La Chiesa di Sant’Antonio Abate di Decimomannu

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I documenti noti presenti nell’archivio parrocchiale, dove si fa menzione della chiesa, portano la  data del 1597 (testamento di Antioco Meloni), siamo alla fine del XVI secolo. Anche i documenti delle visite pastorali sono del 1599,  l’arcivescovo era monsignor Lasso Cederno.  La pila dell’acqua Santa è riferita a monsignor Del Vall (1587-1595).  Non  si conoscono altri documenti che ci consentano di stabilire l’esatto periodo di edificazione del tempio.

Documenti del XIV secolo ci parlano di parrocchia o rettoria  ma sono riferiti alle tassazioni e ai censi. Nel registro delle decime e censi del 1341 (Archivi del Vaticano, Pietro Sella), si legge che Bernardo Pereri  ricevette dal rettore di Decimo Mayori, della diocesi di Cagliari (Caller) la somma di 12 Libre Alfonsine 10 Soldi e 6 Denari. Il 3 marzo 1342 il collettore per la Santa Sede Simone De Olivetto riscuote dal rettore Don Gaddo  della parrocchia di Decimomannu la somma di 12 Libre A. e 15 Soldi. Nel registro dei redditi vari (1346 -1350) si legge che Simone De Olivetto riceve dal rettore di Decimo Maiore 4 Libre A., sempre in quel periodo, la chiesa di Decimomannu paga 6 Libre A. e 7 Soldi al sub collettore Raimondo Gileti. In un altro pagamento “pro ecclesia de Decimo Maiori”, 2 Libre A. e un soldo,ancora con altro documento è annotato un pagamento di 6 Libre A. e 3 Soldi.

La chiesa parrocchiale di Decimomannu, attualmente dedicata al patrono sant’Antonio Abate, fu costruita nel XVI secolo in stile gotico-catalano. Edificata originariamente con navata unica, tetto in legno che poggia su tre archi a sesto acuto, con tre cappelle molto belle, quelle di destra, queste hanno volte a crociera con nervature e gemme pendule . Il presbiterio, al quale si accede da un maestoso arco a ogiva, ha la volta stellare bella e particolarmente elegante. Di notevole rilievo sono i capitelli gotici delle cappelle. Il portale in stile lombardo polistilo con arco a tutto  sesto. Il campanile, era una torre campanaria poi modificata.  Nei periodi successivi furono aggiunte le tre cappelle di sinistra (forse XVIII secolo), in stile diverso dalle precedenti, certamente  più sobrie e meno eleganti con arco acuto, tetto a botte e non collegate tra loro. Solo nel 1931 furono fatte delle aperture che consentirono il  collegamento con tutta la chiesa. La facciata ha un rosone ma sino al 1923 aveva un’apertura rettangolare . La chiesa ha subito nel suo complesso molte modifiche non tutte fatte in maniera intelligente.

Nel 1599 [13 Febbraio] La chiesa aveva solo le tre cappelle sulla destra, oltre alla navata , dedicata alla Vergine il cui simulacro era posto al centro del retablo dell’altare maggiore. Questo era formato da altri quattro simulacri; Sant’Antonio abate Patrono del paese, San Giovanni Battista, San Giacomo e Santa Tecla. Le tre cappelle  erano dedicate ; al SS. Crocifisso,  San Sebastiano e alle Anime Purganti (del Purgatorio) ed in ognuna di esse c’era un retablo. Dello stesso periodo è la pila dell’acqua Santa che si trova nell’ingresso di destra. Sul bordo di questa c’è la scritta:

HICOSE POR MANDADO DEL ILL.MO Y R.MO S.R DON F.CO DEL VAL ARCOBISPO DE CALLER SIENDO CANONICO EL I.RE S.OR H.MO BRAVO

Si ha notizia anche di una visita dell’arcivescovo Del Vall del 1591, dal 22 aprile al 20 maggio. Il documento scritto in sardo , porta le firme di: Geronimo Bravo, Antioco Capai e Salvador Spiga.
Il 21.02.1607 l’arcivescovo Desquivel trovò la chiesa non molto diversa dalla visita pastorale precedente. Nella relazione della visita è riportato il nome del curato; Antioco Capai e che il retablo dell’altare maggiore era ben tenuto; la Madonna e il Bambino avevano il diadema dorato ed erano vestiti di seta bianca impreziosita d’argento e oro. I simulacri erano al loro posto e le tre cappelle non erano diverse da quanto descritto in precedenza; ma una di queste era dedicata alla Pietà anziché alle anime del Purgatorio e nella cappelletta del Santissimo oltre alla statua di san Sebastiano vi era un Crocefisso.

