Il tesoro magico del ricco avaro - Contus Antigus

Il tesoro magico del ricco avaro

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tesoro magico

In un piccolo paese era morto un uomo che, in vita, si era comportato non proprio in linea con la strada che porta in Paradiso.

Aveva accumulato molti beni, anche frodando il prossimo, ma quei beni non li aveva spartiti con nessuno, rivelandosi della peggior specie degli avari con chi, nel momento del bisogno, si era rivolto a lui in cerca di aiuto. Si era, anzi, privato egli stesso del necessario per accumulare.

Tra i beni che possedeva  vi era pure una casa e questa, rimasta non abitata dopo la sua morte, venne data in affitto da un suo lontano parente. La famiglia che aveva preso in  affitto la casa, l’aveva occupata in pochi giorni, poiché era da tanto tempo che ne cercava una.

Si apprestavano a trascorrere la prima notte di riposo nella nuova casa dopo quasi una settimana di fatica per la pulizia ed il trasloco. Non erano trascorse che poche ore dal momento del loro ritiro, che cominciarono a sentire degli strani rumori: le sedie si rovesciavano senza che nessuno le toccasse, il tavolo addossato a una parete improvvisamente cambiava di posto, le lampade accese si spegnevano da sole.
Dapprima pensarono a allucinazioni dovute magari alla stanchezza, ma poi dovettero ricredersi e prendere atto di quanto realmente accadeva. In poco tempo fecero fagotto lasciando di nuovo la casa sfitta. La notizia si sparse nel giro di poche ore e la gente non mancò di fare commenti sull’accaduto. C’era chi diceva che si trattava di scuse per non pagare l’affitto, chi che fossero degli esaltati e chi questo e chi quello.

Di lì a qualche giorno si presentò un altro inquilino. Pattuito il prezzo dell’affitto, la occupò nel giro di pochi giorni. La prima notte trascorse in tranquillità. La seconda cominciarono a notare degli oggetti spostati. La terza si convinsero che quanto detto dagli inquilini precedenti doveva essere vero. Lasciarono la casa gli stessi giorni e poi giunse un altro e un altro ancora.

Ormai la fama della casa piena di spiriti si era sparsa dappertutto e nessuno voleva più prenderla in affitto. Contemporaneamente si sparse la voce sul motivo della presenza degli spiriti: il padrone defunto aveva un tesoro nascosto e cercava di liberarsene confidando il segreto a qualcuno degli inquilini, ma questi, intimoriti dagli strani movimenti, non arrivavano mai a permettergli di presentarsi e così ricevere il messaggio. La forza che il demonio esercitava sulla sua anima era grande, ma la forza di Dio che lo chiamava a redimersi era ancora più grande.
Perché il messaggio potesse essere affidato, ci voleva una persona che non avesse paura, ma tutti coloro che avevano abitato la sua casa si erano rivelai dei paurosi.

La voce giunse alle orecchie di un ciabattino il quale escogitò un dettagliato piano per superare gli ostacoli.
«Se mi lascia abitare gratuitamente la casa, ci vado io ad abitarla!» propose alla padrona. Questa non era molto propensa  a dargliela gratuitamente, anche perché l’affitto le serviva per arrotondare i suoi magri guadagni e così tirare avanti. Ma il ciabattino tanto insistette che alla fine la donna acconsentì, tanto più che voleva dimostrare alla gente che la casa poteva essere abitata regolarmente. Dunque, visto che nessuno ci voleva andare ad abitarla, decise di affidarla al ciabattino. Costei era anche credente ed era preoccupata perché l’anima del suo parente non restasse senza pace. Possedeva poco e quel poco lo compartiva con i poveri. Aveva fatto celebrare anche delle messe  in suo suffragio.

Il ciabattino si era fatto aiutare nel trasloco delle sue poche masserizie e in pochi giorni aveva occupato la casa. L’uomo era povero e le dicerie sull’esistenza di un tesoro nascosto in quella casa lo allettava abbastanza. In proposito aveva sentito tanti racconti e molti erano a lieto fine, dal momento che chi sapeva resistere fino in fondo riusciva ad impossessarsi del tesoro.
«Se mi va bene il colpo –diceva il ciabattino- sarà la volta buona che mando a quel paese deschetto, pece e spago che mi trovo ogni giorno tra le mani!». Già s’immaginava vestito da signore, con le mani ben curate e pulite e non com’era stato fino ad allora, con le mani sempre nere anche se se le lavava spesso. Ma questi non potevano essere che sogni.

Per il momento doveva accontentarsi di riparare scarpe che puzzavano a dieci metri di distanza e tacere. Tacere e chinare la testa, fino ad avere gli occhi quasi appiccicati alla scarpa sulla quale stava lavorando. Non per nulla i ciabattini, da sempre, finivano la loro vita ciechi. La luce era sempre fioca e per vedere dovevano chinare il capo  fin quasi a toccare con la punta del naso il deschetto. E intanto, con la pietra vulcanica liscia e piatta poggiata sulle ginocchia batteva, a ritmo serrato, la suola cercando di renderla più malleabile. Lavorava fino a tardi per racimolare qualche soldo per tirare avanti. I ciabattini allora non vivevano certo nell’agiatezza, come del resto molte altre categorie di lavoratori. Venivano pagati per il loro lavoro con i prodotti della terra: grano, cereali in genere e un po’ di carne da parte degli allevatori ed era il tanto che appena bastava per non morire di fame.

