La battaglia di Ajdu de Tordu

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Gerardo e Monico erano i due figliuoli di Don Guglielmo di Cervellon. Quando essi lasciarono Barcellona per venire in Sardegna a raggiungervi il padre, luogotenente nell’Isola per il re d’Aragona, erano mesti, perchè due belle catalane avevano pianto.

Ma il padre aveva loro scritto: – Fra i piaceri dell’amore il braccio diventa fiacco e l’animo si fa vile.  Cambiate il vostro serico giubbetto con una buona cotta di ma­glia; poneteci a lato una ben temprata lama di Toledo, e venite a trovarmi.  Vedendovi combattere al mio fianco i nemici del re, saprò se i miei figli sono degni di portare il nome dei loro antenati.

E i due fratelli abbandonarono la Cata­logna per mostrare al padre che non ave­vano nè il braccio fiacco, nè l’anìmo vile.
Nel lungo viaggio i due giovani pensa­vano alla guerra, e sognavano battaglie, pe­rigli, ed un potente desio di gloria imporporava le loro guancie e scordavano la patria ormai lontana; ma quando, nelle notti serene, sdraiati a poppa della nave, che, scivolando sulle onde tranquille del mare, muoveva verso la Sardegna, i venticelli della notte accarez­zavano i loro capelli, allora sospiravano e diventavano mesti, perchè pensavano a quelle due belle catalane con gli occhi umidi di pianto.

I due fratelli arrivarono in Sardegna nel tempo in cui i Doria facevano guerra a tutta oltranza agli Aragonesi., e minacciavano se­riamente Sassari.  Se questa importante città cadeva nelle mani dei Genovesi il re d’Ara­gona perdeva la metà dell’Isola.
Don Guglielmo di Cervellon, onde evitare un tanto pericolo, aduna un numero di sol­dati, quanto può maggiore, e ne affida il comando ai suoi due figliuoli.
I due giovani, orgogliosi del loro grado, muovono baldi e fieri incontro al nemico.
Presso Bonorva avvenne la battaglia e la vittoria sorrise ai due giovani capitani.  I sol­dati dei Doria fuggirono, e gli Aragonesi ri­masero padroni del campo di battaglia.

Questo primo trionfo rese ardito Gerardo, il maggiore dei due fratelli, e volle avere subito un secondo conflitto.  Egli sperava di vincere sempre, di farsi un nome di prode e valente capitano, e che la fama delle sue gesta gloriose giungesse così fino all’orecchio di quella bella catalana che aveva pianto tanto quando egli le disse addio.

Fratello, diceva Monico, vuoi tu oggi stesso muovere incontro al nemico?
Lo voglio, rispondeva Gerardo.
Pensa che i nostri soldati sono stan­chi per la battaglia d’ieri.
Ma oggi i nemici sono in rotta e hanno la paura nel cuore; domani forse, raf­forzati da nuove schiere, potrebbero renderci meno facile la vittoria.
Perchè non aspetti l’arrivo di nostro pa­dre?  Tu lo sai: egli può giungere da un istante all’altro con le sue migliori soldatesche.
Quando nostro padre arriverà, la ban­diera dalle quattro teste di moro sventolerà sulle mura della rocca di Sorra, ultimo baluardo dei Doria, e vedrà penzolare dai merli di quella bastita il corpo di quel traditore di un castellano venduto al nemico.
E sia come brami, Gerardo.  Che la vittoria ti resti fedele come la bella Gilda di Vasquez, che sposerai al tuo ritorno in Barcellona.
E te, o Monico, guidi e protegga nella pugna l’amore della leggiadra Mercedes di Centelles, la più ricca fanciulla d’Alicante, e che sposerai a guerra finita.

E i due giovani portarono alle labbra una fascia azzurra che pendeva dal loro fianco, dono delle due belle catalane.
Poi fu tolto il campo, e gli Aragonesi ri­presero la loro marcia attraverso un terreno montuoso, che rendeva assai difficile il cam­mino.
Andavano così da due giorni valicando monti, attraversando boschi, ed ancora non si vedeva il nemico.
Dove dunque erano andate le schiere dei Doria?

Avanti avanti! gridava Gerardo.

Era il mese d’ agosto, ed il caldo eccessivo. Gli alabardieri non potevano più cammi­nare, i cavalli erano coperti di sudore, e le armature dei cavalieri, percosse dai raggi di un sole canicolare, sembravano riscaldate dal fuoco della fucina.
Ma Gerardo gridava sempre: avanti! ed i soldati regi mormorando riprendevano la marcia penosa.
Giunsero così in un luogo chiamato Ajdu de turdu.
Si annunzia il nemico dagli esploratori.

Finalmente dice il figlio di Cervellon.