Tutte le volte che c’era una visita pastorale veniva fatto un inventario di quanto prezioso vi era in chiesa. Di questi si trovano le copie nell’archivio arcivescovile di Cagliari  , a statistica nell’ultimo periodo le visite pastorali erano programmate ogni otto anni: 1591-1599-1607.

Negli atti dell’Archivio Parrocchiale si legge che molti fedeli, pensiamo benestanti, si impegnavano con donazioni . Nel 1691 Sisinnio Suella pagava una Lira per comprare dell’olio d’oliva per la lampada del SS. Sacramento. Nel 1699 Thomas Piras donava per l’acquisto dell’olio della lampada del Santissimo: “Tre starelli di terra da arare nella zona di sant’Elena”, ne disponeva la valutazione e la relativa vendita secondo quanto stimato da cinque esperti del paese.

Nel 1633 furono trovate le reliquie di santa Greca e vennero trasportate nella sacrestia della chiesa parrocchiale , poiché ritenuta più sicura della chiesa rurale della Martire. Nell’occasione il paliotto della Chiesa fu sostituito con uno in marmo realizzato a spese del canonico Spiga.
Le reliquie furono sistemate in un sarcofago sul quale fu posta una lapide, molto bella, raffigurante la vergine deposta con un cuscino sotto la testa, le braccia incrociate e con una lunga veste che la avvolge .

I documenti della parrocchia di Decimo sono piuttosto carenti, solo nel 1677 furono creati i “Quinque Libri”, con molto ritardo rispetto a quanto voluto dai Padri del Concilio di Trento . Il 9 aprile del 1684 vi fu un’altra visita pastorale, da parte dell’arcivescovo Antonio de Vergara (1683-1685), in quell’occasione furono cresimate 43 bambine. Il registro della Causa Pia fu istituito nel 1687, purtroppo ancora una volta in ritardo, questo non consente di conoscere quanto accaduto nel periodo precedente; come pagamenti, realizzazioni di opere, manutenzioni o quant’altro fatto, sia nella parrocchiale che nelle chiese rurali attorno a Decimo. Dalla consistenza del primo registro della Causa Pia, 130 documenti, si può desumere che la chiesa non avesse molti beni. In questo primo registro si annota che il procuratore della Parrocchia era tenuto a pagare una parte per il mantenimento dell’arcivescovo e del suo seguito quando questi si recava in visita pastorale nel paese, così per la visita del Cariniena nel 1692 si spesero 15 Lire.  La parrocchia doveva pensare alle manutenzioni e al rifacimento delle chiese rurali  e all’efficienza della stessa, sia spiritualmente che materialmente.

Nel 1705 la chiesa fu sottoposta a modifiche e ampliamenti, i simulacri dei santi furono portati a casa di un certo Lorenzo Pisano che fu equamente remunerato . Nel 1744 si montò la fonte battesimale in marmo intarsiato, di notevole fattura, la parte superiore fu sistemata successivamente.
Il 1777 fu per Decimo un’ anno importante, si stava portando a termine la chiesa di santa Greca e si pensava a migliorie da apportare in parrocchia. Questa poteva vantare di custodire (dal 1633), parte del corpo di santa Greca nell’altare maggiore e una reliquia che si esponeva al pubblico per la festa di maggio. I sacerdoti ed il clero a Decimo quell’anno era composto da; Antonio Vincenzo Crispinu, Salvatore Montis e Salvatore Puxeddu, nel 1778 il Crispinu fu sostituito da pasquale Quironi. Questi vivevano dai “pii legati” delle messe e dovevano provvedere a 667 abitanti distribuiti in 174 famiglie.

