Il Mosaico della Tradizione

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Andrea Muzzeddu è direttore del “Notiziario di AGGIUS” Periodico di informazione Cultura e Storia della Gallura. In passato è già stato nostro graditissimo ospite allorchè pubblicammo un interessantissimo articolo sull’insegna dei Quattro Mori . (NELLO STUDIO DELL’ARALDICA LE RADICI DI UN POPOLO I QUATTRO MORI, OVVERO L’INSEGNA DELLA SCHIAVITU’).

Il direttore è oggi nuovamente nostro graditissimo ospite con nuovo intervento che andiamo a proporvi integralmente, buona lettura.

UN INVITO E UNA PROPOSTA CHE RISSUME IN SÉ IL CARATTERE DI SFIDA: «PROVIAMO A RINASCERE RICOSTRUENDO LA NOSTRA IDENTITÀ DI POPOLO»

IL MOSAICO DELLA TRADIZIONE

andreamuzzeddu@tiscali.it

La cultura di un popolo è costituita dall’insieme dei diversi aspetti socio/economici che caratterizzano le relazioni e l’organizzazione di una comunità. Essa si presenta come un mosaico formato da tasselli di diversa forma e colore che, nonostante le loro differenze, nell’insieme esprimono una figura unitaria, identificabile e corrispondente all’idea dell’artista che l’ha forgiata. Quest’artista è il popolo che esprime la sua idea di società così come l’ha elaborata attraverso l’esperienza maturata nei secoli, di generazione in generazione.

I DIVERSI ASPETTI DELLO STESSO PROBLEMA
Ciò che vorremmo ricomporre, riunendo i vari pezzi di questo mosaico, è l’anima della Gens Sarda che, formatasi in un contesto ambientale particolare ed in relazione ai gruppi etnici insediatisi all’interno dell’isola1, ha sviluppato tecniche di sopravvivenza (gli elementi della produzione economico/materiale), di trasmissione della memoria e della creatività (gli aspetti della produzione artistico/culturale) e d’identità sociale (il tessuto giuridico, morale e religioso) diversi e, nello stesso tempo, in relazione di reciprocità con l’éthos degli altri gruppi sociali limitrofi2.
Se andiamo osservando, di volta in volta e separatamente, i tasselli di questo mosaico, dimenticandoci di avere una visione d’insieme, allora non avremo che la frantumazione dell’idea centrale che regge il “costume di vita” della comunità di riferimento. Così facendo siamo obbligati ad accontentarci di “briciole di idee”, e dare a queste briciole, che non sono che una parte dell’intero, il valore dell’unità etnologica, che di fatto non le appartiene. Tutto ciò non fa altro che “contaminare” la verità storico/tradizionale di un popolo, perché l’aspetto da noi colto come verità, ricavato da una porzione di essa, è una “verità incompleta”, per non dire “distorta” e che comunque, se non abbiamo riferimenti correttivi, tendiamo a diffondere come “pura verità”.
Lo stesso ragionamento vale per l’errata unione dei pezzi del mosaico, dovuta ad un’insufficiente interpretazione del fatto etnografico considerato, a causa di un mancato approfondimento, o per la scarsità della ricerca, o per sovrabbondanza delle attribuzioni di derivazioni magico-rituali da altre culture. Ciò comporta, per esempio, una totale dipendenza della cultura indigena dalle culture esterne, anche quando queste hanno intrattenuto con gli isolani scarsi contatti, o contatti filtrati da altre potenze militari e commerciali. È il caso della mitologia greca che diversi ricercatori insistono ad inserire nel tessuto isolano, anche basandosi su fragili elementi. Questo non significa che si vuole escludere del tutto l’influsso ellenico, ma semplicemente ricordare che questo è penetrato nell’isola solo come sovrastruttura introdotta, per giunta, da una civiltà completamente diversa, come quella Romana, che ha attinto e diffuso, a suo piacere, gli elementi più significativi di culture diverse.
La leggerezza dell’analisi interpretativa, la superficialità della documentazione, il pressappochismo culturale, spesso guidato più da interessi economico-editoriali, quando non si tratta di volgare spettacolarizzazione del fatto etnico, che da reali esigenze di conoscenza, conducono alla diffusione di un’errata immagine della tradizione della nostra comunità, alla privazione delle relazioni funzionali degli oggetti o degli avvenimenti, compresi i rapporti produttivi fra le diverse componenti sociali che la caratterizzano. Come conseguenza abbiamo la mancanza di oggettività storica e, quindi, di “originalità folklorica”, deprezzando così, non solo in termini culturali ma anche economici, il “prodotto della tradizione” offerto ai visitatori, ai ricercatori e ai nostri successori.

