La Leggenda del gallo dorato

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Le occupazioni militari ed i saccheggi che l’abitato di Olbia dovette sopportare attraverso i secoli, avevano certamente suggerito, agli abitanti in pericolo, di nascondere, nelle proprie abitazioni o negli orti circostanti, i pochi o molti oggetti di valore che possedevano.

Si sa che non sempre le popolazioni riuscivano a sopravvivere alle incursioni e alle battaglie. Accadeva così che una buona parte della “roba” nascosta: monete e gioielli, restasse sepolta ed i superstiti, non potendola riprendere, passavano voce a coloro che un giorno avrebbero potuto utilizzarla o a loro volta passare l’informazione ad altri.

Nella Terranova del secolo scorso, tutti gli abitanti sapevano che in una casa posta nei dintorni de Sa Colte Marina c’era unu siddadu, un tesoro nascosto.
Sa Colte Manna era il punto terminale ad est dell’attuale via Piccola, da cui si guardava verso il mare l’arrivo dei bastimenti, amici o nemici che fossero. Capitò che in un certo periodo in quella casa vi abitassero tzia Paschitta, domtilarja, casalinga, e tziu Peppe, inassaju, senza possedere un giogo di buoi, ma, dopo mille attese e sacrifici, contadino a pieno titolo, con duos noeddos, buoi giovanissimi, ed il carro agricolo.

Non credo si debba faticare ad immaginare come trascorresse la vita dei due sposi, senza figli, sempre impegnati nei lavori di casa e dei campi per poter andare avanti, considerando le calamità persistenti dell’ agricoltura e dei tempi. Essi sapevano di essere seduti sopra un tesoro. Era stato un assillo di tutte le persone che avevano abitato la casa prima di loro riuscire a conoscere la formula magica da recitare al momento in cui il custode del tesoro (che era sempre il diavolo) si fosse presentato, chissà in quale circostanza. Nel loro caso, il guardiano era un gallo color oro, un diavolo con sembianze d’animale.
Chissà quanti rosari e quante orazioni di magia avrà recitato la povera tzia Paschitta per attirare l’attenzione del custode, invitandolo a manifestarsi per indicarle il punto in cui il tesoro era celato da lunghissimo tempo!

Trovarlo significava uscire dalle quotidiane tribolazioni, liberare il marito dal lavoro improbo nelle terre altrui, sottrarlo alla inclemenza delle stagioni che lo facevano invecchiare anzitempo. Ma il custode canterino non aveva mai ascoltato le invocazioni della buona donna, deludendo speranze e sogni.
Più d’una volta le vicine avevano trovato la padrona di casa battere il pavimento con una pietra liscia di fiume, alla ricerca di un suono diverso che potesse precisare un punto su cui scavare di notte senza che nessuno, attorno, si accorgesse di nulla. Purtroppo l’eco sorda era identica in tutti i punti delle stanze e nessun altro indizio faceva sperare che ella riuscisse, un giorno, a dare al marito la buona nuova del ritrovamento.
Trascorrevano le stagioni e gli anni con immutata monotonia; restava in fondo ai pensieri un tenue auspicio che un mattino, quel benedetto gallo dorato comparisse per dare loro quel sollievo che li avrebbe riempiti di gioia e di… ricchezza.
Ma in fin dei conti, andavano da un anno all’altro disponendo l’animo alla rassegnazione di non beneficiare della fortuna senza tuttavia tralasciare di invocare la comparsa del misterioso custode.

In quel pensare e non pensare al benessere, una mattina d’estate, all’alba, accudivano ai preparativi per recarsi a mietere nei campi di Tannaule. S’erano svegliati dì buon umore allietati dalla certezza di avere un raccolto soddisfacente e gustavano quella serenità che alimenta la vita delle anime buone in ogni momento della giornata. Tziu Peppe aveva aperto la porta della cucina che dava ad oriente; la stanzetta era stata inondata da una luce così splendida, così piacevole lo sguardo, che il contadino si era un tantino sorpreso. Il sole non era ancora apparso a nord di Tavolara, ma un bagliore diffuso rivestiva già la terra ancora leggermente tinta di Verde. L’ampia distesa del mare gli apparve così brillante e pura, che ebbe desiderio di far partecipare anche la moglie a quella insolita scena. La chiamò ed anche lei fu stranamente meravigliata per cui esclamò:
– Dio mio, questo è un miracolo! Dev’essere arrivato il Cristo sulla terra! Mai vista una luce così avvolgente!
Saziati gli occhi della luminosa visione, tornarono in cucina per prendere gli arnesi e partire. D’un colpo si voltarono come scossi da qualcosa di nuovo e di strano: in mezzo a quella luce, apparve, in uno scintillio d’incanto il gallo dorato, chiaro e distinto. Fu tanta e tale la sorpresa che i coniugi restarono ammutoliti a fissarlo e nell’istante udirono un sonoro chicchirichì, ripetuto tante volte.

La donna cercò di vincere lo stupore e di ricordare qualcuna delle parole magiche, forse adatte ad aprire un diàlogo con l’animale. Ahimè! L’emozione le chiuse la gola e restò muta. Il gallo era sempre là; pareva in attesa di comandi: una domanda, un po’ di grano, una parola.
Nessuno riuscì a fare un gesto a causa del turbamento improvviso.
Era quello il momento che avevano sempre desiderato di vivere, ed ora erano entrambi lì impigliati in una rete di pensieri che non producevano nulla; immobili dinanzi a quella visione.
Ad un tratto tziu Peppe emise un grugnito confuso da non poter essere interpretato in nessun senso: sapeva più di paura che di invito al gallo a dir qualcosa ed in quell’istante il volatile spari.
Quell’occasione meravigliosa era venuta così repentina ed aveva portato soltanto smarrimento misto a timore. Forse uno di loro doveva afferrare il gallo per le ali e tenerlo, poi magari legarlo per farsi indicare il sito in cui era celato il tesoro.
Erano mancate le forze e la prontezza per agire e non c’era più tempo. La luce lentamente si attenuò ed appena si ripresero dallo sbigottimento dissero, ad una voce:
– Peccato, era il momento che attendevamo per diventare ricchi. L’apparizione è stata troppo improvvisa. Pazienza!

Dolersi per non aver potuto parlare era ormai inutile. Si consolarono a vicenda ripetendo che forse era meglio continuare a viver da poveri; d’altra parte, secondo quel che avevano sempre sentito dire, coloro che scoprivano unu siddadu non l’avrebbero mai goduto appieno. Forse era assai meglio restare soltanto contadini!
La voce della visione si diffuse nel piccolo borgo destando commenti ed interesse, curiosità ed incredulità anche.
Dopo la morte dei due vecchietti, si racconta che un facoltoso uomo di Terranova abbia acquistato la casa con la segreta speranza che il gallo dorato ricomparisse per rivelare il nascondiglio del tesoro, certamente mai ritrovato.

Tratta da “La casa dell’acqua (leggende, racconti e visioni di Olbia)“, di Serafino Spiggia

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