I “tesori” nelle leggende Sarde – II parte

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I “tesori magici” vengono custoditi da particolari entità, come abbiamo avuto modo di scrivere in passato.
Ci sono delle prove che il “prescelto” deve affrontare per poter far suo il tesoro e cambiare la sua vita.
Scopritelo nella seconda parte dell’articolo tratto da “Leggende e tradizioni di Sardegna” di Gino Bottiglioni.

Infatti ogni tesoro è gelosamente custodito da uno spirito che lo concede, con determinate condizioni, a quello cui
è destinato. Questi, appena riceve l’avviso, deve conservare con ogni cura il segreto e affrettarsi a compiere ciò che gli vien prescritto, dando prova di coraggio col restare impassibile davanti a qualunque manifestazione spiritica che tenda a spaventarlo; non ottemperando a quello che gli vien prescritto o ritardando nell’impresa, non troverà più il tesoro, ma solo del carbone e della cenere.

Fra i sardi, si ripetono spesso degli scongiuri caratteristici per ritrovare i tesori, e i santi preferiti a cui si chiede la grazia sono Sant’Elena, San Silvestro, San Basilio, quantunque non sia sufficiente avere il favore del Santo, ma occorra soprattutto grande coraggio e prontezza di mente per interpretare ed eseguire subito la volontà dello
spirito che tiene il tesoro.
Questo può essere in possesso delle fate le quali, secondo una tradizione di Pozzomaggiore, abitavano sul colle di Monte Oe e andavano di notte a svegliare colui che volevano arricchire, chiamandolo tre volte. Una graziosa leggenda che mi fu narrata a Esterzili, racconta di un umile pastorello che, capitato per caso nell’antro di una fata che stava in mezzo ad inestimabili ricchezze, tutte le rifiutò per avere un campanellino d’argento da mettere alla sua pecorella prediletta; così il pastorello di Bisarcio, condotto nei sotterranei della chiesa di Sant’Antioco, in presenza di una fata ricchissima di nome Giorgiana Jaròsa (forse la stessa Giorgia o Lucia rabbiosa), preferisce di morire nella miseria, piuttosto che toccare quell’oro che quasi offende la sua modestia e la sua semplicità.

Qualche volta i tesori sono guardati da un fantasma, come il terribile Don Blas d’Aragona che vigila sulle ricchezze nascoste nel castello di Burgos; più frequentemente il custode è l’anima di un prete o di un frate. Per esempio si
crede che, nei pressi di Solanas, non lungi da Oristano, sia nascosto un gran tesoro, posseduto da un frate misterioso che si mostra a mezzogiorno e spaventa chi osa avvicinarsi; così, tra Guspini e Arbus, vicino ad una fonte miracolosa, appare di notte, con un lampioncino rosso in mano, un prete senza testa, il quale sta a guardia delle ricchezze che ha seppellito in quei luoghi, avendole guadagnate con loschi maneggi e con imbrogli che furon causa della sua morte violenta. Nei nostri racconti, si trova spesso la figura del prete che custodisce i tesori,
oppure ha facoltà di prenderne mediante i suoi esorcismi. Infatti, nei solitari paesetti di Sardegna, sperduti fra i
monti o disseminati a larghe distanze nella pianura, il prete rappresenta l’uomo più ricco e più colto (1) che, per il suo ministero, può scongiurare gli spiriti che stanno a guardia dei tesori e che sono quasi sempre di natura diabolica come il Pundácciu o Ammuntadòre già ricordato o la musca macèdda, un insetto terribile creato dalla fantasia dei sardi.

(1) Qualche volta è anche il più avaro e, come tale, è fatto segno ai frizzi e al sarcasmo della satira popolare.

I “tesori” nelle leggende Sarde – I parte

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