Immerso nei propri pensieri e tirando lo spago con tutta la forza che aveva, non si ricordava neppure perché fosse andato ad abitare in quella casa.
All’improvviso una voce ruppe la sua meditazione. Disse:
«Posso scendere?».
Il ciabattino ebbe un tuffo al cuore e di colpo tornò alla realtà. Si girò intorno ma non vide nessuno e d’altronde era impossibile che vi fosse qualcuno poiché, data l’ora tarda, aveva da un pezzo chiuso porte e finestre che davano sulla strada. Dopo un poco la voce si fece sentire ancora e questa volta ripeté ancora più forte:
«Posso scendere?».
Il ciabattino stavolta era sicuro di averci sentito bene e, fattosi coraggio, rispose:
«E scendi!».
Ma ancora nessuno si fece avanti. Per tre volte la voce misteriosa chiese:
«Scendo?» e per tre volte il ciabattino rispose: «Scendi!»
A un certo punto, stanco di aspettare, il ciabattino non ne poté più e in tono risentito disse:
«Ma se devi scendere, scendi! Perché mi lasci con quest’ansia? O ti diverti a farmi perdere la pazienza?»
Come se avesse ubbidito a un ordine, d’improvviso la voce prese corpo ed apparve davanti all’allibito ciabattino che a malapena riusciva a trattenere l’orrore: una figura umana, o almeno un apparizione in sembianze umane, si era materializzata a fianco del deschetto dove l’uomo lavorava. Quell’essere era scosso da violente convulsioni che si sforzava di trattenere e cercava di stare calmo. Sembrava quasi volersi scusare per il fastidio che sicuramente arrecava, cercando di rassicurare l’uomo. Questi, visto che l’ospite aveva un certo sussiego nei suoi confronti, si fece coraggio e in tono deciso gli chiese:
«E tu chi sei?»
«Sono Perrìa»
«E cosa sei venuto a fare qui?», chiese il ciabattino.
«Ascolta, ti devo raccontare la mia storia…» e prese a raccontare tutta la sua storia, come se finalmente si liberasse  di un grosso peso che l’angosciava, fino a svelare il luogo esatto dove era conservato il suo tesoro, come lo aveva accumulato e le raccomandazioni sul cosa fare per liberare la sua anima dai tormenti che subiva a causa di quell’accumulo indebito.

L’uomo, che ormai era padrone di casa, non aveva bisogno di sentire altro. Aveva notato che l’ombra portava ai piedi degli enormi unghioni uncinati, simili ad artigli d’aquila, ma molto più grandi e acuminati.
Per nulla spaventato, si preparò all’azione: trasse furtivamente da sotto il deschetto un cordone benedetto che si era fatto prestare da un frate. In un attimo lo passò al collo della strana creatura che cominciò a dimenarsi, cercando di divincolarsi. Ma ormai non poteva più farlo.

Per quanti sforzi facesse e chiedesse di essere liberato, l’uomo lo stringeva sempre più fortemente e gli imponeva di ubbidirgli. Lo sconosciuto pian piano si faceva più arrendevole e alla fine si chetò, diventando docile e remissivo.
«Resta buono e tranquillo fino a domattina», disse il ciabattino. Mancavano ormai poche ore all’alba ed era ben deciso a non mollare. Avrebbe sacrificato quelle ore di sonno ma quella storia sarebbe finita e lui sapeva bene come.

Giunse così l’alba e il paese cominciò a svegliarsi. Il nuovo giorno era stato annunciato dal canto di numerosi galli e più tardi dallo scampanio della campane della chiesa di Santa Barbara che suonavano l’Ave Maria.
Era giunto il momento di agire.
L’agitazione dell’essere legato, quando cominciarono a suonare le campane, cominciò a crescere ma il ciabattino lo teneva ben stretto e non poteva divincolarsi e poteva ordinargli ciò che voleva.
Preso un cappio del cordone trascinò l’essere in strada e lo costrinse a seguirlo. Questi chiedeva in continuazione dove lo stesse conducendo e ogni tanto tentava di liberarsi, ma invano. Il ciabattino gli ordinava di star zitto e di seguirlo.

Pian piano si avvicinavano dove il ciabattino era diretto e sempre più l’essere misterioso recalcitrava e sbavava gridando la propria impotenza. Rassomigliava a un’aquila cui fossero state tagliati gli artigli e spuntato il becco. Voleva aggredire la preda ma non poteva. Immagine di colui che ha peccato ed è combattuto tra il desiderio di riscatto e la tentazione di continuare nell’errore.
Il ciabattino dovette faticare alquanto durante l’ultimo tratto di strada. L’essere legato si accorgeva di avvicinarsi in un posto molto pericoloso per lui. Ormai erano nel piazzale antistante la chiesa e quegli cominciò a urlare: «No! No!».

Il ciabattino era però irremovibile e con un gesto imperioso lo costrinse a varcare il portone della chiesa tra le urla lancinanti che laceravano l’aria e le orecchie del suo guardiano.
Sudato e ansante, con un ultimo, sovrumano sforzo, lo fece avvicinare alla pila dell’acqua santa e, come poté, ne prese una manciata e la spruzzò addosso all’essere legato. Allora avvenne un fenomeno stupefacente: l’essere, con un ultimo urlo lacerante, si dissolse in una nuvoletta di fumo.

Il ciabattino si ritrovò solo, con il cordone libero in mano. Barcollando per l’emozione si inginocchiò tremante sul primo banco che incontrò, pregando sommessamente. Allora gli parve di sentire dentro il suo cuore un coro angelico che cantava Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà!
Dentro di sé capì che la misericordia di Dio aveva liberato quell’anima dall’invasione del demonio e che quel giorno si era fatta festa  in Cielo. Poi capì anche che da quel giorno la sua vita sarebbe cambiata perché il tesoro del ricco avaro era suo.
Il ciabattino, tornato a casa, trovò subito il tesoro del ricco avaro e diventò ricco a sua volta.
Ma non cessò mai di essere misericordioso e generoso con i più sfortunati di lui.

Gian Paolo Marcialis

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