tesori nascosti richiedeva l’uso di pratiche magiche, come si evince dall’ampia documentazione inquisitoriale, prima spagnola e poi episcopale.

Incuriosisce il fatto che tali pratiche venissero compiute essenzialmente da religiosi, perchè nella maggior parte dei casi era previsto l’utilizzo di testi di magia cerimoniale in cui le formule erano spesso riportate in latino o altre lingue non conosciute dalla gran parte del popolo.

Un altro motivo della presenza di frati e preti a queste cerimonie era dato dal fatto che per la sacralità della loro figura, erano particolarmente indicati a costringere i demoni, spiriti di defunti o folletti, custodi del tesoro, a consegnarlo ai cercatori.

Le formule per arrivare ad ottenere il tesoro si trovavano nei libri di magia cerimoniale, o in quaderni manoscritti. Questi ultimi avevano il vantaggio di avere un costo più accessibile ed inoltre, cosa non da poco, erano meno controllabili da parte delle autorità.
Nel 1700 le ricerche dei tesori erano pratiche diffusissime e nell’isola circolavano diversi libri, utilizzati anche nel resto d’Italia e in Europa, atti a tale scopo.
Tra questi si annoverano:

La Clavicula Salomonis
Il Flagellum daemonum
L’Heptameron seu elementa magica
Il Circulus Aureus

Inutile ricordare che tali libri erano vietati dalla Chiesa.
Alcuni manoscritti, recuperati ed arrivati sino a noi grazie al tribunale inquisitoriale, mescolavano rituali esorcistici della Chiesa con pratiche magico-popolari.
Tra questi scritti, nei documenti della diocesi di Cagliari ne è stato trovato uno di tredici pagine, in cui viene descritta la procedura per la celebrazione di un rito denominato “dell’Angelo Bianco”.
Di questo caso se ne occupò l’inquisizione episcopale in un processo tenutosi da Monsignor Bernardo de Carinena, nel 1718, a carico del sacerdote Pietro Demontis.
Cappellano della confraternita delle anime del Purgatorio della parrocchia di S.Giacomo a Cagliari, il Demontis venne accusato di aver cercato dei tesori diverse volte, invocando il demonio e
adorandolo in ginocchio, utilizzando paramenti sacri ed evocandolo in una bottiglia d’acqua posta su un tavolo.

Tale pratica venne denominata, anforomanzia o idromanzia, e prevedeva l’uso di formule magiche scritte in un quaderno proibito che riportava parti della Clavicula.
Il rito venne realizzato più volte dal sacerdote con l’aiuto di altri partecipanti, alcuni dei quali testimoniarono nell’agosto del 1718, poco prima che Pietro Demontis venisse processato.

La descrizione riguarda una ricerca di un tesoro sul colle di San Michele:

Due anni prima il sacerdote licenziato Pietro Demontis con altre persone si recò al castello di S. Michele per cercare un tesoro.
Collocò un tavolo con una tovaglia nuova, alcuni pezzi di pergamena con segni di Salomone e, sopra il tavolo, una bottiglia d’acqua.
Si inginocchiò, dopo aver rivestito una stola, con il viso rivolto a oriente.
Leggeva da un quaderno e atutto rispondeva un bambino che aveva in mano una candela di cera nuova.
Di quando in quando il Demontis e il bambino facevano inchini verso la bottiglia.
Chiamavano a voce bassa lo spirito che stava nel tesoro.
Sopra il tavolo vide un ramo di ulivo verde tagliato all’aurora e, in antecedenza, posto sull’altare durante la messa assieme alle suddette pergamene che, a quanto disse il Demontis, erano
state unte con olio santo.
Di tanto in tanto il Demontis avvicinava la luce della candela alla bottiglia e diceva che vedeva gli spiriti.
All’inizio della cerimonia diceva: <Angelu biancu, Angelu santu>.
A tratti diceva a voce bassa, avvicinandosi alla bottiglia: <Ralay, indemoniato, sali qui>

Alcuni testimoni dichiararono che il sacerdote affermò di vedere uno spirito dentro la bottiglia, in forma di mosca e che il bambino assistente a sua volta disse di vedere sempre dentro la bottiglia, alcuni esseri grandi con elmi e con bastoni in mano. Demontis aveva spiegato in questa occasione che quelli erano i guardiani che presidiavano il luogo in cui stava il tesoro.

Contrariamente a quanto riportato nei nostri precedenti articoli, in questi casi non si era predestinati ad un particolare tesoro, i rituali posti in essere tendevano a forzare i guardiani a consegnare ai cercatori le immense fortune che si riteneva fossero sepolte nelle profondità della terra.
In diversi racconti, come per esempio “Il tesoro di Capitana“, questo tipo di procedure risulta essere molto pericoloso, se non addirittura mortale.

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