BOOM TURISTICO E TELEMATICO: UN PROBLEMA NEL PROBLEMA
Onde evitare l’impoverimento del “prodotto” e lo smarrimento dell’identità di un popolo diventa indispensabile affrontare in modo organico, una volta per tutte e con una certa urgenza, il “recupero della tradizione”. Quest’impegno assolve una triplice funzione:
– la prima, il recupero del nostro patrimonio etnico in modo sistematico e la possibilità di trasmetterlo, alle generazioni future, scevro da ogni influenza esterna. In questo periodo di scimmiottamento folkloristico il rischio di minare le fondamenta è a livello di guardia3. C’è il serio pericolo di perdere per sempre le connotazioni più genuine di un popolo che ha attraversato indenne, fino al contemporaneo evento della cultura di massa, secoli di storia e di dominio straniero;
– la seconda è data dall’identità psico/socio/culturale che queste tradizioni hanno con la nostra comunità di viventi. Al di là di ogni retorica visione, è facile capire come le “tradizioni popolari” rivelino i tratti caratteristici di un popolo e ne rappresentino la loro autentica storia4. Una “storia minore” se rapportata a quella “ufficiale”, certo, ma non per questo inferiore poiché solo questa “storia minore” è in grado di esprimere le origini del modello di vita della comunità in cui siamo inseriti;
– la terza funzione è rappresentata dalla reale e duratura promozione economica, a vantaggio della collettività, che scaturisce allorché il recupero, prima, e la documentazione, poi, del patrimonio elaborato dalle generazioni passate diventa “garanzia” della “originalità delle nostre tradizioni: canti, balli, artigianato, lingua, ecc…5“.
Mettere insieme, discutere e ampliare la conoscenza dei diversi tasselli di questo mosaico ci aiuta (e abbiamo realmente bisogno di questo “reciproco aiuto”, al di là della presunzione che ognuno di noi si porta addosso) a capire quale patrimonio culturale effettivamente si nasconda nel nostro “folklore”. Ci stimola ad intervenire con maggiore urgenza in questa “operazione di restauro” per salvaguardare, ai nostri figli e alle generazioni future, la genuinità della cultura elaborata dai nostri avi; a preservare la nostra “identità di Nazione Sarda”6 dalle pressioni anche linguistiche (e non solo politico/economiche) degli altri “popoli europei” e dalle seducenti contaminazioni del tempo presente che, grazie ai mass media, sembra sacrificare ogni cosa alla gloria effimera del facile successo.

UNA PROPOSTA DI POSSIBILE SOLUZIONE

Sono ben consapevole di non esaurire, con i miei scritti, il lavoro di “pulizia” necessario per salvare le nostre “tradizioni”. Il mio e il lavoro altri è ben lungi dall’essere completato; ha bisogno di ulteriori aggiornamenti e limature. Per questo sono convinto che quanto è nella mi intenzione realizzare sia possibile solo con la più larga partecipazione di tutti.
Sollecito, per questo motivo, la collaborazione di quanti si riconoscono nella passione per la ricerca della storia delle tradizioni popolari ad inviare i loro scritti (osservazioni su quanto finora pubblicato su riviste o libri, saggi su aspetti da loro studiati, informazioni su dettagli o piccoli avvenimenti raccontati dai loro antenati, o altro… e che ancora non hanno trovato spazio di pubblicazione o è già stato pubblicato e merita di essere ulteriormente diffuso) ai seguenti indirizzi: info@contusu.it o ad andreamuzzeddu@tiscali.it in modo da raccogliere il materiale inviato ed inserirlo nel sito di riferimento.

Note

1 Le “tribù sarde” più remote, riconosciute e testimoniate fin dall’antichità: i Balàri, gli Iliesi e i Corsi.
2 I cosiddetti Sardopunici, Sardoromani e via dicendo.
3 Sui fattori economici del folklore e la perdita d’identità Cfr. L. M. LOMBARDI SATRIANI, Folklore e
profitto -Tecniche di distruzione di una cultura- ediz. Guaraldi, 1976 -Fi; D. CANESTRINI, Trofei di
viaggio per un’antropologia del souvenir, ediz. Bollati-Boringhieri, 2001 -Mi.
4 In proposito si veda A. M. CIRESE, Cultura egemonica e culture subalterne, Ediz. Palermo, 1976; per
aspetti diversi ma ugualmente interessanti, per i nuovi orizzonti antropologici che offrono, si vedano
anche gli articoli di M. MULLIRI, L’originale specificità dei sardi, in “Sardegna Antica” n. 13 -primo
semestre 1998, e M. FEO, Orizines -Considerazioni genetiche sull’origine dei sardi, e, l’Antefatto di
Orizines -sull’ontogenesi dei sardi, rispettivamente in “Sardegna Antica” n. 18 -secondo semestre
2000- e n. 19 -primo semestre 2002, rivista semestrale a cura di Giacobbe Manca, ediz. Studiostampa,
Nu.
5 Cfr. Andrea Muzzeddu, La tradizione come sinonimo di cultura, in “Almanacco Gallurese 1996/97”,
pp.15/16, rivista annuale a cura di Giovanni Gelsomino, Edizioni Chiarella, SS.
6 Cfr. G. LILLIU, Politica e cultura in Sardegna, in “Autonomia Cronache”, n. 1, 1967, Sassari; S. SALVI,
Le nazioni proibite, Ediz. Vallecchi,1973, Fi.

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