Il primo sciopero generale d’Italia

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La folla si era accalcata numerosa nel piazzale della direzione.
La gente cercava di aggiornarsi sullo sviluppo delle trattative ma, dopo l’illusione e la speranza di ricevere qualche notizia positiva, puntuale arrivava la delusione per la smentita.

Qualcuno interpretava l’umore dei dirigenti che ogni tanto si affacciavano alle finestre del palazzo della direzione, qualcun altro diceva che i soldati non sarebbero mai arrivati. C’era invece chi sapeva che avevano ripreso il cammino verso la Valle dopo una breve sosta nell’azienda agricola di Grugua.
Era un continuo alternarsi di umori contrastanti: la rabbia e la soddisfazione, la paura e il coraggio, la voglia di usare la forza e la forza di avere pazienza.
Ma il fatto di stare insieme e battersi per gli stessi obiettivi spronava anche i più timorosi, faceva sentire tutti più forti e liberi.Per un giorno si assaporava la soddisfazione di non chinare lo sguardo davanti a quello del direttore. Per una volta la rabbia e la paura s’invertivano. Era questo il motivo per cui Georgiades aveva chiamato i soldati, per difendere se stesso dalla paura e dalla rabbia degli operai.  
L’attesa durava già da troppe ore,  la stanchezza e la tensione cominciavano a pesare sulla lucidità di chi aspettava nella piazza e di chi trattava negli uffici.
I soldati erano partiti in treno da Cagliari e avevano fatto sosta durante la notte a Villa di Chiesa. Ripreso il cammino, all’alba, attraversarono le campagne giungendo ormai stanchi, a fine mattinata, nella Valle della Calamina.

Su ordine del direttore Georgiades, tre addetti alla falegnameria avevano quasi finito di preparare i locali in cui si sarebbero sistemati i soldati.
Il 42° reggimento di fanteria era composto da giovani inesperti che avevano addosso la stanchezza del viaggio e la preoccupazione per le ostilità e le invettive ricevute dai manifestanti.
Il clima di scontro non faceva presagire nulla di buono. Georgiades prendeva tempo, forse aspettava ordini superiori da Parigi dove aveva  sede generale la Malfidano.
Durante la trattativa con la lega appariva fermo sulle sue decisioni ma fumando continuamente tradiva una certa tensione. L’ing. Achille Georgiades  non capiva bene i motivi della protesta dei minatori, per lui era scontato che i suoi dipendenti fossero obbligati a chinare la testa.
Chi non era d’accordo con le sue decisioni, sarebbe potuto andar via. Per lui, licenziare centinaia di operai non sarebbe stato un problema perché altrettante centinaia si sarebbero offerti di lavorare anche per una paga più bassa. La miseria era tanta, ed era su questo “piccolo particolare” che si basavano i rapporti di lavoro.
Che cosa pretendono Cavallera, Battelli e gli altri rappresentanti dei lavoratori? E’ ora di smetterla di aizzare quei disgraziati contro la società Malfidano!

Intanto la folla si avvicinò minacciosamente verso la falegnameria chiedendo che gli uomini incaricati di allestire i locali sgombrassero l’officina e lasciassero soli i militari. Questi ultimi, forse pensando di intimorire i più esagitati e prevenire qualche gesto inconsulto, ebbero l’ordine di armare le baionette e caricare i fucili.
Si era quasi arrivati al punto di non ritorno, le urla divennero sempre più insistenti così come le provocazioni.
Improvvisamente, partì una fitta sassaiola verso i locali della falegnameria. I sassi provenivano dall’alto,  lanciati da qualcuno appostato all’interno del parco della direzione oppure da qualcun altro, nascosto sulla collina della “Scuola di musica”.
Sicuramente, chiunque fosse stato l’autore di quella sassaiola, non ne avrebbe potuto prevedere le tragiche conseguenze.
Alcuni vecchi testimoni, ormai scomparsi, raccontavano particolari inquietanti cui ormai è impossibile trovare riscontro.
Secondo una versione riportata da Giuseppe Dessì nel libro “Paese d’ombre“, veniva formulata l’ipotesi che, allo scopo di far scattare la reazione dei soldati, la direzione avesse pagato qualche provocatore senza scrupoli estraneo alla Valle.  
Secondo un’altra versione, meno conosciuta, si attribuivano precise responsabilità a un ex galanziere di Carloforte, assunto poco tempo prima come guardia degli uffici.
L’uomo non godeva di buona fama fra la gente della Valle e questo perché, durante una protesta, aveva tradito i colleghi battellieri schierandosi dalla parte della compagnia mineraria. Gli operai della Valle lo consideravano poco affidabile, addirittura una spia dell’ingegner Gergiades.
Alla sua morte, i minatori, ne impedirono la sepoltura nel cimitero di Santu Nicolau. Non potevano aver dimenticato le sue responsabilità nei tragici eventi del 1904 e così, senza nessun onore, né gesto di pietà, il suo corpo tornò nell’isola di San Pietro tenuto al di fuori dello scafo di una bilancella.

Purtroppo, durante la sassaiola, uno dei militari venne colpito alla testa subendo una forte perdita di sangue. Il nervosismo e il senso di paura fece sentire in serio pericolo i soldati i quali, imbracciando i fucili spararono alcuni colpi ad altezza d’uomo e altri, più numerosi, in aria.
Si era ormai di fronte all’inizio della tragedia.
Due minatori vennero quasi istantaneamente colpiti a morte e almeno una decina di loro rimase gravemente ferita. In pochi minuti videro oscurarsi il cielo, fra le braccia dei soccorritori, Felice Littera e Salvatore Montixi, le prime vittime. Giustino Pittau, gravemente ferito, morì quindici giorni dopo il ricovero nell’ospedale di Villa di Chiesa e Giovanni Pilloni pur riportando gravi ferite alla testa riuscì a salvare la vita sopportando diversi mesi di sofferenze.

Mentre alcuni scappavano e imprecavano, altri soccorrevano i feriti fra i quali c’era un certo ”Peppi Grassu” a cui era stato spezzato un braccio. Squarciavano l’aria le urla di disperazione dei compagni, delle mogli e dei figli delle vittime. Il rumore delle fucilate e le stesse urla dei feriti giunsero fino alla piazza degli uffici dove erano riuniti i rappresentanti della lega, la direzione aziendale e le autorità militari. Giuseppe Cavallera, capo della lega dei minatori, si precipitò sul luogo dell’eccidio facendosi largo fra la folla.
Quando giunse la sera, il 4 settembre 1904, il cielo si colorò di rosso e il mare si macchiò di sangue al tramonto, come il piazzale delle officine di fronte ai forni di calcinazione. Dopo le urla e il pianto arrivò il silenzio, un’angoscia profonda avvolse la Valle della Calamina.
Il tempo sembrò bloccare una sequenza d’immagini destinate alla storia.
Quattro minatori uguali e diversi fra loro uniti nel destino, “quattro mori” che decisero di levarsi la benda dagli occhi, proprio come il simbolo dei sardi. Quella domenica, questi minatori riscattarono la propria dignità e forse, inconsapevolmente, anche quella di un intero popolo di uomini e donne della miniera.

Roberto Fadda – La Valle della Calamina

Vedi anche: La Valle della Calamina

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