Dal duplicato della Causa Pia risulta che il 15 maggio 1782 l’arcivescovo Melano fece una visita pastorale per la quale la parrocchia spese, si trattava di un contributo obbligatorio, 10 Lire 11 Denari e 5 Soldi. Una visita pastorale memorabile fu quella del  maggio 1789 quando venne fatta la ricognizione della reliquia di santa Greca, la prima documentata, fu necessario toglierla  dall’altare maggiore che era stato rifatto. Venne sostituito l’altare in legno con uno in marmo, quello che oggi possiamo considerare un’opera d’arte del XVIII secolo, come poche, in Sardegna e da altre parti .Il genio dei maestri intelvesi, quelli che chiamiamo marmorari, si esplica in stile barocco e rococò, con intarsi e bassorilievi in marmo di vario colore. L’altare inserito nel presbiterio a volta stellata esalta e viene evidenziato il complesso dell’opera, dando architettonicamente un’espressione con pochi uguali. Giovanni Battista Franco, nativo di Lanzo d’Intelvi in provincia di Como, per questo i marmorari erano detti anche comacini, era uno dei componenti una generazione di artisti infatti, oltre alle sue collaborazioni con Spazzi , erano suoi cugini Domenico e Santino e avevano il laboratorio nella Marina, fornivano le loro opere in gran parte della Sardegna. In particolare Giovanni Battista è autore dell’altare della chiesa di sant’Efisio, di quello delle Anime Purganti a Cagliari e anche di quello della chiesa di santa Greca come pure il pulpito. Nella parrocchiale il pulpito è sostenuto da una colonna che faceva parte della chiesa di san Niccolò, mentre nella chiesa di santa Greca la colonna di sostegno del pulpito è intarsiata in stile con dei marmi di vari colori. L’altare, poco sopra il tabernacolo, ha un’artistica finestrella dalla  quale si nota una cassetta che contiene le reliquie di santa Greca.

Nel 1789 i resti della Santa dopo la ricognizione, furono posti in un sarcofago di marmo bianco dentro il quale era contenuto un  astuccio sigillato contenente la pergamena dell’autentica fatta da monsignor Melano. L’altare della parrocchia è un contenitore di storia e d’arte, dal paliotto di un periodo precedente con la scritta del canonico Spiga, agli stemmi nobiliari riprodotti sui lati delle colonne che salgono alla nicchia del patrono .  Per destinazione è diventato il mausoleo di santa Greca. Sui sopragradi, solitamente pieni di fiori, si erge la nicchia che contiene la statua del Patrono, rifinita con dei marmi intarsiati ed adornata con due angioletti in marmo bianco.

Sant’Antonio Abate, dall’edificazione della chiesa è sempre stato Patrono dei decimesi, ma la chiesa gli è stata dedicata dopo la metà del 1700 ed è stata consacrata dopo il 1777.  La posa dell’altare iniziò nel 1788 come risulta dal “Libro duplicado de la Iglesia di Decimo-Mannu (1755-1805)”, dove vengono riportate le spese e le motivazioni di queste: ”per il vitto e l’alloggio dei maestri muratori e dei marmorari che innalzarono l’altare maggiore di marmo nella parrocchiale”, con altre cose si spesero Lire 117,10,6.

Le visite pastorali, erano frequenti e spesso determinanti per la vita del paese. I rapporti le relazioni ecclesiastiche influenzavano anche gli amministratori che in molti casi ne tenevano conto. Il sostegno economico era dato, alla parrocchia dall’Azienda di santa Greca. Nella visita pastorale del 1805 (20 aprile) monsignor Cadello fu severo e categorico nel dare disposizioni e ordini. L’ostensorio doveva essere accomodato e il “calvario” trasportato in cimitero poiché non ne aveva. La confraternita allora nominata del Rosario, doveva astenersi dal fare i rinfreschi in chiesa essendo un abuso e per l’impegno e dei fedeli che davano i contributi. I simulacri, quali pitture  e immagini che non erano in buono stato dovevano essere seppellite, non restaurate. Il clero del paese doveva assistere 940 anime.
Nella torre campanaria della chiesa c’era un orologio, che spesso si guastava , per tenerlo in ordine bisognava trasportarlo a Cagliari e pagare per il trasporto, che avveniva con i cavalli, e per la mano d’opera dell’orologiaio. Nel 1815 la torre campanaria diventa campanile. La famiglia Marroccu (Xintu), già munifica par altri interventi specie nella chiesa di santa Greca, volle sopraelevare la torre con un vano campanario. Lo stile la fattura della costruzione mal si adattano all’insieme della chiesa. Pur non conoscendo i motivi, la popolazione non fu d’accordo con i Marroccu, soprattutto economicamente, tanto che questa ingratitudine dei compaesani fu esplicitamente espressa in una “lapidaria epigrafe”:

MULTIS AFLICTA UNICO INSTAURATA BENEFITIA IN COMUNE COLLACTA OMNES A CIPIUNT ET NEMINI GRATIFICATUR HOC OPUS FIERI N. ANTIOCUS MARROCCU ERE PROPRIO ANNO DOMINI MDCCCXV.

