La progettazione dell’acquedotto cagliaritano

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Realizzarono un acquedotto nel II secolo  d.C. (vedi articolo correlato). Sino alla permanenza di questi in Sardegna, il problema fu risolto o quantomeno minimizzato. Ma quando il loro dominio finì, anche l’impianto di adduzione delle acque  divenne obsoleto, per mancanza di manutenzione e per incuria della popolazione. In poco tempo l’acquedotto cessò di funzionare e Cagliari dovette approvvigionarsi  da fonti irregolari legate ai flussi  stagionali. Passarono molti secoli, un millennio o forse più, prima che qualcuno pensasse di rifornire Cagliari da una fonte costante e non legata alle incostanze atmosferiche.

Martin Del Condado nel 1621 fece un progetto, poco convinto e poco convincente. Gli amministratori Cagliaritani ebbero piena consapevolezza di tornare all’antico, almeno concettualmente, consapevoli del fatto  che i romani adottarono con esito felice, la costruzione di un’acquedotto. Bisognava comunque reperire i fondi per la costruzione di questo,  allo scopo il 15 maggio 1638 si istituì una tassa sul vino, sul documento è riportato: ”… antiguament al tempo del Romans venia en la ciudat la aigua ab condutos … “. La tassa sarebbe dovuta rimanere in vigore sino alla conclusione dei lavori, fu invece soppressa alcuni mesi dopo, il giorno 11 febbraio 1639, successivamente a quel periodo nulla si può aggiungere a ciò che,  più che un buon progetto, doveva rimanere solo una buona intenzione.
1632 – Il parlamento, presieduto dal viceré, Gaspar Prieto vescovo di Alghero, dopo la morte del viceré marchese di Bayona, Jeronimo Pimentel, arrivò alla decisione della necessità di avere una “fonte sicura e duratura” di approvvigionamento idrico per Cagliari.
Come molto spesso accade i tempi si dilatarono e solo dopo due anni (29 maggio1634) i consiglieri civici iniziarono ad operare in maniera fattiva. Fu istituita una commissione, poi modificata e ampliata (24 luglio 1635) che aveva il preciso compito di individuare una sorgente di acqua vicino alla città e di proporre il modo per il suo trasporto, i risultati furono inconcludenti ed essa si dimostrò poco funzionale. Gli stessi conclusero che sarebbe stato più funzionale nominare un gruppo ristretto, questo avvenne il 27 dicembre 1637. Poco tempo dopo , dal 2 al 6 gennaio 1638 i componenti il gruppo svolsero dei sopralluoghi nelle fonti limitrofe alla città: Xirigraxiu (Maracalagonis) il 2 gennaio, Sinnai e San Pantaleo il 3, Monastir e Donori il 4 e 5, Sicci il giorno 6. Al termine di queste ispezioni si preferì la fonte di Sicci perché la portata era più copiosa e si decise per il reperimento dei fondi. Per questo si deliberò il 15 maggio 1638, istituendo la tassa sul vino.