Appoggiata al margine di un bosco, una massa fitta, compatta, di Sardi e Genovesi sbarra il passo alle truppe del re d’Aragona. Gerardo sente bollirsi il sangue nelle vene ed esclama

Questa volta, non mi fuggirete.

E ficca gli speroni nei fianchi del suo bel cavallo d’Andalusia, che risponde con un ni­trito che pare un gemito; leva in alto la spada e si slancia, seguito da quattro compagnie di cavalieri, contro al nemico.

L’urto fu tremendo. I soldati dei Doria sembravano un muraglione di granito.  Le spade deì cavalieri Aragonesi tentano invano di fare una breccia in quel baluardo di petti.  Intanto di fianco e da tergo agli Aragonesi si avanzano nuove schiere nemiche.  Aragona! si grida da una parte; Doria, e Maria dell’Annunziata! si grida dall’altra, e la mi­schia incomincia, e si fa accanita.  I colpi si succedono con la rapidità, del lampo: le grida di rabbia, di dolore, di disperazione, di gioia feroce, assordano l’aria, e la strage degli Aragonesi incomincia.

Pochi cavalieri Aragonesi restano ancora sul loro cavallo, e combattono da disperati. Gerardo e Monico, primi fra tutti, tengono fronte all’irrompere sempre crescente del nemico.

Per il mio Dio, per il mio re, per la mia dama! esclama Gerardo, e tre nemici ca­dono colpiti dalla sua spada.

Ma furono questi gli ultimi colpi. I Sardi, strisciando come serpi fra i morti con un corto pugnale nella destra, sventrano ­i cavalli di quei pochi valorosi, e cavalli, cavalieri cadono a terra confondendo insieme, i loro gridi di morte.

A me, Monico! grida Gerardo cadendo.
A me, Gerardo! risponde Monico che sente vacillare il suo cavallo.

E i due fratelli si guardano per l’ultima volta e tentano, ma invano, di difendersi ancora.

Mercedes! grida Monico sentendosi venir meno la vita per una larga ferita ri­cevuta là dove la grogiera si unisce all’usbergo.
Gilda! dice Gerardo che muore colpito al fianco dalla lunga spada di un Genovese.

E così i due figli di Don Guglielmo di Cervellon morirono pronunziando i nomi delle due belle catalane, che piangevano tanto quando essi lasciarono il regno d’Aragona.
La morte dei due giovani condottici accelerò la sconfitta degli Aragonesi.  I pochi che resistevano ancora, fuggirono, portando così il terrore e lo spavento nelle nuove schiere che allora giungevano, guidate dallo stesso Don Guglielmo di Corvellon.  Fu una fuga generale, e il Luogotenente del Re si trovò quasi solo sul campo di battaglia. Egli volse intorno lo sguardo e, vedendo tanta strage dei suoi gridò:

I miei figli?

Nessuno rispose.

Allora scese da cavallo, e seguito da pochi scudieri si pose a cercare fra i morti. Mezzo sepolto dal suo cavallo vide Gerardo; il giovane capitano stringeva fra le livide labbra una fascia azzurra che pareva avesse voluto baciare prima di morire.  Più lontano giaceva Monico, il più giovane dei due condottieri.

Il misero e vecchio padre s’inginocchiò presso i cadaveri dei suoi due figliuoli; pianse; e pregò.

Poi rimontato in sella, e seguito da due soli scudieri, si pose a galoppare come un pazzo per la campagna.  Si tolse di capo l’elmo perchè gli pareva che fosse di fuoco. Dopo quattro ore di una corsa sfrenata, arrivò al margine di una foresta, e si fermò.  Gli scudieri lo aiutarono a scendere di sella e vedendo come egli mal si reggesse in piedi lo adagiarono sul terreno.

Ho sete disse Guglielmo di Cervellon, con voce rauca.

I due scudieri si posero a cercare un poco d’ acqua, ma invano, che in quel luogo pa­reva di essere fra i deserti dell’Africa.

Abbrucio!… acqua!… una goccia sola!… gridava intanto il misero luogotenente con voce che gli usciva.come un sibilo dalle aride fauci.

E l’acqua mancava!

Una goccia sola per la mia parte di paradiso!…

E nemmeno un po’ di fango per mettere sulle sue labbra che bruciavano.

Acqua!… fu l’ultima sua parola.

I due scudieri tornarono presso il loro signore, senza trovare di che saziare la di lui sete ardente e lo trovarono morto. Cosi, in quel dì 10 agosto del 1347, morì Don Guglielmo di Gervellon, il quale aveva giurato di far padrone di tutta la Sardegna il Re d’Aragona.
Pietro III, giudice di Arborea, raccolse il cadavere del misero luogotenente e gli diede onorata sepoltura nel castello di Goceano.

Tratto da: Leggende e cronache dei tempi antichi in Sardegna, di Giuseppe Bargilli.

Paolo da Ozieri: http://webalice.it/ilquintomoro

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