Questa lapide interessò anche il conte Alberto della Marmora che  durante la sua visita a Decimo ne prese visione non senza meraviglia. Non comprendiamo come il nobile Marroccu avesse fatto affiggere la lapide se dichiarò in una seduta del consiglio comunale che si trattava di un regalo ai concittadini, naturalmente a certe condizioni. Riportiamo testualmente la delibera del 27 ottobre 1816:

Essendosi legittimamente congregato in casa dell’attuale Sindaco Pasquale Cabula il Consiglio cons.vo di questo vill. Che si compone dello stesso Sindaco Cabula e dai consiglieri Giuseppe Luigi Schirru, Ignazio Pusceddu, loscrivente Graziano Potito e Antioco Cruccas, con altra doppia giunta composta da Giuda Tadeo Murenu, dal terragliere Giuseppe Melis, dal maestro di carri Giovanni Tronci, dal contadino Giuseppe Orrù e dal tavernaro Priamo Cabiddu e con l’intervento del Maggiore di Giustizia Rocco Pisanu in assenza del delegato di questo dipartimento tutti del presente villaggio, che prestarono detti probi uomini il giuramento sopra il Baccolo del narrato Maggiore di Giustizia, dal predetto Sindaco si propone che il nobile don Antioco Marroccu di questo med.mo Villaggio  di suo buon grato a sue proprie spese ha fatto fare un orologgio per deccoro  di questa villa spesa molto utile e profittevole per gli abitanti  di questo luogo e massime dei contadini e viaggianti in ogni stagione dell’anno, col solo patto di non entrare esso nobile Marroccu, e né i suoi in avvenire, nella spesa della giornaliera dell’attendenza di detto orologgio e d’accomodamento a tempo e luogo che ne abbisognasse, ma per detta giornaliera s’obblighi d’oggi in avvenire questa comunità. Epperò instà ai congregati consiglieri e membri di detta doppia giunta che debbano risolvere ciò che a loro sembrerà più conveniente. Ed i congregati consiglieri e membri di detta doppia giunta unanimi e di comune accordo risolvano d’accettare come accettano l’offerta fatta da detto nobile Marroccu dell’orologgio, di cui trattasi, ed obbligarsi questa comunità alla giornaliera spesa si vorrà per una attendenza d’oggi in avanti, per esser troppo il favore ricevuto da detto nob. Marroccu, e l’amore e benevolenza sperimentata da esso nobile Marroccu verso questo comune , ed ecco quanto risolvono, si segna il consigliere Gavianu, non però tutti gli altri perché illetterati, ma fanno tutti i loro soliti segni, ed in fede.  Not. Ant’Angelo Serra , Pasquale Cabula Sindaco.

Monsignor Navoni arrivò a Decimo in visita pastorale il 13 maggio 1820. Il primo giorno impartì 200 cresime; in quel periodo la comunità contava 1050 abitanti.  La confraternita era dedicata al Rosario, non più al SS. Sacramento. I ministri del culto erano; il provicario Francesco Podda, Antonio Melis e il cappellano di santa Greca Stefano Deledda. Monsignor Navoni durante questa visita lasciò un decreto molto importante, in data 14 maggio 1820: … “Considerando che la chiesa filiale di santa Greca ha redditi sufficienti, ed è altronde obbligata a soccorrere la chiesa matrice nei suoi bisogni, vogliamo che sia chiusa la piazza della chiesa parrocchiale nell’estensione combinata col provicario parrocchiale  a spese dell’Azienda di santa Greca, onde possa servire di Campo Santo essendo già piene le sepolture esistenti nella chiesa di S. Vito, e nel cimitero; inoltre ordiniamo che la suddetta Azienda di santa Greca somministri annualmente a provicario Parrocchiale la somma di scudi dieci per distribuire almeno tre volte all’anno qualche premio a quelli che frequentando il catechismo si saranno distinti in apprenderlo come sarebbe un fazzoletto per le donne, una berretta o altro utile arnese per i maschi”.