1646 – Solo otto anni dopo, il 14 febbraio 1646, il consiglio riaffrontava l’argomento e supplicava anche il viceré, Duca di Montalto, di cercare fuori dall’ Isola, soprattutto a Roma, degli esperti capaci di risolvere i problemi. I consiglieri affidarono questo incarico al canonico Paolo Giordano, come si può desumere da una lettera inviata a Roma il 17 luglio 1646. Nella lettera si evidenzia come questi avesse ben operato e lo si pregava di chiedere collaborazione e assistenza a Giovanni Battista Serra, agente della città a Roma, ciò nella speranza di poter avviare i lavori a breve, entro il mese di settembre. I consiglieri, lo stesso giorno, inviarono un’altra lettera a Roma, proprio al Serra, invitandolo a collaborare con il Giordano. Sicuramente il Giordano, operò bene se il 24 novembre 1646 l’architetto e ingegnere G. B. Mola si trovava già in Sardegna, e operava nella zona tra Villamassargia e Domusnovas , per un sopralluogo atto alla ricerca di una fonte d’acqua per essere utilizzata, tramite la costruzione di un’acquedotto, nella città di Cagliari. Di questo l’ingegner Mola fece una relazione, autografa, dove riportava le quattro fonti più importanti, ma preferì la fonte presso le Grotte di San Giovanni, perché era la più ricca di acqua, ma anche perché “salutifera, e bona, et nella magior sechagine dell’estate non cala il terzo.”  Di questa fonte fornisce un disegno e la testimonianza di tre anziani del posto che ; “interrogati separatamente concordarono in detto cabo che non calerà di un terzo.
Nota: Le altre tre fonti menzionate dal mola nella sua relazione, sono: punta Mazzani, Rio San Marco ed ai piedi di un monte di Villamassargia. I tre anziani interrogati separatamente si chiamavano; Antiogo Bianco di 80 anni, Giovannoddo Onnis di 100 anni e Damiano Nassidda (Massidda?) anch’egli ottantenne.
Sulla base del sopralluogo, i cui esiti furono ben accolti dagli amministratori, il Mola continuò nel suo lavoro e il 2 febbraio 1647 presentò in un fascicolo di quattro carte il suo progetto. Prospettò quattro possibili soluzioni; la prima non fu ritenuta molto convincente, poiché l’acqua doveva essere convogliata  “… bassa assai e poco netta e meno sicura … per argine di terra e parte de muro”.
La seconda avrebbe dovuto ripercorrere le tecniche degli acquedotti romani, quindi l’acqua sarebbe dovuta passare “… per forma murata ma coperta sopra pilastri, et archii”. Anche questa, di cui il progettista allegava il disegno, fu sconsigliata “… per rispetto alla gran spesa, e longhezza de tempo, la quale non si farebbe in dodici anni, e non se n’uscirebbe con 500 mila scudi“.
La terza e la quarta ipotesi erano invece considerate, anche dal Mola, quelle più atte alla realizzazione pratica. Una prevedeva la conduttura in terracotta e una in piombo, per coprire la distanza di 3903 catene romane (50 Chilometri circa), che separavano la fonte da Cagliari. Di questi due condotti l’ ingegnere forniva i disegni e gli scandagli (computo) dove erano precisati; le opere da realizzare i materiali da usare e le spese da sostenere. Lo stesso architetto rileva che la soluzione più praticabile è quella dei condotti, poiché : “ … porterà l’acqua più alta delle dette, e più comoda, e più fresca, e l’opera sarà più breve e di minor spesa.” e indicò come preferibile e più realizzabile quella in piombo “ … per esser più facili da por in opera, e migliori d’ accomodare caso che in alcuni luoghi facessero danno, com’è solito in queste cose, et il valor del piombo non sarà buttato in evento che Dio non vogli mancasse la vena dell’acqua.“.
L’ingegner Mola nel suo lavoro fu molto preciso e previdente, fece seguire una lista di “Avvertimenti” articolati in otto punti, nei quali metteva a fuoco alcune delle difficoltà che si potevano presentare, anche in considerazione del fatto che durante i lavori sarebbe stato indispensabile far fronte, con tempestività agli eventuali problemi finanziari. La mancata risoluzione di questi avrebbe influito sulla regolarità del lavoro e sul buon esito dell’opera. Lo stesso rivolto ai consiglieri, concludeva :” … che prima si ponderano bene, diligentemente le forze che si trovano aciò non abino poi, né a pentirsi, né a esser derisi, né di me a dolersi di non esser stati avertiti che è questo per ora mi sovien dirli per lor utile, a mio scarico”. Una volta ottenuto il progetto ed accolta l’ipotesi del condotto, agli amministratori rimaneva la scelta dei materiali da impiegare per la sua realizzazione.
La scelta cadde sul condotto in terracotta, forse per il suo minore costo o anche perché in zona c’erano delle officine che li fabbricavano. Siamo nella prima metà del 1600, in quel periodo i congiolargi decimesi erano all’avanguardia nella fabbricazione di condotti in terracotta per fognature e pluviali. Nello “Scandaglio del condotto di terracotta” si fa menzione alle zone dove dovranno essere fabbricati i manufatti; Cagliari, Decimo e Domusnovas, per una spesa, di trasporto di 400 scudi romani.

