Il fantasma del Lazzaretto di S.Elia

Tempo di lettura: 3 minuti

Libri che volano, luci che si accendono, manichini che rotolano.
Ogni mattina i custodi trovano la testa della donna orgolese disposta ordinatamente ai piedi del manichino. Ogni mattina la avvitano e la assicurano sui perni del dorso, e ogni notte il fantasma la butta giù. Ci fosse un campanile, vicino al Lazzaretto del borgo vecchio, il fantasma aspetterebbe il dodicesimo rintocco per percorrere leggero corridoi e scalinate, passaggi e saloni. Ma questo fantasma moderno senza campane e senza orologi della torre, al Lazzaretto arriva quando può. Nel mezzo della notte, a scomporre i manichini allestiti con pazienza certosina da Luciano Bonino, o a sole appena tramontato, quando i guardiani chiudono i cancelli e tirano fuori scope e secchi. E le scope e i secchi spariscono nel nulla.

Non è una storia alla Lovecraft, tra riti ancestrali e culti innominabili, né un romanzo di Bram Stoker: è la memoria di una tragedia che si consumò nell’antico ospedale dei lebbrosi, dove morirono a migliaia, giovani e vecchi, donne e bambini, figli in lacrime e madri disperate. Malati che arrivavano da tutta la Sardegna nei secoli della peste, quando si succedevano con drammatica regolarità le epidemie mortali, e solo nella preghiera a Sant’Efisio trovavano l’unico farmaco e vaccino.
Questo raccontano, in una calda mattina, custodi e guardiani, guide e vigilantes. «Al Lazzaretto c’è un fantasma», dicono, e sorridono, quasi a voler mostrare che loro no, proprio non ci credono. Ma certo è che da tre settimane, da quando le ombre hanno iniziato ad aggirarsi per l’ospedale, nessuno ha più voluto passare la notte da solo. E se quattro occhi sono meglio di due, quello che hanno visto venerdì notte i guardiani di turno, nasconde davvero qualcosa di strano. O paranormale «Eravamo seduti all’ingresso, soli, in tutto il Lazzaretto non c’erano nessun altro. L’atmosfera è un po’ tesa, in questi giorni. Paura? No, è proprio una tensione, leggera ma palpabile, che ognuno di noi sta vivendo sulla propria pelle. Insomma: eravamo seduti all’ingresso, e parlavamo del fantasma. Scettici e increduli, naturalmente».
Quando, all’improvviso, nel buio del Lazzaretto si sono accese le luci del Museo del fumetto. «Abbiamo visto l’ala sinistra del Lazzaretto illuminarsi a giorno». Strano, perché i custodi avevano spento tutto. «Strano, perché non si sono accese le luci di emergenze, come per un contatto, ma le lampade grandi sul soffitto».
E adesso, chi entra nel salone del Museo del fumetto, lo fa con circospezione e un sorriso tirato. Perché nel primo scaffale della seconda libreria, dove sono raccolti numeri unici e collezioni rare, c’è un giornalino di Paperino che viene fuori dallo scaffale. Da solo, misteriosamente. «Come se qualcuno lo prendesse per leggerlo, e poi non lo rimettesse a posto». Il guardiano, paziente, lo infila di continuo nella libreria, allineandolo agli altri volumi. «Ma non faccio in tempo a girarmi che il fumetto è di nuovo fuori posto».
E se il fantasma ama leggere, la sua passione per la musica non è da meno. Visto che, complice il buio della notte e una mostra di launeddas, lo spirito ne approfitta per insinuarsi nel salone, e dare fiato agli antichi strumenti. E un sibilo, lungo, melodioso, risuona per gli anditi del Lazzaretto.
Fantasma raffinato, ma anche spiritello burlone. Che chiama l’ascensore al terzo piano quando qualcuno lo ha già prenotato al piano terra, si diverte a rovesciare i secchi e a nascondere le scope, accende le luci e gioca a palla con la testa del manichino. E sfila, dietro le ragazze che studiano per diventare modelle e camminano a testa alta su una passerella. Il fantasma le segue, e continua a provare anche quando loro tornano a casa. La sua ombra, avanti e indietro, si staglia scura da dietro i vetri delle finestre.
Una risposta, guardiani e custodi forse l’hanno trovata. Sfogliando le carte e i manoscritti del Lazzaretto, hanno scoperto che alla fine dell’Ottocento l’ospedale ospitò i bambini malati di tifo.

 

Francesca Figus