Nel 1822 l’Azienda di santa Greca, per sostenere i cimiteri della parrocchiale e quello di san Vito (Santa Maria), spese 52,10 scudi, tutto come stabilito dall’arcivescovo Navoni. Negli anni seguenti, in base alle disposizioni date in precedenza , tutti i lavori e rifacimenti ad arredi e abbigliamenti ecclesiastici furono a carico dell’Azienda. Nel 1836 fu restaurato il campanile e nel 1842 fu fatto un nuovo archivio per l’argenteria della parrocchia. Nel 1855 si acquistarono 25° tegole colorate per manutenzioni della parrocchia e si pagarono 30 Lire per i sacristi che sorvegliarono la chiesa nelle notti durante i lavori. Dai documenti risulta che ad estrarre la sabbia dal fiume, necessaria per i lavori di ripristino del tetto, e trasportarla nei luoghi di raccolta, furono le ragazze di Decimo. Il 25 aprile 1873 il consiglio comunale, dopo anni che l’azienda di santa Greca aveva finanziato tutte le attività ecclesiastiche della comunità, decise :” per dimostrare una qualche ricompensa verso l’attuale parroco di deliberare per gratificarne l’opera svolta un mandato di 150 Lire. Si decideva ancora di pagare 200 Lire per un buon predicatore quaresimale e di aggiungere 100 Lire per l’indennità di viaggio e vitto. La delibera consiliare passò con un solo voto contrario quello del consigliere Bacchis. Dopo anni di diatribe, indecisioni e anche di incomprensioni, nel 1918 si decise di localizzare sulla strada che conduce ad Assemini l’area cimiteriale e di spostare il “calvario”  , questa volta quello di piazza santa Greca,secondo quanto disposto dal commissario Castiglia nello stesso cimitero.

Con l’avvento di don Maxia a Decimo, cominciarono le modifiche, migliorie o comunque novità negli usi e costumi ecclesiastici della comunità. Il reverendo volle  dare alla parrocchia un aspetto diverso, inizialmente nella parte esteriore poi un po’ in tutta la chiesa. Nel 1922 fu fatta una questua, nella comunità decimese per raccogliere fondi che poi sarebbero serviti per le modifiche e restauri. Il 25 febbraio 1923 si recò a Decimo in visita pastorale monsignor Piovella , il 5 marzo dello stesso anno si diede inizio ai lavori. La parte esterna e la facciata in particolare subirono trasformazioni, su di essa fu eretto un timpano triangolare sormontato da una croce, la finestra rettangolare sopra il portone fu sostituita da un’apertura circolare tipo rosone e furono eliminati i rozzi sedili in pietra. Con lavori successivi fu aggiunta la bussola nella porta della chiesa. Il pavimento di pietra fu rifatto con pianelle in cemento bianche e nere, furono eliminati gli altarini collocati di fronte ai primi  pilastri della navata. In questi altarini vi erano due quadri raffiguranti S. Francesco di Paola e S. Filomena, fu anche sostituita la colonna  alla pila dell’acqua benedetta  originariamente  in granito grigio, con una di pietra bianca proveniente da una chiesa campestre del paese. Gli arredi e i simulacri della parrocchia nel 1927 furono arricchiti, anche con i fondi dell’Unione delle figlie di Maria e l’interessamento della signorina Ida Murenu, si acquistarono dalla ditta cristiano Delago di Ortisei (Val Gardena) la nuova statua dell’Immacolata che fu inaugurata l’8 dicembre. Sempre da Ortisei furono acquistate le statue di S. Teresina del Bambin Gesù opera dello scultore Carlo Pancheri, nel 1925 e la statua di Sant’ Isidoro, nel 1926.

Il 1928 per Decimo e la sue chiese fu un anno storico. Gli avvenimenti registrati nei documenti per il futuro, la partecipazione della popolazione e dei fedeli di tutta l’Isola ancora sono vivi nella memoria del paese. La preparazione della parrocchiale, della chiesa di santa Greca e di tutti i decimesi  fu proverbiale, e per quanto tutte le cerimonie interessassero la nostra vergine e martire è “in primis” la festa a lei dedicata, una buona parte di attività interessarono anche la parrocchia. Già dal 13 gennaio, giorno successivo alla ricorrenza del martirio della vergine, il signor Raffaele  Mantega , presidente degli uomini cattolici e provetto muratore, su invito del parroco e previa autorizzazione dell’arcivescovo, dà inizio ai lavori per l’apertura del sarcofago di santa Greca, onde permettere la ricognizione delle reliquie. La grata di ferro sotto la nicchia del santo patrono permetteva la vista parziale del sarcofago, coperto da una lapide che aveva impresso un bassorilievo riproducente la martire adagiata sul fianco destro con le mani incrociate e con in testa una corona di rose. L’operazione di rimozione del sarcofago, monolitico, dovette essere fatta con grande attenzione e precauzione. L’atmosfera che regnava nella chiesa, per quanto con pochi presenti, era molto solenne. Il sarcofago nell’interno si presentò diviso in due loculi da una tavoletta. In uno dei loculi c’erano le reliquie avvolte in un panno di seta e un astuccio di zinco della misura di cm. 40 x 4 con i sigilli intatti che conteneva una pergamena in ottimo stato con l’iscrizione:

“ Die 20 maii 1789 disiecta templi ara maxima Graecae V.et M. in sarcofago cum epigrafe inventa riteque recognita summa religione in arca marmorea in ara splendidi ore forma extructa condita sunt, mandante ill.mo et rev,mo D. F. Victorio Philippo Melano a Sportula Archiepiscopo Calaritano Primate Sardiniae et Corsicae qui Hanc membranam reigestae monumentum sua manu obsignavit.