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Pochi mesi dopo. L’ 8 maggio 1647, il Mola presentò un’altra nota scritta; “ Preparamenti per il principio , dilla fabbrica”,  suddivisa in quattordici punti con la quale forniva dettagliate e precise istruzioni riguardanti, non solo i materiali necessari, la qualità e il modo di prepararlo, ma anche l’organizzazione stessa, del lavoro nel cantiere. Inoltre si premuniva, onde evitare malintesi, sul sistema di misura da lui adottato, che era quello in uso a Roma, di tracciare sul primo foglio la lunghezza del palmo come unità di misura base, chiedendo a tal fine che esso  “… si debba segnare nella soglia di marmo della ringhiera della sala de signori consiglieri, aciò niuno pretendi ignoranza … “.
Gli amministratori cittadini giudicarono positivamente il progetto, per questo motivo inviarono due lettere a Roma, il 10 maggio dello stesso anno, a Paolo Giordano e Giovanni Battista Serra, con queste i due furono informati dell’intenzione di iniziare la costruzione dell’acquedotto nel successivo mese di ottobre, si disponeva che il Giordano pagasse i 254 scudi romani pattuiti al Mola, per la sua prestazione professionale, e affinché questo fosse ben disposto ad accettare l’incarico di dirigere i lavori.
Ma, cosa successe dopo? Le notizie riportano le lamentele dell’ingegner Mola che, in una lettera del 18 giugno 1647 , sostiene di aver ricevuto dal Giordano solo 235 scudi dei 254 dovutigli, inoltre chiedeva gli venissero corrisposti altri 10 scudi, poiché il viaggio da Cagliari a Roma, via Napoli era durato cinque giorni in più del previsto. Su questo fatto l’agente della città di Cagliari a Roma Giovanni Battista Serra, riferiva, in due distinte lettere, datate 19 giugno e 2 luglio che il Giordano dichiarava di aver pagato, al figlio del Mola Carlo, mentre il padre si trovava a Cagliari, come anticipo 15 scudi. Questa circostanza fu smentita dall’architetto nella lettera precedente.
Da questo momento non si conosce più nulla del progetto, né del perché non ebbe seguito la sua realizzazione. Forse la città non aveva sufficienti risorse? Certo è che Cagliari per più di altri due secoli dovette soddisfare il fabbisogno idrico, con il sistema più che insufficiente dei pozzi e cisterne. Nel ‘700 ci fu un tentativo di ripristinare l’acquedotto romano, compiuto da Gemiliano Deidda.
In conclusione quel progetto del 1647, al quale l’ ingegner Mola si era applicato con diligenza e per il quale anche gli amministratori avevano sperato si potesse  realizzare nell’ottobre dello stesso anno, rimase un progetto che si sarebbe impolverato negli archivi del Comune di Cagliari.
Note sulla progettazione e sull’esecuzione dei lavori. L’appendice documentaria dell’Ingegner Mola, consta di tre documenti datati 1646-1647, scritti in italiano, che costituiscono tre fasi del progetto per la costruzione di un’ acquedotto per Cagliari.
1)    Relazione sulla ricerca della fonte.
2)    Diversi modi per condurre l’acqua dila fonte de Domusnovas a Cagliari pigliandola proprio alla stessa fonte.
3)   Preparamenti per il principio della fabbrica.

La parte che ci interessa di più, poiché siamo di Decimo, è lo scandaglio del condotto di terracotta, dove si riportano le varie spese per la realizzazione dell’ opera : il muro per murare il condotto, la cavatura del fosso, il costo di 141 murature e 508 condotti, il trasporto dei condotti; “ fatti però in parte a Cagliari, parte a Decimo, e parte a Domusnovas”. La posa in opera con lo stucco a olio, per gli sfiatatoi. “ E finalmente le spese impensate”. Il costo dell’acquedotto in terracotta, calcolando anche gli imprevisti, era di scudi romani 82648. Il costo del condotto in piombo era di scudi 13911, circa il 60% in più, per via del materiale, certo più sicuro, sia per la posa in opera che per un’ eventuale rottura durante l’uso.

Nota tecnica: non tragga in inganno l’uso del piombo, infatti questo materiale, per quanto lo si pensi tossico, ha delle caratteristiche fisico-chimiche invidiabili. Non subisce corrosioni e ha la proprietà di passivarsi, è stato sempre usato nei condotti di scarico. I romani lo usavano nei raccordi e nei punti di arrivo degli acquedotti, perché fletteva ed evitava i “colpi d’ariete” per le sue proprietà meccaniche. Inoltre sia col freddo che col calore, si deforma ma non si rompe, non subisce, o solo in modo trascurabile, le correnti galvaniche, forma dei sali insolubili con acidi e basi.

Vedi anche: Aquidotto Calaritanum – II sec. d.C

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