Il doppio lavoro nell’800: minatori e pescatori !

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“Mariano era pescatore e sapeva che nella maggiore isola dell’arcipelago toscano quasi tutti erano minatori, contadini o marinai. La pesca come attività primaria non era praticata: chi possedeva un gozzo, dopo il lavoro in miniera o la fatica sui campi, calava qualche tramaglio o i palàmiti e sperava in Dio per mettere insieme il pranzo con la cena. Se poi era tempo di totani (come da noi si chiamano i calamari), metteva la lampara sulla prua della barca e tentava la fortuna. Ma non era una pesca “professionale”, non si faceva affidamento su quella per campare, forse perché gli elbani sono sempre stati minatori e il loro sudore aveva più il sapore del ferro che del sale. Forse perché il clima dolcissimo imbiondiva il grano senza troppe cure e, sulle colline, le viti, gli ulivi e gli alberi da frutto crescevano che era una bellezza, nutriti da quel sole che non mancava quasi mai di consolare l’affanno quotidiano.

Per questi motivi, dalla seconda metà dell’800, era cominciata una lenta ma costante immigrazione all’Elba di famiglie di pescatori meridionali (zona flegrea, Capri, Ponza, Sicilia), attratti dalle risorse, non sfruttate dai nativi, del nostro mare. Dapprima furono soggiorni stagionali, per la cattura del pesce azzurro e, al termine di essi, ritornavano alle loro acque e ai loro faraglioni. Col passare del tempo, tali soggiorni diventarono gradualmente più lunghi e in molti casi definitivi.” M.G. Catuogno

Questa storia scritta da Maria Gisella Catuogno, originaria dell’isola d’Elba, ci ricorda le stesse esperienze dei minatori-pescatori di Buggerru. Questo paese minerario sorse nell’iglesiente intorno alla seconda metà dell’800 e  diventò presto una delle più grandi realtà industriali dell’isola. La popolazione di Buggerru  fatta di minatori, artigiani, commercianti …  era costituita soprattutto da sardi ma anche da continentali e stranieri(francesi) e in quel periodo sfiorava addirittura le 10.000 unità mentre, per confronto,la città di Cagliari arrivava a circa 50.000 abitanti e Iglesias appena 15.000.

La lenta migrazione di pescatori meridionali interessò anche i nostri territori e infatti per loro … quando non bastava il mare c’era la miniera e dopo la miniera c’era sempre il mare. Ancora oggi riconosciamo nei nostri diversi cognomi le origini campane o siciliane degli Esposito, dei Di Palma, dei Rombi, dei Licciardi, dei Gallotto …
E allora, capitava spesso di: “picconare,esplodere, perforare, martellare, spingere, bruciare, montare e smontare …  e poi la sera remare,calare, salpare, smagliare, tirare, ormeggiare, trasportare…
e se tutto questo non bastava si poteva anche piangere,ma poi una volta asciugate le lacrime …  ricominciare!  
Quando il mare era calmo si faceva il doppio lavoro e per poter andare a pescare dovevi essere forte almeno quanto la roccia che spaccavi. C’era chi riusciva a “riposarsi” un po’ durante il tragitto in barca,perché poi sapeva che sarebbe stato faticoso lavorare di schiena, di braccia, di gambe e alla fine della giornata la stanchezza gli bruciava i muscoli.  Purtroppo, non era raro vedere ceste intere di pesce pregiato (dentici, aragoste o triglie …) varcare, in omaggio, la soglia della casa del direttore o di un alto dirigente della miniera. In cambio si sperava di poter contare in un occhio di riguardo per un permesso,per la concessione di un piccolo terreno, per poter avere una casa più adatta o per sperare nell’assunzione di un familiare … Insomma, la realtà diceva che quando lavoravi in miniera dipendevi da loro e quando eri in mare ne sentivi l’ombra pesante del ricatto. Molti mantenevano la schiena dritta riuscendo a difendere, a costo di rinunce, la propria dignità!

Questa è una storia piccola, ma anche una Grande Storia, una vicenda di persone votate al doppio lavoro e al sacrificio. Persone che per riuscire a migliorare la propria condizione sociale e quella dei propri figli, un giorno, il 4 settembre del 1904 a Buggerru, decise di dire: basta!
Anche a costo della vita.

Tratto dal libro: La Valle della Calamina di Roberto Fadda