Il segreto di Sant'Eulalia - Contus Antigus

Il segreto di Sant’Eulalia

Tempo di lettura: 3 minuti

Quale meraviglioso segreto è stato per secoli celato sotto la parrocchia di Sant’Eulalia a Cagliari?

Nella Guida di Cagliari e dintorni del Canonico Spano riporta:

“…Salendo dritti da questa contrada si arriva alla via Gesus, e volvendo in fine a diritta, s’incontra subito il piazzale della chiesa di Sant’Eulalia, nel quale vui fu costrutto un cisternone dal municipio, per uso del popolo nel 1857…”

Lo Spano scrive queste righe nel 1861 senza neppure immaginare quale meravigliosa sorpresa fosse celata sotto le fondamenta dalla chiesetta dedicata alla vergine santa potrettrice di Barcellona. E’ necessario attendere per più di un secolo, più precisamente i primi anni del 1990 quando, in occasion di alcuni lavori di ristrutturazione fu portata alla luce un tratto di strada lastricata larga 4,2 metri e lunga circa 16 metri.
In seguito a questo primo ritrovamento fu impostata una campagna di scavi attraverso la quale è stato studiato e reso accessibile l’attuale ambiente sotterraneo (il dislivello massimo rispetto al piano di campagna è 8,5 m) di circa 800 mq.

La strada è di epoca romana, in perfetto stato di conservazione, è databile intorno al I secolo d.C. gli studi condotti hanno portato a pensare si estendesse sino al porto dell’antica città di Karales e, la mancanza sul selciato dei tipici segni del passaggio di carri, ha portato ad ipotizzare si trattasse di una strada pedonale sacra che avrebbe condotto ad un tempio dedicato probabilmente al culto della dea Iside (divinità questa importata dai Romani dall’Egitto). Sotto la strada è stata individuata una rete fognaria a cui è collegato un vespasiano, particolare che accredita la tesi secondo la quale i ritrovavementi dovessero fare parte di un importante luogo pubblico.

 

Nella foto a lato è visibile un tratto della strada e, al centro della stessa, l’imboccatura di un pozzo risalente al 1600 collegato ad una preesistente cisterna romana la cui capienza si aggira intorno ai 33.000 m³ d’acqua.

 

Lungo i lati della strada sono stati ritrovati i resti di altre costruzioni edificate in epoca altomedievale (V-VI secolo d.C.) si pensa per scopi difensivi (a tal proposito è interessante notare che queste costruzioni hanno ridotto di un metro circa la larghezza originale della strada).
Da ricordare che, dopo la caduta dell’impero romano, le continue incursioni vandaliche e, in seguito, saracene, costrinsero il nucleo cittadino a spostarsi verso il più sicuro entroterra dove sorse la città giudicale di Santa Igia (Santa Gilla). In altri ambienti, sempre adiacenti alla strada, si possono osservare alcune vasche utilizzate come abbeveratoi per gli animali che venivano legati ad esse attraverso dei piccoli fori. Il ritrovamento di resti di pasto, stoviglie e monete di epoca vandalica, testimoniano la assidua frequentazione del luogo nel periodo paleocristiano. Sono numerosissime soprattutto le lucerne rinvenute nell’area, gran parte delle quali accuratamente restaurate, con le caratteristiche decorazioni simboliche del cristianesimo delle origini: pesci, uccelli e croci arcuate. All’interno dell’area si troverebbero i resti di quella che molti hanno identificato come la famosa Turris Leapolae; lo stesso canonico Spano ipotizzava la presenza nell’area parrocchiale della oramai scomparsa torre. In realtà gli studi più recenti non hanno purtroppo confermato questa affascinante teoria, i resti rinvenuti non sono, a detta degli archeologi, i resti della torre ma dei contrafforti seicenteschi costruiti per garantire maggiore stabilità alla sovrastante chiesa.

Nell’area si contano numerosi pozzi e cisterne dai quali,  in un passato neppure tanto remoto – vedi testimonianza dello Spano, veniva prelevata, nonostante l’estrema vicinanza al mare, acqua dolce. A tal proposito si pensi che nel I /II secolo D.C la linea del mare arrivava fino l’attuale via Sardegna.

Per chiudere è d’obbligo citare il Museo Parrocchiale, in particolare nelle foto a seguire una lapide marmorea ed un argento qui custoditi.

 

Foto:Andrea Gambula

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