Nell’altro loculo fu trovata polvere avvolta in un panno di lino piuttosto deteriorato. Fu comunque una ricognizione quasi privata, quella ufficiale si tenne il 26 settembre [1928] alla presenza di monsignor Piovella.
Alle 16.30 circa, del 26 settembre, monsignor Piovella procede alla cerimonia ufficiale della ricognizione delle reliquie di santa Greca. Sono presenti: il medico dott. Niccolino Satta, Cav. Nino Serra, I signori Raffaele Mantega ed Enrico Casula, il canonico Giovanni Ligas Provicario Generale, il Teologo Benvenuto Dodero vice cancelliere della curia e il reverendo Eugenio Lai segretario dell’arcivescovo. Dalla ricognizione si evince che; mancano più della metà delle ossa e la testa, che non fu mai trovata. Bisogna ricordare che parte delle ossa furono trasportate in cattedrale quando fu trovato il corpo della martire (sec. XVII). Don Maxia, autore del “Liber Chronicus” dal quale si ricava tutta la documentazione storica, dal 1922, annota che le ossa della Santa: “Appaiono tenere, un po’ corrose dal tempo, di un colore giallognolo” .

Le ossa furono esaminate dal dott. Niccolino Satta, su preghiera dell’arcivescovo, classificate una ad una e date al canonico Ligas che le ripose nella cassetta d’argento, appositamente preparata per l’evento, mentre il cancelliere redigeva il verbale. Il dott. Satta esprime il suo giudizio sui reperti, asserendo che trattasi di una giovinetta di circa 20 anni e di periodo assai remoto. Viene poi letta la nuova pergamena scritta e miniata da Egidio Manca seminarista di Arzana:

“Sanctae Graecae Virginis et Martiris lipsana in sarcophago cum Epigrafe in templi parroccialis ara maxima incluso inventa relique recognita, summa religione in capsella argentea quae et in alea nucea condita e in arca metallica collocata sunto b fidelium pietatem mandante Ill.mo ac. Rev.mo D. D. Hernesto Maria Piovella , Archiepiscopo Calaritano, Sardiniae et Corsicae Primate, qui hanc membranam, rei gestae monumentum manu propria obsignavit. Haee justa preces D. Raymundi Mascia, Parochi loci. Decimomannu 26 Septembris 1928 Hernestus Maria Archiepiscopus.

Monsignor Piovella invita i presenti ad apporre la firma sulla pergamena che, con quella di monsignor Melano del 1789 viene riposta e chiusa nell’astuccio di zinco, questo  viene deposto sul fondo della cassetta in noce, sotto la cassettina d’argento: Inchiodati gli angoli di ottone, della cassetta di noce, questa viene sigillata e chiusa dentro l’ urna di bronzo dorato, anch’essa viene sigillata. Sulla cassetta d’argento fu posta una targhetta con la scritta: “ A santa Greca la gioventù femminile di Decimomannu- 26 settembre 1928”, sulla fodera di velluto cremisi, della cassetta in noce, la scritta è ricamata in argento:”All’amata Santa Greca la gioventù femminile di Decimomannu – 26 settembre  1228 . Per la devozione dei fedeli l’urna fu esposta, prima nell’altare maggiore della chiesa parrocchiale, poi nella cappella di santa Filomena della chiesa di santa Greca.

Dopo aver tolto il sarcofago dalla parte posteriore l’altare maggiore della parrocchia, fu necessario fare delle opere che rendessero visibile l’urna, attraverso un vetro e che rendessero sicuro questo loculo. Nel 1931 si pensò di rendere la chiesa più spaziosa e funzionale, poiché la popolazione era in   continuo aumento. Nelle cappelle di destra furono aperti degli archi ogivali e in quelle di sinistra si fecero delle ampie aperture, seguendo in entrambe i casi lo stile originale. Fu eliminata anche la scala in muratura  che portava al campanile e sostituita con una di legno che passando accanto alla stanza dell’orologio portava alle campane. I lavori erano diretti dall’ ingegnere Severino Bellisai, la spesa di 250 Lire fu sostenuta dal Comune. Venne ripulita la cappella del sacro cuore, rifatto l’intonaco, Lire250. La pittura fu  fatta dal signor Silvio Porrà di Cagliari, costo Lire 600. Le spese furono sostenute dalla società del Sacro Cuore. Il riaffresco delle cappelle prosegue l’anno seguente, le Terziarie Francescane, le Figlie di Maria e la società dell’Addolorata si fanno carico della spesa, Lire 1000 più il vitto per i lavoranti. Il lavoro fu svolto dai Signori Peppino Scano e il figlio, questi pitturarono le cappelle di san Francesco, L’ Immacolata e il Crocifisso. Tutti questi lavori furono fatti in previsione della visita pastorale di monsignor Piovella che però fu rimandata al 1934. La chiesa, nel 1938, fu dotata di impianto elettrico.

