Il mistero di Metalla, l’atlantide del nostro territorio

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I conquistatori romani utilizzarono anche la lega rame-zinco (ottone) impiegandola per  costruire diversi manufatti. L’ottone fu scoperto casualmente scaldando il rame in presenza di granuli calaminari. Il lavoro in miniera, veniva svolto soprattutto dagli schiavi e dai condannati ai lavori forzati perpetui. Lavorare in una miniera era considerato, fin da allora, un lavoro massacrante da far svolgere agli schiavi, un lavoro difficile e dai costi umani altissimi. In ogni epoca, l’estrazione dei metalli fu ritenuta indispensabile per lo sviluppo economico e per quello militare e il compito di calarsi nelle viscere della terra, fu affidato agli uomini dal livello sociale ed economico più basso.  All’epoca dei romani dicevano di loro “damnatio ad metalla”, condannati alla miniera.

MetallaNoi abbiamo sempre sentito parlare di “Metalla” come di una fantastica città romana misteriosamente scomparsa. Un mistero che rappresenta “l’Atlantide” del nostro territorio.  Alcuni pensano che, più che una specifica città, Metalla potesse essere un’area più ampia, comprensiva di tutto il territorio delle miniere dell’iglesiente. Qualcuno  ha voluto localizzare Metalla nell’interno nelle campagne di Grugua o nella Valle di Antas.  Qualche altro ne ha invece ipotizzato la presenza fra Santu Nicolau e Portixeddu, quasi in riva al mare. Col tempo, le dune di sabbia più imponenti dell’isola e di tutto il continente europeo potrebbero aver coperto, facendola sparire, l’antica “capitale mineraria” dell’impero romano. Potrebbe essersi verificato quanto già successo per Tharros in Sardegna, oppure per la grandiosa Leptis Magna in Libia, città riportate alla luce dopo esser rimaste sotto le dune per quasi duemila anni.
Nell’itinerario Antoniniano, l’antica strada che collegava il nord al sud della Sardegna, Metalla veniva citata dopo Cornus, Tharros, Othoca e Neapolis, prima di Sulci. E se tutte queste antiche città romane si trovavano sul mare, perché proprio Metalla doveva trovarsi all’interno del territorio?  
Con un pizzico di speranza, di orgoglio e un oscuro alone di mistero, ci fa piacere fantasticare che Metalla possa aver subito la stessa sorte e che un giorno, in qualche modo, possa riemergere da sotto la sabbia vedendo nuovamente la luce.

Comunque è chiaro, ed è anche riportato nelle ricerche del Casalis, che il Rio Mannu, a nord della spiaggia di Santu Nicolau, fosse un fiume navigabile per diverse miglia. Nelle carte geografiche più antiche della Sardegna, il letto del fiume era segnato con notevole evidenza, così come la foce, che appariva piuttosto ampia. Per i naviganti di allora, risalire il fiume anche per poche centinaia di metri, poteva quindi rappresentare un vero e proprio approdo riparato dai venti. Un luogo in cui ormeggiarsi e aspettare il ritorno del bel tempo. Un porto antico dove sarebbe stato possibile svolgere le operazioni di carico e scarico delle merci e dei metalli, oltre che di supporto tecnico e di cantiere. Se osserviamo bene gli spazi e prendiamo un’immagine aerea del canneto, nell’ex-peschiera “Filippi” di Portixeddu, appare compatibile la presenza di una darsena naturale adatta a essere sfruttata, per spazio e per forma, come riparo nautico. Lo stesso nome del luogo, “Portixeddu”, non può essere un toponimo recente, i nomi dei luoghi non sono casuali. Il più delle volte, si perpetuano nei secoli, addirittura nei millenni, così come il nome di un luogo ha il significato legato alla proprietà, agli usi, alle forme ed anche alle attività produttive. Perché non collegare, quindi, il nome di “Portixeddu” alla presenza di un vero e proprio approdo antico? Romano, fenicio o addirittura nuragico? Una zona portuale come quella, disponibile di almeno 30.000 mq, sarebbe potuta essere un riparo strategico comodo, necessario durante le mareggiate improvvise, situato proprio a metà della navigazione sulla rotta fra due città importanti come Tharros e Sulci.

Perché, i naviganti del tempo, non avrebbero dovuto costruire un approdo sicuro, nella zona? Sapevano di non poter contare su mezzi sufficientemente veloci, coprivano distanze importanti in un tratto di mare esposto ai venti più forti. Perché non avrebbero dovuto sfruttare l’ampia foce di un fiume navigabile, situato a valle della zona di maggior estrazione metallifera? Per di più nella costa vicina al tempio di Antas?
Nessuna zona mineraria era più ricca di questa, tantomeno più comoda per il trasporto via mare.

Tratto da: La valle della Calamina

Roberto Fadda