La chiesa di sant’ Antonio Abate negli anni trascorsi è sempre stata teatro di rinnovamenti,  migliorie ed avvenimenti che portavano letizia nella popolazione e nel clero. Ma nella notte tra il 12 e 13 gennaio 1940, ci fu un evento che rattristò molto la popolazione, tutti i fedeli decimesi e dell’Isola. Venne commesso un furto sacrilego, furono rubate tutte le “gioie” di Santa Greca, compresa la corona del Palladino, quella del 1928 con la quale fu incoronata. La ricostruzione di questi fatti non fu facile e portò al cambiamento del parroco, lo stesso Don Maxia fu accusato del furto. Egli dedica a questo fatto circa dieci pagine del “Liber Chronicus”, descrivendo il disordine della sacrestia della chiesa di sant’ Antonio, la sua costernazione, l’impressione nel paese, i suoi interventi presso le autorità e dando un elenco preciso del denaro e di quanto altro rubato.
Anche se cronologicamente non è stato annotato, nel luglio del 1918 la chiesa di sant’Antonio Abate subì un furto che comunque riguardò quelle che io amo definire “Le gioie” di santa Greca. In seguito a questo furto Don Maxia volle fortificare i locali della chiesa e la cassaforte dove erano custodite “le gioie” della Santa ,tutto questo non servì a molto poiché i malintenzionati non ebbero rispetto neanche per la loro Martire e concittadina.

La mattina del sabato 13 gennaio[1940], quando il sacrestano, un ragazzino con il fratellino entrano in chiesa per suonare le campane, l’Ave Maria, si rendono conto che la chiesa è aperta ma il prete non c’è, egli è ancora a casa sua in via Stazione. Addentrandosi nella chiesa il ragazzo trova la porta della sacrestia scardinata, per terra è pieno di calcinacci, si spaventa e va a chiamare i genitori. Intanto viene avvisato Don Maxia che “vola “ in chiesa e trova al cappella aperta ”…con una grande breccia di fianco nella spalla del muro, pietre e calcinacci nel limitare; dentro la Sagrestia tutto coperto di polvere, la Cassa Forte coi battenti delle porte aperti e davanti un cumulo di tiretti, cassette e carte sparse sul  pavimento…” così scriverà il prete sul “Liber Chronicus”. Le indagini sono alacri ma da un certo punto di vista faziose. Moltissimi furono interrogati e molti arrestati, ben 18 ma solo quattro rimarranno in carcere, questi saranno processati e condannati.

Il dramma riguardò particolarmente don Maxia, dal punto di vista umano. Pur essendo di indole sanguigna, sicuramente era molto devoto di Santa Greca e dopo tutti i progetti realizzati per porre in risalto la figura della Martire, sarebbe stato l’ultimo a compiere un sacrilegio di questo genere. I sospetti della polizia vanno verso il Parroco, poiché i tecnici dopo il rilevamento delle varie tracce, ritengono sia stata tutta una messa in scena. La situazione si complicò perché venne scritta una lettera anonima che chiedeva di concentrare le indagini su Don Maxia. Dopo tante sofferenze e patemi d’ animo e anche per intercessione del vescovo con una lettera, il Sacerdote fu scagionato, dovette testimoniare al processo. L’uomo non si riprese più dalle infamie subite,tanto che la sua storia a Decimo finisce. Nel Libro storico , il suo libro storico poiché nella Parrocchia di Decimo fu lui a inventarlo, Don Maxia scrive ”In tante angustie e dispiaceri, l’unico conforto lo trovavo nella S. Messa, nella preghiera e nella rassegnazione alla volontà del Signore, fiducioso che, come sempre, avrebbe provveduto per salvare me e gli altri innocenti”

Anche i giornali di quel periodo si interessarono all’ accaduto; dall’ Unione Sarda del 16 gennaio 1940: OGGETTI PREZIOSI per cinquantamila lire rubati alla Parrocchia di Decimomannu. Un grosso furto è stato consumato, la scorsa notte nel vicino comune di Decimomannu, in danno di quella chiesa Parrocchiale. I ladri dopo aver forzato la porta centrale d’accesso, sono penetrati nel tempio recandosi diritti nei locali della sagrestia dove han potuto, comodamente far man bassa di quanto in essa vi era custodito. Il bottino risulta assai dovizioso poiché i ladri sono riusciti ad impossessarsi di tutti gli oggetti preziosi: un diadema incastonato di brillanti, duecentosedici anelli, undici bracciali, venti paia di orecchini, dodici catene, quattro collane, nove fermagli. Il tutto secondo i primi accertamenti, ammonta ad un valore di oltre cinquantamila lire. Sono state trafugate inoltre, tremila lire in denaro liquido. L’Arma dei Carabinieri ha iniziato immediate ed attive indagini per la identificazione e la cattura dei ladri.

Le gioie di santa Greca e la corona non vennero mai trovate, la corona venne rifatta in altre due occasioni. Quella attuale la fece rifare Don Raimondo Podda prendendo a modello quella del 1928. Il 30 dicembre Don Maxia lascia la parrocchia di Decimo dopo18 anni  , trasferito a Quartucciu, partendo con il treno delle 7 del mattino. Nel pomeriggio, verso le 16 fa il suo ingresso in parrocchia il Reverendo Dottor Luigi Cherchi. Dopo la funzione religiosa ci fu un ricevimento in municipio, qui erano presenti il podestà Albino Collu, il vice podestà Rocco Pisano, il segretario ragionier De Chiara, il medico condotto dottor Eugenio Mallus, il pretore dottor Angelo Battaglia, il veterinario dottor Igino Mameli e molti altri invitati. Nel 1941 il parroco, Don Luigi Cherchi nato a San Sperate e proveniente da San Pietro di Pula, annota che in quel periodo ci sono a Decimo, nella parrocchia 20 chierichetti.

Negli anni a venire, sino alla fine della guerra non ci furono modifiche alla parrocchia, ma per tutta la comunità decimese fu un periodo triste.  I bombardamenti, che pur riguardando l’aeroporto, furono un pericolo anche per il centro abitato , non lasciarono pace tanto che il 31 marzo 1943 ci fu un furioso e disastroso bombardamento, morirono dei civili e militari, le salme di 18 avieri furono ricomposte nella chiesa di santa Greca. Lo stesso anno a Decimo si stabilirono i soldati  Americani, l’anno successivo muore Don Maxia a Quartucciu e lascia la parrocchia dottor Cherchi. Il 5 ottobre giunge da Villasalto, dove era stato per oltre sei anni, Don Antonio Sailis. Il 13 giugno 1946 fu inaugurata la casa parrocchiale. Tredici anni dopo la sua venuta a Decimo Don Sailis lasciò la parrocchia, il 12 settembre 1957, con questa annotazione ha termine a pag 195, il libro storico della parrocchia. Tutte le notizie che si riuscirà a raccogliere dopo tale anno saranno frutto di testimonianze che riguarderanno gli atti Comunali e quelli orali dei vari sacerdoti succedutisi a Decimomannu.

Una delle modifiche più infelici, da tutti i punti di vista, fu il cambiamento degli spioventi della facciata. Il timpano sul lato destro, vista chiesa, fu prolungato sino alla stanzetta dei documenti (ufficio parrocchiale) e tutta la facciata, campanile compreso, fu rivestita con dei lastroni di marmo. L’estetica della chiesa era decisamente brutta. Solo molti anni dopo venne restaurato il campanile  e riportato all’antico. Le lastre di marmo furono rimosse e la finestre ad arco riaperte, la struttura del campanile si mostrò solida, grazie a dei  robusti tiranti posti a due diverse altezze. Nel gennaio 1995 iniziò il restauro, terminato nel 1998, che riportò la facciata all’originale aspetto, quello del ‘500. La parte interna fu ancora, se possibile, modificata e consolidata sul lato destro negli archi ogivali di collegamento tra le cappelle. I disegni dei due angeli posti ai lati dell’altare maggiore, furono scrostati o intonacati. Altri fregi scomparvero, ma soprattutto la “barandiglia”  non è stata rimessa a posto , facendo perdere solennità al presbiterio che da bello sarebbe stato bellissimo

Angelo Sanna

 

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